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domenica, 4 Dicembre 2022

2022 verso l’inverno, addio alla pandemia. Se sopravvalutare è un rischio

24.11.2022 – 08.55 – Si dice, ed è con ogni probabilità vero, che pensare al peggio e ricordare più le cose brutte accadute che quelle belle sia nella natura umana; un meccanismo evolutivo che ci aiuta a proteggerci e a sopravvivere. Ora che si va verso la fine dell’anno, novembre si appresta a lasciar posto al Natale, di concerti negli stadi con centomila partecipanti ce ne sono stati, e la quarta dose di vaccino è andata avanti rivelandosi ciò che molti temevano ovvero un buco nell’acqua (un misero 7 per cento di copertura a ottobre, con appena il 30 per cento fra gli Over 80 ovvero i più esposti) di fronte a una cittadinanza stanca, proviamo a parlare del Covid a mente fredda. Sperando che la prossima volta che scriveremo di esso possa per davvero esser l’ultima, e che la necessità di riempir pagine di giornale e finestre sul Web abbia lasciato il posto alla razionalità della scienza, concedendo agli studiosi quel tempo senza il quale capire, dire e spiegare cos’è successo per davvero in questi tre anni è impossibile. È sempre ipotizzabile, per quanto molto improbabile, che il peggior scenario possibile sia quello che si avvera: con il Covid-19 ci siamo andati vicini? La pandemia ha per davvero, o sta per davvero ancora minacciando la nostra esistenza?

Al minacciare l’umanità, numeri alla mano, non siamo mai andati vicini neppure per un attimo: il Covid ha contagiato circa 640 milioni di persone, i morti sono stati circa 6 milioni e 630mila, la maggior parte dei quali negli Stati Uniti (100 milioni di contagi) e fra le fasce economicamente più deboli (fattore che nella popolazione bianca per qualche motivo ancora da capire appieno ha inciso molto mentre in Africa, dove si temeva la tragedia, è andata molto diversamente). Sono guariti, o pur essendo stati contagiati non hanno avuto niente, più di 623 milioni di persone; la popolazione del pianeta va verso gli 8 miliardi di individui quindi i calcoli sono facili da fare e c’è, anche fra i giornalisti, senza dimenticare o sminuire il dramma (l’umanità intera di ciascuno di noi è fatta anche di una singola persona, che per molti non c’è più), chi prova a non metter da parte i controinterrogatori e i fatti solo perché non sono convenienti. L’indagine del New York Times che chiedeva agli americani che cosa ne pensassero del Covid, col risultato di far emergere che i non vaccinati erano tremendamente meno preoccupati per la loro sorte rispetto ai vaccinati, è stata fatta nel mezzo dell’ondata Omicron. Con l’eccezione di chi, e ce n’era più d’uno, aveva buone ragioni per scegliere di rifiutare il vaccino nonostante l’isolamento sociale e le multe, da vaccinati abbiamo guardato gli altri temendo per i rischi che correvano le persone care che avevano scelto di non vaccinarsi; spaventati per la rapida diffusione della malattia e le positività. Loro, però, preoccupate non erano. Lo era molto di più chi, vaccinato con tre dosi, di casa usciva solo di tanto in tanto, astenendosi dallo stringere la mano e continuando a portare una mascherina sopra l’altra (l’FFP2 e la chirurgica) anche in automobile. Per proseguire con i numeri, gli Stati Uniti avevano, quando Omicron arrivò, una percentuale di vaccinati molto più bassa di altre nazioni: circa il 60 per cento, e in crescita di copertura molto lenta trasformatasi presto, a fine giugno 2022, in una linea quasi piatta; il risultato, purtroppo, era di oltre 30 morti ogni 100mila persone. Negli Stati Uniti (e non solo), il vaccino era diventato, già dall’anno prima (il 2021), una questione politica: il 65 per cento dei Democratici (l’attuale sinistra – per quanto molto diversa da quella europea, non accostabile a essa) si dichiarava convinto della necessità di rinunciare alla normalità e ridurre fortemente la libertà personale privilegiando la sicurezza e la salute, mentre il 65 per cento dei Repubblicani (la destra, e non solo quella di Trump) diceva esattamente il contrario, e voleva continuare a vivere normalmente. In mezzo, un 5 