03.11.2021 – 09.25 – Tutti abbiamo delle domande difficili, scomode da articolare, questioni che non sappiamo a chi porre, che non riusciamo a dire.
“Telemaco risponde” è uno spazio in cui poterle mettere in parola, anonimamente, ricevendo una risposta cucita su misura.
È possibile contattare Telemaco Trieste, associazione formata da psicologhe e psicoterapeute che si occupa della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, all’indirizzo: [email protected].
Domanda: Buongiorno, sono un’educatrice e lavoro con minori, disagio e disabilità. Le chiedo come dovrei propormi con le famiglie degli utenti, creando una relazione aperta ed accogliente, mantenendo, però, quelli che sono i principi professionali. Mi chiedo, cioè, se ci sia un modo giusto per rapportarsi ai genitori, tenendo una distanza professionale visto che spesso si vede il figlio ogni giorno e si può rischiare di scivolare nella confidenza. Grazie per la risposta, un saluto S.
Risponde Chiara Manzato per Telemaco Trieste: Cara S, la ringrazio molto per questa domanda, profonda ed estremamente riflessiva: cosa vuol dire educare e come si può farlo mantenendo una giusta distanza?
Per tentare di rispondere non posso che ricordare Freud quando diceva che educare, governare e curare sono i tre mestieri definiti impossibili, ma, aggiungerei io, indispensabili, affinché ci possa essere umanità.
Ma cosa vuol dire tutto ciò? E soprattutto come può essere fatto senza cadere nella troppa confidenza e collusione o nell’eccesso di distacco e freddezza?
L’atto dell’educare è sempre un incontro, non solo tra i soggetti, ma anche tra il soggetto e ciò che per quel soggetto significa essere un educatore. Quindi è qualcosa di unico che caratterizza quella persona. Quando si lavora con un minorenne, come dice lei nella domanda, si lavora con tutto il nucleo famigliare e quindi si prende in cura l’intera famiglia.
Non esiste una cura tipo, una cura universale, una cura ideale. La pratica della cura è tale solo se si rivela capace di preservare quell’attenzione per il particolare, per l’uno per uno, per il carattere assolutamente singolare dell’esistenza.
Non esiste, quindi, una cura standard, una cura anonima, una cura protocollare. In questo senso ogni autentica pratica di cura ci ricorda che l’amore è sempre, come direbbe Lacan, “amore nome per nome”. È un principio che non coinvolge solo la gestione strettamente clinica dei rapporti di cura, ma si deve allargare eticamente coinvolgendo la vita collettiva, quella dei gruppi e dei legami sociali, il nostro passato e il nostro futuro.
La relazione educativa comprende sempre una dimensione affettiva, che coinvolge pensiero e sentimenti. Ma questa dimensione affettiva non deve essere considerata un ostacolo da eliminare, un elemento compromettente.
Sembra che ci siano due immagini dell’educatore: da un lato un educatore caldo, genitoriale, emotivamente coinvolto, intuitivo e unico; dall’altro lato un educatore freddo, tecnicista, distaccato, riproducibile in serie. Questi due tipi di educatore sono all’estremità di un continuum, ma forse la posizione più corretta potrebbe essere considerata quella di cui parla Aristotele quando dice che “il mezzo è la cosa migliore”.
Come poterlo fare? Sicuramente è importante avere uno spazio di condivisione. Le riunioni d’equipe possono essere uno strumento buono per confrontarsi quotidianamente o settimanalmente. Fondamentali sono le supervisioni sia psicologiche che pedagogiche con esperti esterni, perché il lavoro dell’educatore è un lavoro che si svolge in solitudine, e proprio per questo l’educatore può correre il rischio di diventare il “salvatore”, il “buon samaritano” trovandosi incastrato in un ruolo, però, disfunzionale. È sempre importante cercare di mantenere un’asimmetria tra l’educatore e l’altro, per non creare una relazione di dipendenza o di amicizia, dove, per l’appunto, l’amicizia è fondata su un rapporto caratterizzato dalla reciprocità. Ed è proprio questo il punto critico che evidenziava lei, S, quando esplicitava una difficoltà nel non cedere all’eccesso di confidenza con i genitori nel momento in cui si è a stretto contatto coi figli per molte ore al giorno.
Il confronto è importante, perché aiuta a mettere in luce quei momenti di fusione o di distacco emotivo con l’altro e a riconoscerlo nel tempo, senza sminuire però, la bussola dei legami e tenere a mente che la troppa vicinanza può generare distanza.
Lavorare come educatore significa stare in una relazione educativa dove l’educatore ha colto l’essenza di questa relazione, comprendendo ciò che fa e l’effetto che la sua azione ha sull’altro, basandosi proprio sui suoi limiti. La sua forza è la consapevolezza di ciò di cui l’altro può aver bisogno, ma, soprattutto, la conoscenza del limite di quel che potrà offrire.
Penso che si possa estendere al ruolo dell’educatore ciò che Winnicott diceva del genitore, ovvero che deve essere “sufficientemente buono” e non perfetto, non deve essere un amico né mostrarsi solo nella legge più autoritaria.
Per concludere, senza concludere, voglio utilizzare l’apologo dei porcospini di Schopenhauer.
“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione” (Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, capitolo XXI, 1851).
Il dilemma del porcospino afferma che tanto più due esseri umani si avvicinano tra loro, tanto più, probabilmente, si feriranno l’uno con l’altro. Ciò viene dall’idea che i porcospini possiedono aculei sulla propria schiena. Questo è in analogia con le relazioni tra due esseri umani.
Questa parabola può considerarsi una metafora sul genere umano e sulle relazioni tra le persone. Il dilemma è il seguente: qual è la corretta distanza da mantenere nelle relazioni per avere il giusto calore e allo stesso tempo evitare le spine? Non esiste però una risposta universalmente corretta a questo dilemma. Per i porcospini l’unico modo per evitare di ferirsi e di pungersi è quello di restare vicini, ma non troppo vicini.


