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mercoledì, 29 Giugno 2022

La Fossa – parte 1

26.03.2022 – 08.00 – L’allarme della banca squarciava il silenzio della notte; sembrava il grido acuto di un mostro ferito a morte. Due pattuglie della polizia, dalle sirene urlanti, conversero davanti al portone d’ingresso. Gli agenti si lanciarono fuori dai veicoli, pistole in mano. Entrarono nella banca con cautela, mirando alla cieca davanti a loro. L’ingresso era stato forzato dall’esterno, ma nel piccolo atrio non trovarono anima viva.
La banca era sita in una zona remota della periferia di Trieste. Una rete metallica la separava da un intricato boschetto di piccoli alberi dai tronchi contorti. Nel buio della notte, era impossibile intravedere il buco circolare e seghettato.
Il sentiero, stretto, divorato dall’erba alta, si snodava tra i tronchi e sembrava condurre nel nulla. Beatrice correva. La torcia elettrica sobbalzava nella sua mano destra, rischiarando a tratti parti della stradina che le si dipanava davanti. Nella mano sinistra reggeva un sacchetto di juta, rigonfio.

Aveva udito, poco prima, le sirene delle volanti della polizia, e, mentre correva nella boscaglia, pregò che gli agenti non si accorgessero del buco nella rete, che non si lanciassero al suo inseguimento. Dalla parte opposta alla boscaglia, si trovava infatti la sua vettura, parcheggiata in uno spiazzo sterrato, lontano da occhi indiscreti. Aveva preparato il colpo con cura. E ora, mentre era lanciata in una corsa sfrenata, aveva la netta sensazione di avercela fatta, di essere ormai a un passo dalla vittoria.
Nella foga del momento, cieca dall’eccitazione, la ragazza non riuscì a vedere una buca che si spalancava poco più avanti; era un’apertura circolare, grossa quanto il corpo di un uomo; tempo fa, doveva essere stata coperta da un tombino, che ora giaceva divelto in un intrico di cespugli.
Nemmeno i raggi concitati della torcia la illuminarono.
Di colpo, il terreno erboso venne a mancarle da sotto le scarpe. Scalciò nel vuoto. Riuscì a emettere solo uno stridio, un gemito, e si trovò avvolta dalla tenebra. Ebbe la spiacevole sensazione di sentirsi cadere da una certa altezza. Gambe, fianchi, schiena, pancia e braccia cozzarono sulle pareti di cemento, procurandole fitte di dolore intenso nel corpo.
Piombò, dopo pochi secondi, in una pozza d’acqua mefitica. S’immerse in profondità.

Scalciò, agitò le braccia, cercando di non perdere la presa sulla torcia. Nuotò verso la superficie. Sbracciò, mentre strani residui verdastri le scorrevano davanti agli occhi. Emerse prendendo una capiente boccata d’aria, lanciò un grido di rabbia e frustrazione. Nell’impatto con l’acqua, aveva perduto il sacchetto. Prese un respiro profondo, cacciò la testa sotto il pelo della pozza. Con la torcia provò a illuminare il fondo, ma non si vedeva nulla, solo crosticine verdi e marroni che scorrevano in tutte le direzioni. Si ritrasse disgustata, colpì l’acqua con un pugno, bestemmiò.
Puntò la torcia lungo le pareti di cemento, nella speranza di trovarvi una scala. Ma queste risultarono lisce, inscalabili e trasudanti umidità. Lanciò un timido grido di aiuto, ben sapendo che in quella zona di periferia, in quella boscaglia ben poco frequentata e a quell’ora della notte, nessuno sarebbe riuscito a sentirla e a chiamare soccorsi. Decise di risparmiare il fiato. Per fortuna, non aveva riportato traumi alle gambe o alle braccia. Nonostante la caduta, si sentiva ancora in forze.

Roteò la torcia in giro, scovando, alla sua destra, una sporgenza in cemento, simile a una piccola piattaforma. Sguazzò nell’acqua melmosa e, con una serie di bracciate, le si fece incontro. Vi posò sopra la torcia, si aggrappò al bordo e, scalciando, riuscì a sollevarsi fuori dalla pozza. Rotolò sul fianco, tossì. Un rivolo d’acqua putrida le guizzò fuori dalle labbra, la sputò. La piattaforma era lunga poco più di due metri e larga un metro e mezzo. Non capì a cosa potesse servire, ma ringraziò chiunque l’avesse costruita.
Si guardò attorno, indecisa sul da farsi. Un silenzio tombale sembrava inghiottire il mondo, spezzato solo a tratti dal suo respiro. Dopo qualche minuto, udì uno sciabordio flebile alzarsi dalla pozza. Girò il volto, puntò la torcia in quella direzione. E si sentì venire meno.
Vide una sagoma scura fendere l’acqua, a circa quattro metri dalla sua posizione. Nel cono elettrico della torcia, poté distinguere una grossa coda a punta; un corpo solido, nero, con scaglie cornee e placche ossee; due piccoli occhi scuri, come biglie di una bambola malvagia, e un muso largo e corto. L’animale aveva una lunghezza compresa tra i tre e i quattro metri.

Si avvicinò alla piattaforma, fluttuando nell’acqua. Girò la testa robusta, fissando la ragazza irrigiditasi dal terrore, e dischiuse le fauci in un ghigno tremendo, rivelando zanne di varie dimensioni.
Beatrice riconobbe subito l’animale. E altrettanto subito si chiese cosa mai ci facesse lì. Non era una specie autoctona, non s’era mai visto nulla del genere in una città come Trieste. Ma i suoi occhi la fecero ricredere. Quel mostro era effettivamente lì, davanti a lei, e di certo stava già pregustando la sua carne.
Dopo un attimo di puro smarrimento, misto di sorpresa e terrore, cercò di reagire. Agitò la torcia puntandola dritta negli occhi del rettile, gli gridò in muso con fare aggressivo.
L’animale scosse la testa, come disturbato, e si tuffò nella pozza, svanendo alla sua vista.
La ragazza imprecò. Si mise a sedere sul cemento: la schiena schiacciata alla parete, quanto più lontano possibile dallo specchio d’acqua.
Fece vagare il raggio della torcia tutto intorno a sé. E, proprio dall’altra parte della pozza, vide un condotto fognario, abbastanza largo da permettere il passaggio di un uomo a carponi. Doveva assolutamente cercare di raggiungerlo. Magari, quel condotto l’avrebbe riportata all’esterno, da qualche parte. Ma tra lei e quella possibile via di salvezza, c’era l’acqua stagnante e quel mostro che vi sguazzava dentro.

[d.s]

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