La pianista del quarto piano di via Cologna

24.10.2021 – 08.00 – Quando avevo venticinque anni, abitavo da solo nell’appartamento di un palazzo sito in via Cologna, a Trieste. Questo palazzo si ergeva minuto tra altre palazzine, che lo sovrastavano, e non aveva nulla di particolare, sembrava una colonna di cemento con delle finestre semplici; nulla a che vedere con i magnifici edifici, in stile austro-ungarico, che si possono ammirare nelle vie del centro città.
A quel tempo, la mia salute mentale e fisica era assai debole, forse a causa dello studio all’Università oppure al timore di non sapere cosa mi sarebbe successo in un futuro non lontano, appena terminati gli studi. Sta di fatto che stavo male, con ombre interiori che allungavano le loro dita gelide all’esterno, privandomi di un sonno tranquillo durante la notte e oscurando la luce vivificatrice del sole durante il giorno. Mi chiudevo nell’appartamento, chino sui libri e sui manuali tecnici, evitando di uscire o di invitare a casa qualcuno dei miei scarsi conoscenti.

Il mio appartamento si trovava al terzo piano della palazzina; era un luogo angusto, scarsamente illuminato, con le finestre che davano su un piccolo cortile in cemento. A me, però, non dispiaceva. Il giorno in cui vi giunsi, sentii una strana musica provenire dal piano superiore e chiesi spiegazioni all’anziana proprietaria. Mi disse che si trattava di una giovane pianista che lavorava nell’orchestra di un teatro di quart’ordine.
Da allora, dal primo pomeriggio fino a tarda sera, sentivo le note del pianoforte. Sebbene la cosa mi impediva di scivolare in un sonno profondo, ero affascinato dalle singolarità delle sue note.

Lo ammetto, non ho mai avuto grandi cognizioni musicali. Ero certo, però, che nessuno dei suoi accordi avesse un qualche rapporto con armonie già sentite prima. Ne conclusi che la ragazza doveva essere una compositrice originale e dotata di una certa genialità.
La sua musica mi incantava per ore e ore, giorno dopo giorno, con melodie che non avevo mai udito prima, melodie che lei stessa andava componendo. Descriverne l’esatta natura mi è impossibile, perché non sono un grande esperto di musica. Si trattava di brani allegri, spensierati, dei motivetti leggiadri, che si alternavano poi, quando scendeva la sera, a melodie più malinconiche, tristi, che scavavano solchi profondi nel mio cuore, facendomi contorcere l’anima.

Quella sua musica deliziosa bussava alla mia memoria con insistenza martellante, e spesso mi trovavo a fischiettarla tra me e me, mentre sbrigavo le faccende domestiche.
Finché arrivò dicembre. Si era ai primi giorni del mese. La Bora si insinuava prepotente nelle strade della città, facendo vacillare le imposte alle finestre. A causa dello studio intenso, le mie facoltà psico-fisiche si erano ulteriormente indebolite. Tutto ebbe inizio dopocena, attorno le ore ventidue. Dal quarto piano sembrò scatenarsi una cacofonia infernale. Era come se la ragazza cercasse di fare rumore, anziché suonare, per tenere lontano qualcosa, per soffocarla, per sovrastarla: che cosa, non lo saprei dire con certezza, ma doveva di certo trattarsi di qualcosa di terrificante.
Erano suoni fantasiosi, isterici, deliranti, che rivelavano le superbe doti della pianista e la sua genialità. Sempre più alta e selvaggia si levava l’acuta voce del pianoforte. In quella frenesia di note, nella mia mente prendeva forma l’immagine confusa di demoni senza volto, lanciati in una danza folle, su abissi senza fondo, tra nubi sfilacciate, tra fumi di un vulcano in eruzione, tuoni e folgori.

Le imposte iniziarono a cigolare, scosse dall’ululante vento notturno che si era acuito in risposta a quella folle cacofonia che echeggiava nella stanza.
Il pianoforte, allora, superò se stesso, modulando suoni che non avrei mai pensato potessero uscire dai suoi tasti.

