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domenica, 25 Settembre 2022

Il Partito Democratico verso il voto. ‘In gioco la credibilità dell’Italia’

20.09.2022 – 08.02 – Una crisi di governo capitata tra capo e collo, e una crisi economica, energetica e geopolitica a completare il quadro; la scelta che saranno chiamati a fare gli italiani con il voto del 25 settembre è quanto mai decisiva per il futuro dell’Italia. Eppure le condizioni non sono delle più favorevoli: con una campagna elettorale preparata in fretta e furia, in un periodo particolarmente inusuale per le elezioni, l’autunno coincide con le scadenze della legge di bilancio, la sensazione è che anche questa volta il dibattito sia caratterizzato più da slogan e frasi fatte, che da contenuti e soluzioni, di cui l’Italia, oggi, avrebbe invece molto bisogno. Tra i “big” che si fronteggiano in questa campagna elettorale-lampo, il Partito Democratico, con il suo leader Enrico Letta, occupa un posto di rilievo; un programma fitto di proposte che approfondiamo con il consigliere regionale del PD e vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Russo.

Che campagna elettorale è, questa delle elezioni 2022?

“Confesso che questa è una campagna elettorale che non mi piace. Sicuramente non aiuta il fatto che sia breve e fatta durante l’estate, precipitata con una crisi di governo che in fondo gli italiani non volevano. È una campagna elettorale in cui è difficilissimo far emergere i contenuti, che pure ci sono”.

Le prime pagine del programma del PD sono quasi interamente dedicate a spiegare i motivi per cui non si dovrebbe votare la destra. Non è controproducente come strategia?

“Il rischio effettivamente di demonizzare l’avversario come prima scelta è molto alto. Viene fatto un po’ da tutti ed è figlio anche di un dibattito pubblico che si è impoverito. Ormai non si discute più nel merito e al contempo sono gli italiani per primi che si accontentano, non chiedendo più alla politica un approfondimento reale sui temi, con soluzioni concrete”.

Un problema che quindi è in parte specchio dell’elettorato stesso?

“Sì. Se andiamo a vedere qual è il dibattito pubblico negli ultimi anni in Germania o nei Paesi del nord Europa, dove si sviscera ad esempio il tema dell’energia con le diverse soluzioni cercando di capire quali delle parti in causa propone quella migliore, ci rendiamo conto che in Italia invece molto spesso ci si accontenta del teatrino e si vota per simpatia. La mia impressione è che anche questa volta si finirà per votare i singoli leader, favorendo quelli che momentaneamente sono sulla cresta dell’onda. È successo, negli ultimi anni, prima con Matteo Renzi, poi con Matteo Salvini, e ancora con il Movimento Cinque Stelle. Oggi la leader del momento sembra Giorgia Meloni. La verità è che tutti questi personaggi durano lo spazio di un mattino; dopo due anni deludono e il circo ricomincia da zero. Ma ad essere in gioco è la credibilità del paese”.

La credibilità a livello europeo?

“Sicuramente, e da questo punto di vista mi sento di segnalare un effettivo rischio di vittoria della destra, che oggi non sembra all’altezza di rappresentare l’Italia a livello internazionale. Quando Giorgia Meloni dice all’Europa: ‘se vinciamo noi è finita la pacchia’, è evidente che non è una leader all’altezza. Va bene per prendere quattro applausi in piazza, ma non capisce che l’Europa è la stessa che negli ultimi due anni ci ha sostanzialmente regalato 120 miliardi di euro, ce ne ha dati a prestito altrettanti e ci ha permesso di salvare il debito pubblico. Quindi la pacchia c’è stata per noi, non per l’Europa. Questo dimostra che su un tema tanto delicato, che riguarda la vita delle famiglie e delle imprese italiane, non solo Giorgia Meloni ma questa intera destra non è all’altezza. Il tema principale credo sia quindi proprio l’inadeguatezza, ed è qualcosa che abbiamo già sperimentato proprio con il Movimento Cinque Stelle, che ci ha insegnato cosa significa avere delle persone totalmente inesperte in parlamento. Se vincerà la destra, credo si correrà lo stesso rischio”.

Come è giusto che sia, saranno gli italiani a scegliere. Ma si può davvero parlare, oggi, di scelta consapevole, quando si tratta di voto? 

