“È politica, bellezza. Politica”. Quando il Green pass è un venerdì da leoni

14.10.2021 – 08.47 – Vada come vada fra oggi e venerdì, il Covid-19, a Trieste, ha mietuto la sua prima vittima economica importante: la visione di squadra di Zeno D’Agostino. È difficile pensare che dopo la nuova, chiara conferma della volontà di D’Agostino di dimettersi di fronte a eventuali blocchi del porto da parte dei lavoratori che protestano contro il Green pass, accompagnata da una dichiarazione, personale e politica, di “Si-Vax” e “Sì-Green pass” (del resto è inimmaginabile che il presidente dell’Autorità di sistema portuale sia una figura al di sopra della politica: la politica, nella sua nomina, c’era appieno prima, c’è stata nel momento in cui la sua carica è stata messa in dubbio e ci sarà dopo le sue eventuali dimissioni) – è difficile pensare, si diceva, che Zeno D’Agostino possa restare al suo posto senza che ci siano conseguenze, visto che i lavoratori portuali, scesi in piazza un anno fa per sostenerlo, gli hanno risposto con un ‘buon lavoro e arrivederci’ (una parte di essi; non così irrilevante rispetto al totale). Un’era si chiude quindi in ogni caso: il porto di Trieste, senza quei lavoratori sempre più specializzati come lo stesso presidente ha sottolineato più volte in passato, non può stare, e quindi la portualità cittadina dovrà (magari gradatamente; nulla accadrà in ventiquattr’ore) avere un nuovo futuro, con D’Agostino (che in questo caso si troverà a dover affrontare la necessità di costruire con i lavoratori un nuovo rapporto, da far evolvere oltre il punto di rottura di questa settimana) o senza D’Agostino (la logistica, anche con un presidente diverso, non dimenticherà Trieste perché, e anche in questo caso è stato D’Agostino stesso a ricordarlo in più occasioni, è vero che ci vuole l’uomo giusto al momento giusto ma è comunque il mercato a determinare le scelte ed è difficile pensare che possa essere il presidente del porto a determinare il mercato).

E mentre i lavoratori portuali, per ora (che non sono una ‘banda di fascisti’ e cade così una facile etichetta usata all’inizio contro chi manifestava) rifiutano i tamponi gratuiti (e questo è giusto: una simile decisione non avrebbe alcuna base logica o scientifica, ma solo ragioni sociali ed economiche e in questo caso andrebbe estesa a molte altre categorie), Trieste è protagonista di una prova di forza fra una base di cittadini e il governo di Mario Draghi: qualcuno plaude alla capacità dei lavoratori stessi di essere tornati protagonisti della lotta dopo più di trent’anni (ma si confonde, non siamo di fronte a un ‘proletariato’: niente lotta di classe, si manifesta per ragioni diverse), qualcuno invoca il prefetto e chiede la precettazione e la polizia per farli lavorare (certamente senza rendersi conto di cosa vorrebbe dire in termini di conseguenze), e nel suo complesso la città si divide in tre: una minoranza che continua senza ‘se’ e senza ‘ma’ la lotta contro il passaporto vaccinale e il vaccino (purtroppo ancora una volta si manca il bersaglio: non è il Green pass il cerchietto al centro, ma lo stato di emergenza), una seconda minoranza che vuole la vaccinazione obbligatoria a tutti i costi (tanto che ora si ‘chiede’, per non dover pronunciare la parola ‘si obbliga’, di vaccinare anche un anziano già guarito dal Covid da pochi mesi e quindi con il Green pass che deve entrare in una casa di riposo, e non si capisce perché, e la risposta dei dirigenti è un: ‘non si sa mai’), e una larga maggioranza di persone che guarda attonita e preoccupata a ciò che succede, e non riesce a spiegarsi come mai la politica, che per mestiere dovrebbe cercare e trovare dei compromessi, sia arrivata ad un testa a testa di questo tipo, fallendo.

