L’Oms avverte: potrebbe arrivare una nuova pandemia

26.06.2023 – 16:00 – È in arrivo una nuova pandemia? Forse. Possibile, probabile, il punto è capire i termini della questione e non alimentare inutili allarmismi. Stanno facendo il giro del mondo le parole del direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus, che al convegno World Health Assembly di Ginevra ha ventilato la possibilità che il mondo conosca presto una nuova pandemia. In realtà, benché tutti oggi siano più sensibili al tema e comprensibilmente spaventati all’idea, quello che Ghebreyesus ha spiegato va inquadrato in un concetto più ampio, che è quello di rischio. Rischio che non va ridotto agli estremi zero-uno, ma che si sviluppa in una scala di grigi di infinite gradazioni.

Ghebreyesus ha avvertito che in futuro un’altra pandemia potrebbe “bussare alle nostre porte” e che sarebbe esiziale farsi trovare impreparati: “La minaccia di un’altra variante emergente del Covid capace di causare nuove ondate di malattia e morte resta viva” ha spiegato. “Non si può escludere la minaccia di un altro agente patogeno emergente con un potenziale ancora più mortale. Quando la prossima pandemia busserà alla porta dobbiamo essere pronti a rispondere in modo deciso, collettivo ed equo”. Uno statement che intende anche spiegare l’aumento degli stanziamenti in arrivo per l’OMS. Durante l’incontro di Ginevra infatti le nazioni hanno approvato un budget di 6,83 miliardi di dollari per il 2024-25, con un aumento del 20% rispetto al passato ottenuto con la promessa di un impegno a favore di riforme in materia di gestione economica, di governance e di politiche finanziarie.

Che la nuova pandemia di cui parla l’OMS si presenti è dunque probabile, né potrebbe essere altrimenti considerato che ne è costellata la storia dell’umanità e che le dimensioni della popolazione mondiale e degli interscambi non fanno che accrescerne la probabilità. Il punto è che una nuova pandemia non implica necessariamente una replica della situazione vissuta con il Covid, sia perché è impossibile prevedere virulenza, letalità e contagiosità di un eventuale nuovo patogeno, sia perché – si spera – l’esperienza dovrebbe aver lasciato una maggior consapevolezza nelle modalità per affrontare un’emergenza simile in modo da ridurre i rischi. Si aggiunga poi che l’epidemia Covid-19, pur essendo stata la più drammatica per dimensioni ed esisti dell’ultimo secolo (e forse più), non è stata certo l’unica. Che possano emergere virus o altri patogeni in grado di infettare l’uomo e diffondersi è un’eventualità relativamente frequente, avvenuta a più riprese anche negli ultimi decenni, nella gran parte dei casi senza una diffusione a livello globale.

L’OMS ha stilato una lista di patogeni considerati a rischio (il Covid stesso vi è incluso insieme alla febbre emorragica Crimea-Congo CCHF, l’Ebola, il virus Marburg, la febbre di Lassa, la Mers e la Sars, Nipah virus e altri). Certo si tratta di “oggetti” diversi con prospettive diverse. Se virus con un tasso di letalità altissimo come Ebola e Marburg hanno dimostrato in passato di essere più facilmente contenibili, data la repentinità di sviluppo dei sintomi e la drammaticità degli esiti, che rendono i casi immediatamente manifesti, il quadro diventa più ambiguo per malattie in grado di diffondersi in modo più elusivo e sfumato.

Alla luce di tutto ciò l’OMS negli ultimi mesi ha iniziato un percorso di revisione delle regole di contrasto delle epidemie (il trattato pandemico), approvate nel 2005 dopo la SARS del 2002, che si sono rivelate efficaci in passato in molti casi con diffusione locale (i diversi focolai di Ebola ad esempio), ma che hanno palesato limiti evidenti nel frangente Covid 19. L’obiettivo dichiarato è quello di licenziare entro l’estate un trattato rivisto e integrato, missione se non impossibile, molto complicata, dato che richiede una convergenza tra stati con idee molto diverse. Da un lato gli europei, che spingono per regole più rigide (condivisione delle informazioni, trasparenza, divieto dei mercati con animali vivi, i cosiddetti wildlife markets), dall’altro chi vorrebbe misure meno stringenti o non vincolanti (Usa, India, Brasile e altri).

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