“Molto spesso, purtroppo, e vale anche per chi vota per il centrosinistra, la scelta è dettata o dalla ‘pigrizia’ o si fa per ‘tifoseria’, ma comunque quasi mai sulla base di un’attenta lettura delle proposte dei programmi. Io credo che il salto di qualità in Italia lo faremo quando saremo in grado di eleggere persone magari apparentemente ‘noiose’ ma competenti e capaci di garantire stabilità e credibilità a livello internazionale. Detto questo, è superfluo ribadire che gli italiani possono e devono votare assolutamente chi preferiscono; il tema però è farlo avendo capito quali sono veramente le differenze in campo, il livello di credibilità e la capacità di gestire un paese”.

Entrando nel vivo del programma, salta all’occhio il tema geopolitico. Il PD conferma un’Italia atlantica, posizione ben nota, ma al contempo parla di un paese che guarda all’area dei Balcani, territori rivolti però più verso est che a ovest. Le due cose possono convivere? 

“Le due cose si tengono insieme: l’Europa è forte dentro a un sistema di valori e di rapporti economici che è ovviamente legato principalmente al rapporto con gli Stati Uniti e con le democrazie occidentali. Contemporaneamente però, da un po’ di anni, da parte degli USA c’è stato un progressivo disimpegno rispetto al coinvolgimento in altri territori, quindi oggi la responsabilità delle decisioni torna all’Europa e quindi anche all’Italia. In questo contesto i Balcani rappresentano il giardino dell’Europa, in particolare per Trieste: è il nostro retroterra. Dobbiamo comunque pensare che in parte l’ex Jugoslavia è già dentro l’Unione Europea, e altri paesi sono in attesa di farvi il loro ingresso, un processo che credo bisognerà completare velocemente proprio per sfruttare il fatto che siano un ponte naturale e sbocco verso l’est del mondo”.

E verso la Russia?

“Io spero che dopo questa pessima parentesi della guerra in Ucraina ci sia una Russia che vada oltre alla follia di Putin e passi attraverso uno sguardo di collaborazione con l’Unione Europea. Questo, credo, sia qualcosa per il quale dobbiamo lavorare; in passato ci siamo già andati vicino, ed è un’operazione molto difficile anche dal punto di vista economico, non soltanto culturale e politico. Ma se pensiamo alla Russia di Dostoevskij, della cultura e delle arti di Pietroburgo, pensiamo a un paese che è legato indissolubilmente all’Europa e quindi spetta a noi creare anche le condizioni di equilibrio globale, pur restando dentro un rapporto preferenziale che è quello con gli Stati Uniti. Anche perché quest’ultima è una scelta di democrazia: la Russia, la Cina e molte altre realtà, su temi come la garanzia dei diritti e sulle libertà fondamentali, non hanno fatto una scelta che l’Occidente ha invece fatto in maniera molto chiara nel secolo scorso”.

E i rapporti con la Cina? Non cozzano con un’Italia atlantica? Eppure per Trieste rappresenta un bacino importante in termini di opportunità economiche. 

“Io voglio ragionare su un mondo che non è conflittuale e che è in grado di trovare degli equilibri. Quindi un’Europa forte, che si affianchi agli Stati Uniti ma che sia in grado anche di dialogare con la Cina. Non dimentichiamoci comunque che l’Europa dal punto di vista economico non è da meno di Stati Uniti e Cina; una forza che è data dalla sua unità è che può essere anche un fattore di pacificazione, di stabilità. A quel punto si dialoga con tutti. Trieste è legata principalmente all’Europa: il porto lavora con grandi investimenti della Germania, dell’Ungheria, dell’Austria, ma anche della Turchia, e domani continuerà ad essere anche un riferimento per le merci che arrivano dalla Cina, pur conservando l’indipendenza e l’autonomia che ha sempre avuto. Pur essendo salda la nostra collocazione occidentale, le due cose secondo me non sono assolutamente in contraddizione”.

Crisi energetica: il Partito Democratico punta sulle energie rinnovabili, si dice contrario al nucleare e sui rigassificatori parla di soluzione ponte. Ma basterà?

“Il gas al momento rimane l’unica soluzione ponte. Sulle rinnovabili abbiamo visto che, nel momento in cui gli investimenti e le imprese decidono di spostare la ricerca sul tema, in pochi anni gli obiettivi si raggiungono. A questo si deve affiancare anche un cambiamento degli stili di vita, che siano più consapevoli; senza considerare poi il fatto che con le tecnologie che abbiamo oggi, pensiamo ad esempio all’idrogeno, tra poco saremo in grado di rivoluzionare il tema dell’energia in maniera importante. Nel frattempo la questione è utilizzare al meglio il gas e costruire dei percorsi di autonomia e, anche se non piace, trovare alcune sedi per dei rigassificatori, magari con delle soluzioni temporanee come le navi al largo di alcune realtà, senza essere dipendenti da altri paesi. Avere un rigassificatore significa comprare il gas da un qualunque paese ed essere autonomi potendo scegliere anche il prezzo da pagare”.