Già, la politica. Da studi fatti sugli articoli pubblicati da marzo 2020 a oggi sui principali media italiani, emerge che l’epidemia Covid-19 non ha trovato come suo principale contraltare la scienza (le università, i ricercatori, i medici): certo la scienza c’era, ma a gestire tutto è stata la politica: la scienza è rimasta sullo sfondo. A scontrarsi in televisione e su Internet con toni via via sempre più pesanti, e a monopolizzare i numeri di contagi, malati e morti per l’uno o l’altro scopo, sono stati i politici. La politica ha schiacciato, in Italia, la scienza in termini di quantità di dichiarazioni susseguitasi l’una all’altra ed è intervenuta, mascherandosi – questo sì – dietro i comitati tecnico scientifici, a gamba tesa, decidendo e applicando e disapplicando, fissando gli appuntamenti per le dirette Facebook, producendo tonnellate di carta, sovvertendo le raccomandazioni stesse degli scienziati, elaborando strategie a rotelle e consacrando la validità del trasporto pubblico breve come strumento che lascia esenti dal contagio e la mascherina come rimedio a ogni male. La scienza si è ridotta a un sussidiario, invocato da operatori della comunicazione spesso poco preparati a supporto e commento di quanto detto dall’uno o dall’altro politico; la scienza è diventata strumento di legittimazione di decisioni già prese per altri motivi (decisioni che spesso avevano bisogno di un punto d’appoggio per non sembrare totalmente campate in aria) piuttosto che punto di riferimento. Tanto che, proprio mentre la politica elogia in questi giorni l’idea di andare verso una terza dose di vaccino, le recenti dichiarazioni dell’OMS sull’immoralità (proprio questa è la parola esatta utilizzata) della decisione di partire con un terzo ciclo di vaccinazioni di rinforzo mentre molti paesi del mondo, in particolar modo l’Africa, di vaccinazioni non ne ha vista neppure una, è passata inosservata. L’autorità, anche culturale, della scienza, di fronte alle interpretazioni della politica, è stata messa in dubbio: la politica, di fatto, ha impedito alla scienza di essere ciò che deve essere ovvero neutrale; allo stesso tempo, rifiutando di assumersi tutta una serie di responsabilità che avrebbero dovuto essere invece politiche, ha chiesto alla scienza di giustificare le decisioni (come le chiusure e le regioni colorate), di essere estremamente rapida (dando subito degli obiettivi di immunizzazione e curve di contagio: quelle delle previsioni della primavera e autunno 2020, tutte sbagliate) nonché di avere una voce sola, senza opinioni di dissenso, perché le stesse erano ‘inopportune’ (e si è giunti a proibire di parlare con i giornalisti). Ma la scienza non può avere una voce sola perché è fatta di moltissimi campi e specializzazioni: cresce sul confronto e sul dibattito aperto, non sul pensiero unico, fallisce quando le informazioni non circolano liberamente e non può essere troppo rapida. E i media? Nel frattempo hanno continuato a pubblicare statistiche quotidiane di contagi che non hanno da mesi e mesi più alcun senso, a personalizzare la politica, a esaltare le star, a identificare gli uomini e le donne e non le idee, a polarizzare lo scontro. Strada facendo, è svanita la fiducia nell’informazione (a poco serve che i giornalisti incontrino ora il governo per lamentarsi degli insulti ricevuti: ne arriveranno altri, di insulti, e quella fiducia sarà appena da ricostruire), e si è persa di vista quell’etica di base che avrebbe dovuto ispirare principi condivisi, come la neutralità dell’informazione stessa e anche la necessità di tutelare i lavoratori senza Green pass (compresa quell’eventuale minoranza che tanto piccola non è), non fosse altro perché il Green pass non è più quello che avrebbe dovuto come strumento essere, trovando un modo che funzioni per una larga parte della base sociale (e tempo ce n’era). Questi principi condivisi non possono non essere la base di stabili relazioni sociali ed economiche fra cittadino e cittadino, e fra cittadino e istituzioni. Ecco perché, vada come vada, venerdì 15 a Trieste (con la possibilità che Trieste diventi un simbolo e forse un pretesto: e non è un bene), oltre a pesare sulla testa del futuro sindaco, sarà tutta una questione di politica.

[r.s.][foto: Davide Zugna]