Travolto da un’orrenda inquietudine, mi decisi di fare la conoscenza di questa incredibile pianista, almeno per accertarmi che stesse bene, perché mai avevo udito una simile composizione. Così mi lanciai fuori dal mio piccolo appartamento. Balzai lungo i gradini della stretta scala, mi trovai sul pianerottolo superiore. La musica si fece ancor più decisa, tanto da farmi tremare i timpani. Bussai alla porta, solo per scoprire che era stata lasciata socchiusa. Appena l’uscio si aprì davanti a me, ebbi un attimo di esitazione. La musica, proveniente dalla stanza in fondo a uno stretto corridoio, si alzava e gonfiava come fosse una marea: mi travolgeva, mi logorava l’anima.
Trassi un respiro profondo per infondermi coraggio. Poi attraversai il corridoio, entrai nella stanza e sentii paralizzarmi. Scosse, con sempre maggiore violenza dal vento, le imposte avevano divelto i ganci e battevano, quasi a ritmo, contro la finestra.
Lei era di schiena, il capo abbassato, rivolto verso la tastiera del pianoforte. Indossava un lungo abito bianco, aperto a V sul dorso, che le metteva in risalto una pelle d’avorio. Notai la sua cascata di capelli ondulati, corvini. L’aria tremava nel suono di quella musica infernale.

Ricordo di essermi avvicinato piano a lei, non volevo spaventarla. Ricordo anche che, mentre avanzavo, un piede dopo l’altro, un profondo senso di inquietudine mi era esploso nel petto, facendomi vacillare la mente.
Di colpo, le raffiche insistenti infransero i vetri. Il gelido vento irruppe nella stanza facendo ondeggiare pericolosamente il grande lampadario, frusciando i fogli dello spartito e animando quei capelli corvini, che presero ad agitarsi come serpenti impazziti.
Colto dall’inquietudine senza fine, allungai una mano verso una sua spalla. Fu un tocco lieve, ma bastò a muovere il corpo di lei. Mi si afflosciò tra le braccia. Nei suoi occhi castani non c’era più alcun barlume di conoscenza. Erano vitrei, sporgevano ciechi fuori dalle orbite, mentre la musica delirante era un’orgia folle di vibrazioni irriconoscibili. Notai un ematoma violaceo correre lungo la sua gola esile.

La tenni stretta a me, mentre precipitavo in un orrore senza fine. E quel pianoforte continuava la sua sonata, inarrestabile. Ricordo di averla cullata un po’ tra le mie braccia, mentre grosse lacrime mi rigavano le gote. Musica e Bora si mescolavano nella stanza, turbinavano attorno ai nostri corpi, piegavano le nostre anime.
Quando la lasciai andare, accompagnandola al pavimento, la luce venne a mancare. Un’oscurità impenetrabile mi travolse. Arretrai, barcollando nel buio; urtai contro un tavolo, rovesciai un vaso, ma riuscii a tornare nel piccolo corridoio. Fuggii all’impazzata da quel luogo di morte. Corsi, volai lungo i gradini della scala, attraversai l’atrio, mi lanciai in strada. Mi gettai nelle anguste e ripide stradine tra le case, fino a trovarmi ad arrancare nelle vie più ampie e al viale che i triestini conoscono bene.

Di tutto questo conservo sempre una terrificante memoria.

Ricordo di essermi trascinato alla Questura, denunciando il fatto alle autorità competenti. Non trascorse molto tempo da quella notte tremenda: gli investigatori interrogarono l’ex compagno della pianista, un triestino di trentacinque anni, che, messo sotto torchio per ore, confessò l’assassinio.
Sono passati molti anni da quel fatto tremendo. Ancora oggi, non ho più sentito una melodia che riuscisse, nemmeno vagamente, ad avvicinarsi al repertorio della pianista del quarto piano di quel palazzo di via Cologna. E, non mi vergogno a scriverlo, ancora adesso, se sento qualcuno suonare un pianoforte, mi vengono dei brividi gelidi e una profonda malinconia mi dilania il cuore.

di Davide Stocovaz