per cento di spaesati o semplicemente disinteressati, che non sapeva cosa fare o di Covid proprio non voleva sentir parlare. Fra i non vaccinati americani, il 56 per cento diceva di non essere preoccupato di fronte all’idea della malattia, con un’aggiunta di un 25 per cento che aveva un po’ di paura ma in fondo non troppa. Fra chi era vaccinato, invece, il 61 per cento temeva la malattia, con un’aggiunta di un 26 per cento che se ne preoccupava ma non troppo; e andando a chi oltre il normale ciclo di vaccinazione aveva ricevuto anche il booster, solo un 6 per cento non era più preoccupato per il Covid, mentre la percentuale di chi pur vaccinato aveva paura saliva al 68 per cento. Un’evidente, quasi completa polarizzazione delle opinioni, con i prevedibili risultati: chi si era vaccinato dava dell’incosciente o criminale all’altro chiedendo al governo di inasprire i provvedimenti, che rispondeva allo stesso modo scendendo in strada a manifestare, e via via in una spirale sempre più violenta. È molto difficile cercare di spiegare con numeri e parole l’incertezza o la paura: non è il caso solo del Covid, lo stesso vale per l’atteggiamento di fronte al cambiamento climatico (che sicuramente provocherà morte per fame con più vittime del Covid e cambierà le nostre vite in modo pesante, se non controllato, ma non ha alcuna possibilità, se non nei film, di mettere a rischio la sopravvivenza della specie) o alla guerra in Ucraina (inaccettabile tragedia umanitaria frutto d’aggressione armata, ma da nessun punto di vista paragonabile ai due conflitti mondiali e scoppiata a causa di un contesto economico oltre che ideologico).

Una delle poche maniere che il giornalista ha a disposizione è provare a mettere il lettore di fronte a grandezze paragonabili, suggerendogli di osservarle e riflettere. Casi specifici sempre a parte, tecnicamente si, la vaccinazione Covid-19 portava dei rischi: questi rischi, però, hanno significato solo se paragonati ai rischi della mancata vaccinazione. La possibilità di morte o di danni irreparabili alla salute poteva arrivare a essere anche di cinquanta volte superiore fra gli americani non vaccinati (in particolare, e questo molto più vicino a noi, fra chi si esponeva volontariamente al contagio scambiandosi persino la saliva, spinto dalla volontà di ottenere il Green pass senza vaccinazione ed essendo magari in sovrappeso e ultracinquantenne). Allo stesso modo, però, per capire se per davvero mettere un cittadino di fronte alla scelta fra salute e libertà o imporre multe e Green pass fosse giustificato, si può tener conto del rischio reale di ammalarsi di Covid rispetto ad altri pericoli della vita di ogni giorno. E questo diventa particolarmente interessante se parliamo dei bambini e dei ragazzi e ragazze più giovani, tolti a forza da scuola e lasciati in balia di un mondo fatto di decisioni che non potevano capire. Quanti bambini americani sono morti di Covid nel corso di un anno, quello fra il 2021 e il 2022? Quasi lo stesso numero di quelli che sono morti di polmonite, ma molti meno di quelli che sono annegati, o di quelli deceduti per problemi cardiaci, e sette od otto volte meno di quelli rimasti vittima di incidenti stradali; negli Stati Uniti, poi, quasi in cima alla classifica e non troppo distante dalle morti sulla strada c’è la categoria dei bimbi uccisi dalle armi da fuoco, anche a scuola – categoria che da noi per fortuna non c’è. Se abbiamo fatto una scelta di qualche tipo durante la pandemia, quindi, non l’abbiamo fatta pensando ai loro rischi. Certo i bambini potevano essere veicolo di diffusione del contagio: il calcolo, però, era molto complicato, e i modelli di previsione utilizzati, nonostante gli esercizi e i virtuosismi dei matematici e dei comitati tecnici, non si sono dimostrati praticamente in nessun caso affidabili. È così che a fine 2022 la scelta fatta su ragazzi e bambini nel corso della pandemia sembra difficilmente giustificabile e ancora una volta legata più alle opinioni che alla scienza: restando negli Stati Uniti, e facendolo apposta (per rimaner lontani da polemiche che finirebbero su un ‘Giorgia Meloni si o Giorgia