Perché il nucleare non rappresenta una soluzione valida?

“C’è un grande tema che riguarda il nucleare, ma ha dei tempi che non lo rendono adatto come soluzione ponte, perché costruire una centrale nucleare nel nostro Paese significa aspettare almeno una decina d’anni. Da un lato, oggi, le centrali nucleari che sono ben gestite non rappresentano un rischio, ma c’è al contempo il tema dello stoccaggio delle scorie, che crea prospettive che per i prossimi secoli è meglio non considerare. Sarebbe una delle tante eredità pesanti che lasceremmo ai nostri nipoti e pronipoti. Oggi dunque sembra più ragionevole usare il gas ancora per un po’ di tempo e progressivamente creare le condizioni per il solo utilizzo delle energie rinnovabili”.

Salario minimo, una proposta giusta sulla carta. Nella realtà non rischia di rimetterci l’impresa che non è più in grado di sostenere i costi? 

“Se un’impresa per vivere paga 3 euro all’ora un lavoratore, però, non è un’impresa. Se l’azienda non è in grado di sostenere i costi allora vuol dire che fa un prodotto sbagliato e non è in grado di stare sul mercato. Se al contrario un’impresa ha un prodotto che regge e vende sul mercato, allora è anche in grado di pagare il giusto salario ai suoi dipendenti”.

Vale anche per le piccole imprese?

“Le piccole imprese sono di solito quelle che pagano meglio e difendono di più i propri lavoratori perché ne comprendono meglio il valore. Il piccolo imprenditore piuttosto continuerà a non guadagnare lui pur di pagare lo stipendio del dipendente, perché sa che quel lavoratore fa la differenza e non è facilmente rimpiazzabile. Poi certo, tra i propositi c’è ovviamente anche il cuneo fiscale, quindi il tema dell’abbassamento del costo del lavoro, che è necessario per far sopravvivere le imprese”.

E in quali settori verrebbe applicato?

“Il discorso è molto complesso perché il salario minimo è un tema europeo così come anche l’indicatore dei 9 euro. La verità però è che noi in Italia dobbiamo stare molto attenti a come introdurre questa novità, individuando la modalità giusta. È vero che ci sono molti lavoratori che oggi sono sfruttati e guadagnano meno di 9 euro all’ora, ma è altrettanto vero che c’è una contrattazione collettiva che molto spesso garantisce ben più di 9 euro l’ora; bisogna quindi evitare il rischio che ci sia un abbassamento del salario per alcune fasce di lavoratori. Al contempo però sappiamo che ci sono troppe sacche di lavoro mal pagato, sfruttato, molto spesso anche dagli stessi enti pubblici. Chiunque lavora deve essere in condizione di arrivare a fine mese; è un paradosso che chi ha uno stipendio rimanga comunque sotto la soglia di povertà; è inaccettabile”.

Scorrendo ancora il programma, si arriva a un tema delicato, quello del fine vita. L’Italia è un paese laico, ma lo è davvero? 

“Sì, ma è anche un paese in cui ci sono sensibilità molto diverse su questo tema e al contempo anche molte strumentalizzazioni politiche. Sono questioni su cui personalmente io ritengo che la politica debba entrare in maniera molto delicata, senza pensare di arrivare a normare in maniera troppo specifica. Non penso però ci sia un’ingerenza della Chiesa cattolica, se la domanda è questa”.

Nel programma si parla molto dei giovani. Ma che generazione è quella dei giovani di oggi?

“Sicuramente è la generazione che rischia di essere la meno fortunata degli ultimi sessanta o settant’anni a questa parte, perché è la prima generazione che ha aspettative decrescenti per il futuro rispetto a quelle che l’hanno preceduta. C’è poi una generazione, quella dei genitori, la mia, che è stata molto individualista, e che oggi è costretta a spiegare ai propri figli che non ci sono più le opportunità di un tempo, senza però probabilmente avere la credibilità per dire loro l’unica cosa importante, cioè che non ci si salva da soli e ciascuno deve fare la propria parte.
Come educatore e professore prima che da politico io ho molta fiducia nei giovani di oggi, perché crescere nella consapevolezza che davanti c’è una situazione di difficoltà e che il futuro bisognerà conquistarselo credo permetta di far crescere con più voglia, più grinta e molta più consapevolezza. Il tema vero è però anche quello di creare le condizioni affinché tutti quanti si sentano di nuovo parte di un progetto di ripartenza, così come fu per i nostri nonni e bisnonni che usciti dalla guerra si rimboccarono le maniche contribuendo alla ricostruzione del paese”.

