di Roberto Todero
03.04.2023 – 09.00 – Con il ‘900 e i moderni metodi addestrativi di Conrad von Hötzendorf il 97° aveva raggiunto un ottimo grado di preparazione e di affidabilità. Le leve della durata di tre anni si succedevano alle leve, varcando a Trieste il portone della Caserma Grande. Giunse così il 1902, anno nel quale il reggimento fu chiamato a compiere il proprio dovere in funzione di ordine pubblico per reprimere i cortei e le manifestazioni legate a quelle giornate passate alla storia come “sciopero dei fuochisti del Lloyd”. Come racconta Raul Pupo in “Adriatico amarissimo” la manifestazione si allargò presto ad altre categorie cittadine provocando uno sciopero generale con cortei e sfilate. Ancora Pupo: i soldati non esitarono a far fuoco e caricare la folla con la baionetta inastata. Anche Giuseppe Piemontese in “Il movimento operaio a Trieste – dalle origini alla fine della prima guerra mondiale” raccontò che: va rilevato che le truppe del reggimento n. 97 di stanza a Trieste si distinsero per brutalità e zelo, mentre gli appartenenti ad altri reggimenti venuti di fuori – tanto gli ufficiali che la bassa forza – si comportarono con maggior tatto e umanità. Diversa la storia tramandata da Adriano Oliva e raccolta da Marina Rossi in “Irredenti giuliani al fronte russo”: dunque quando mandarono fuori i militari del 97 a reprimere i moti di piazza, ci fu allora il caso di una pattuglia che passando per Città Vecchia si mise a marciare con una bandiera rossa che le era stata data da un civile. Diverse narrazioni di un episodio che ha comunque segnato la storia della città e della memoria del reggimento. Un episodio simile, romanzato ma perfettamente aderente alla realtà di quei tempi, lo possiamo leggere nella sua interezza nel XIV capitolo del libro di Joseph Roth “La marcia di Radetzky”.
[r.t.]


