11.06.2023 – 08:00 – A proposito di rifiuti e riciclo, c’è un settore gigantesco di cui ultimamente si sente parlare sempre più spesso, quello degli e-waste, i rifiuti elettronici. Un ramo dell’industria che assorbe risorse e che spesso produce dispositivi con un timing di obsolescenza programmata molto breve che impone un continuo ricambio degli stessi con nuovi modelli più performanti. Il caso delle memorie di massa, meglio note come hard disk, è paradigmatico. Ogni anno milioni di hard disk funzionanti e (ri)utilizzabili vengono mandati al macero. Una perdita che impatta sul consumo di risorse (soprattutto alluminio ma non solo), di energia e che ha un impatto negativo sull’intera supply chain dell’hardware. Le memorie di massa infatti, siano esse i “vecchi” dischi rigidi magnetici o quelli più moderni allo stato solido, sono estremamente diffuse (computer, tablet, smartphone) e hanno una vita attesa ben più lunga di quella assicurata dalle garanzie. Garanzie che in media hanno una durata di cinque anni al termine dei quali in molti casi si decide di procedere alla distruzione e sostituzione dei dischi.
Ma perché ciò avviene? Nella gran parte dei casi la scelta di distruggere i supporti è dovuta a ragioni di sicurezza, o meglio, al timore che qualora i dischi finissero nelle mani sbagliate, sia possibile recuperare ed estrarre i dati che vi erano salvati. Un timore non del tutto infondato, ma che non tiene conto del fatto che con le più moderne tecniche e conoscenze è possibile recuperare dati “erased” anche da piccoli frammenti di disco, ragion per cui l’unica procedura davvero sicura di eliminazione delle tracce di memoria è l’incenerimento dei supporti. Non è uno scherzo, i protocolli la consigliano come modalità di cancellazione più sicura. Tuttavia non c’è solo la sicurezza alla base di questo spreco, ma anche l’assenza di un vero e proprio mercato secondario che consenta la distribuzione su larga scala di hard disk rigenerati.
Per contrastare il fenomeno, sono nate iniziative come Circular Drive Initiative (CDI), una partnership di aziende leader globali nell’archiviazione digitale che collaborano per ridurre i rifiuti elettronici promuovendo il riutilizzo sicuro dell’hardware di archiviazione. Seagate ad esempio, che è una delle aziende più note del settore e che fa parte di CDI, ha intrapreso un’opera di riciclo e ri-commercializzazione di supporti di memoria usati che nel 2022 ha coinvolto quasi 1,2 milioni di device tra dischi tradizionali e memorie allo stato solido (le due tipologie più comuni di hard disk). Affinché ciò sia possibile si procede a un’opera di purificazione dei dischi, cioè di cancellazione sicura dei file contenuti che rende impossibile (o estremamente difficoltoso) il loro recupero.
Questo tipo di mercato, che sta prendendo piede sempre più, è uno dei tanti modi di ridurre l’impatto dei rifiuti elettronici, riciclando o allungando la vita operativa dei dispositivi. Un programma sperimentale di questo tipo attuato a Taiwan, e che Seagate spera di poter presto implementare a livello globale, ha consentito il riutilizzo di tre tonnellate di rifiuti elettronici. Un programma che riguarda sia le centinaia di milioni di hard disk venduti ogni anno (e che mediamente vengono licenziati con una garanzia quinquennale), ma anche molti altri dispositivi informatici come i routers, per cui si sta programmando un’opera di riciclo simile.