C’è un grande tema che riguarda i giovani, ed è quello dell’istruzione. A che punto siamo in Italia?

“Su questo, se io dovessi definire qual è il cuore del mio programma di futuro, continuerò a sostenere sempre che la vera democrazia è quella che garantisce una formazione di qualità per tutti. Quello che mi spaventa è oggi lo scarso investimento in formazione nel nostro paese rispetto ad altri. Di fatto stiamo perdendo una competitività che invece avevamo, l’Italia aveva delle eccellenze reali. Oggi i nostri giovani rischiano di trovarsi là fuori nel mondo con coetanei di altri paesi che hanno una formazione migliore, e sono quindi più competitivi sul mercato del lavoro, che via via diventa sempre più globale. Proprio per questo nel nostro programma uno dei due grandi baricentri è – assieme alla sanità – quello dell’educazione. Due grandi “gambe” che danno qualità della democrazia: un’attenzione alle persone che non lasci indietro nessuno e che dia a tutti le stesse opportunità. Abbiamo bisogno di un sistema di istruzione che sia in grado di tirare fuori i propri talenti e di valorizzarli, comprendendo che questo significa a tutti gli effetti un vantaggio per il territorio stesso”.

Il tema della parità di genere è assieme ai giovani altrettanto centrale nel programma. Si parla di introdurre premialità per le aziende che assumono donne. La critica che viene mossa è la medesima delle quote rosa: non si rischia che le competenze e le professionalità passino in secondo piano?

“Noi oggi in Italia siamo così indietro sul tema della parità di genere nel mondo del lavoro che dobbiamo necessariamente copiare le misure che sono state applicate dai paesi che ce l’hanno fatta, dove la parità tra uomo donna è reale, mi riferisco ai paesi del nord Europa in particolare. Perché ciò che poi si verifica nel concreto, e che bisogna evitare, è che un’azienda continui a scegliere di assumere prevalentemente uomini perché culturalmente nel nostro paese si è sempre fatto così; l’Italia è di fatto legata a schemi culturalmente ancora molto vecchi. Non è possibile che, a parità di mansioni, in questo paese le donne guadagnino sempre meno. Ad un certo punto questo tetto di cristallo bisogna romperlo in qualche modo e se l’unico modo è temporaneamente avere degli strumenti, come le quote, che dimostrano che le donne sono altrettanto brave rispetto agli uomini è giusto utilizzarli. Mi rendo conto che sono norme che, solo apparentemente, risultano discriminatorie alla rovescia, ma la realtà è che oggi a livello di parità di genere in questo paese ci sono delle storture nel sistema, e quelle storture vanno aggiustate in qualche modo”.

Uno degli ultimi punti riguarda l’abbassamento del voto all’età di 16 anni. Si è parlato inizialmente di un elettorato sempre meno consapevole: non si rischia semplicemente di allargare questa platea? 

“Come detto, il rischio del voto inconsapevole ce l’hanno tutti oggi nel nostro paese, che si abbiano 16 o 60 anni. Al contempo però credo ci sia il bisogno di riequilibrare, anche dal punto di vista demografico, il voto di oggi. Rischiamo che in Italia il voto sia espressione di chi ha prevalentemente più di 50, 60 anni. Prendiamo il tema delle pensioni: siamo tutti d’accordo sul fatto che non vadano toccate, però nel nostro paese una larghissima quota di spesa pubblica va proprio in pensioni e poco o niente agli incentivi per i giovani. Non dimentichiamoci che oggi stiamo caricando sulle spalle delle nuove generazioni centinaia di miliardi di debito per il PNRR, e la verità è che rischiamo di non utilizzare quei soldi per creare una prospettiva di futuro che apra a delle opportunità per loro. Quindi diamogli almeno la possibilità di decidere come spenderli. Un giovane che riuscisse a essere più presente e a mandare più rappresentanti nelle istituzioni potrebbe in qualche maniera spostare l’inerzia del dibattito pubblico anche sulle esigenze delle nuove generazioni, che sono quelle che hanno pagato più di chiunque altro e che al contempo sono decisive per il futuro del nostro paese”.

[n.p]

 

 

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Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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