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lunedì, 15 Agosto 2022

Serbia e Kosovo, di nuovo il rischio conflitto. Si riaccende il fuoco mai sopito

01.08.2022 – 07.31 – Una questione di targhe, una crisi diplomatica già scoppiata qualche mese fa su un argomento solo apparentemente banale: non è tanto la targa dell’auto, il punto chiave, per quanto rilevante da un punto di vista simbolico, quanto la contemporanea imposizione del governo del Kosovo ai viaggiatori in arrivo dalla Serbia e in possesso di documenti serbi, da oggi 1 agosto, di un ulteriore documento d’identificazione all’ingresso emesso da Pristina e valido per tre mesi (peraltro, la stessa regola è imposta, già dal 2008, da Belgrado ai cittadini del Kosovo che visitano la Serbia). Quanto già accaduto a settembre dell’anno scorso si ripropone quasi seguendo lo stesso copione ora, ma il pericolo di arrivare per davvero allo scontro armato, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, con la destabilizzazione della situazione europea e la crescita dell’influenza di Cina e Russia sulla Serbia, è maggiore.

Entrambi i paesi, Serbia e Kosovo, aspirano a diventare membri dell’Unione Europea. La Serbia da tempo, e il suo presidente Aleksandar Vucic non ha nascosto il disappunto serbo dopo le facilitazioni offerte all’Ucraina; il primo ministro kosovaro Albin Kurti ha dichiarato il 18 maggio di quest’anno di voler far entrare il paese nella NATO e nell’UE subito dopo la richiesta avanzata da Finlandia e Svezia, sulla scia di colloqui con gli USA (nei quali, però, l’amministrazione Biden aveva sottolineato di prediligere una via verso la soluzione dei problemi con la Serbia prima di parlare d’altro). Per la Serbia però, e questo è un fatto ben noto, il Kosovo non è una nazione, ma è Serbia, e non si è mai giunti a una soluzione: il Kosovo ha unilateralmente dichiarato la propria indipendenza nel 2008, ricevendo il riconoscimento finora da 117 paesi (fra i quali Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna) – ma non dalla Serbia naturalmente, non dall’Ucraina e non da Russia e Cina (alleate della Serbia), che hanno bloccato l’ingresso del Kosovo nell’ONU utilizzando il loro diritto di veto e dichiarando illegale la sua indipendenza. E, nell’Unione Europea stessa, il Kosovo non è riconosciuto da Grecia, Spagna, Romania, Slovacchia e Cipro, per motivazioni diverse da nazione a nazione.
I cittadini di etnia serba hanno continuato a utilizzare, per le loro automobili, targhe serbe già da dopo la fine della guerra, con gli acronimi delle città del Kosovo; fino a oggi, questa situazione, per quanto non gradita a Pristina, era stata tollerata nelle aree in cui l’etnia serba è presente in maggioranza. Ora, però, Pristina impone per davvero le targhe con l’acronimo “RKS”, Repubblica del Kosovo, che i serbi non sono disposti ad accettare.

Le notizie che sono arrivate in serata dal Kosovo settentrionale sono imprecise, incomplete, ma parlano di allarmi negli insediamenti urbani e nelle chiese, di manifestanti di etnia serba che hanno bloccato le strade in prossimità di due valichi confinari chiave, Jarinje e Brnjak, così com’era accaduto all’atto della dichiarazione d’indipendenza del 2008, di circolazione di veicoli proibita e reindirizzata verso altri punti di frontiera, e di unità speciali dell’esercito in fase di dispiegamento. Non sono confermate le notizie di colpi d’arma da fuoco e del ridispiegamento di unità dell’aeronautica militare di Belgrado. Il presidente serbo Alexander Vucic ha però parlato pubblicamente, e dichiarato che la Serbia non si è mai trovata in una situazione così difficile come quella di oggi, con un rischio reale che va ben al di là degli slogan “Kosovo è Serbia”: secondo Vucic, il governo di Pristina starebbe cercando di avvantaggiarsi sfruttando l’attuale, delicatissima situazione delle relazioni internazionali. Vucic, del resto, subisce forti pressioni sia da oriente che da occidente a causa del conflitto russo-ucraino, essendo la Serbia al cento per cento dipendente dalla Russia per l’energia e vicina ormai alla Cina, ma allo stesso tempo orientata all’ingresso nell’UE e con molti legami economici a occidente.

La pace, in Kosovo, è stata finora mantenuta dalla NATO, con un contingente di circa 4mila soldati. Con la NATO, la Serbia di Vucic, nel caso di uno scontro armato con Pristina, rischierebbe di trovarsi nuovamente in conflitto dopo l’intervento del 1999 (al quale partecipò l’Italia, guidata dal centrosinistra di Massimo D’Alema), una guerra, quella contro la Yugoslavia di allora, che è stata da più parti definita come un fallimento perfetto lastricato di buone intenzioni e portatore di innumerevoli problemi, da non ripetere a nessun costo. Con il riesplodere della crisi, l’Unione Europea, che si è fatta per più di dieci anni promotrice del dialogo nei Balcani e che ha messo nella sua agenda lo sviluppo della collaborazione con i paesi occidentali della regione e il tentativo di mediare per l’ingresso di entrambi i paesi, distratta dalla situazione in Ucraina sembra portare a casa, per aggiungerlo al suo medagliere, un nuovo fallimento diplomatico, in un momento in cui una rottura con la Serbia avrebbe, per Bruxelles (e per l’Italia), pesantissime conseguenze. Tensioni che non potrebbero non riflettersi su una Trieste che vede quella serba come la più grande comunità straniera residente, ma che annovera, fra i suoi cittadini, anche molti kosovari.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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