Meloni no’ molto lontano da ciò che vogliamo dire), l’83 per cento dei Democratici si dichiarava preoccupato per i suoi bambini potenzialmente esposti al Covid durante le ore di scuola, mentre questa percentuale, fra i Repubblicani, scendeva al 49; il 65 per cento dei Democratici americani era favorevole alla didattica a distanza, il 61 per cento dei Repubblicani era contrario. È un esercizio che dimostra quanto la realtà di una comunicazione, quella moderna fatta di Internet e di Social network, veicolando le notizie in un certo modo e alzando e abbassando i toni, sia finita per influenzare una certa politica; che spesso ha visto nei numeri di chi, chiuso in casa, ascoltava una diretta Facebook, una platea potenzialmente infinita di elettori, e a sua volta, dato che in una democrazia la platea di elettori è potere, più che rimettersi al giudizio della scienza si è sostituita ad essa, spesso cooptando scienziati attratti dalla luce. Essere ‘pro-mask’ o ‘no-mask’ , ‘pro-vax’, o ‘no-vax’, passato lo sgomento iniziale – il momento in cui si moriva e non si sapeva cosa fare – è diventata a un certo punto del percorso della pandemia una questione d’identità politica: una reazione, spesso sproporzionata e aggressiva, all’opinione dell’altro, più che a un rischio che reale era di certo, ma, passati i primi mesi, controllabile. Il Covid è stato, ed è, qualcosa di molto vero, di molto serio: una malattia che ha portato, in un modo o nell’altro (i genitori e gli amici che non ci sono più; il lavoro perso, le amicizie spezzate, i figli disorientati e quasi incapaci di ridere o parlare) enorme sofferenza. I rischi reali sono stati, così pare, sopravvalutati. Sottovalutare un rischio è pericoloso, sbagliato: a chi dice però che farlo è comunque, in casi come questi, la cosa migliore – e che spaventare la gente, “specie gli italiani” (“perché solo questo capiscono”), è stata in ogni caso la miglior scelta possibile, si può rispondere in primo luogo che invocare sempre e comunque le misure più drastiche (come i lockdown a colori, o i famosi “lanciafiamme”, o le scuole chiuse) rende poi molto difficile scegliere, ad esempio per un politico o un amministratore pubblico, quale sia la strada più giusta da prendere. Soprattutto nel momento in cui si arriva alla polarizzazione delle opinioni (come quella americane; da noi va meglio?) e al quasi tifo calcistico, è difficile trovare basi per una discussione che permettano di arrivare a un consenso identificando le misure ottimali per affrontare un rischio. E in secondo luogo, si può ricordare che gridare troppo “al lupo” può far perder credibilità nel momento in cui il lupo arriva per davvero sulla porta di casa e nessuno ascolta più: ne fanno le spese oggi proprio quei medici che non capiscono come la gente possa aver dimenticato che il Covid c’è ancora e non riescono a smettere di preoccuparsi, e quei giornali che sulla pandemia, che portava tanta pubblicità, hanno puntato tutto, ritrovandosi ora con meno del 40 per cento degli italiani che si fida di ciò che pubblicano e i giornalisti li odia (fenomeno già iniziato da tempo che vede ora un picco di sentimento negativo). Se vogliamo confrontarci con la scienza, lo dobbiamo fare anche quando ci dice qualcosa che non vogliamo sentire; all’inizio ci diceva che il rischio più grande poteva esser quello delle tensioni sociali e della discriminazione, ora pian piano tenta di dirci che la malattia c’è ancora e non va sottovalutata, che ci sarà ancora chi si ammalerà (e che non serve arrabbiarsi se ci si ammala dopo quattro vaccinazioni), ma che la pandemia è finita. Ci dice che qualcosa abbiamo sbagliato, e ci ricorda che l’unico modo giusto per andare avanti è essere onesti anche sugli errori, imparare da essi (compreso l’evitare la corsa ai ricoveri dei contagiati in ospedali e cliniche private sovraffollate, bacini di contagio) e cercare di non ripeterli più. Togliamo quindi il Covid alla politica, per lasciarlo, stavolta per davvero, nelle mani della scienza, e poi in quelle della storia.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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