04.09.2021 – 07.00 – Un tempo svettava come una torre di avvistamento d’altri tempi nella pietraia desolata del Carso: oggigiorno fa capolino, la testa coronata di bianche pietre, tra i pini piantati un secolo addietro. È la cosiddetta “vedetta Liburnia“, visibile sul ciglione di Aurisina, tra il monte Berciza ed il monte Babiza.
Quale fu la funzione di questa torre, definita “d’equilibrio”?
E in quale modo si lega alla storia di Aurisina e della stessa Trieste?
La ragione è nuovamente legata alla geografia triestina; da un lato alle difficoltà di attraversamento di un Karst ostile alla ferrovia; dall’altro all’assenza di acqua dolce nel Carso, se non nelle profondità dei fiumi sotterranei.
La cronica carenza di acqua dolce di Trieste trovò una sua prima sistemazione nel 1749, quando venne completato l’acquedotto di San Giovanni, ricostruito sulla base del modello romano, distrutto secondo la leggenda dalla discesa dei Longobardi del 568. L’opera pubblica di Maria Teresa tuttavia si rivelò, cinquant’anni dopo, tragicamente insufficiente quando si verificò la prima grande siccità nel 1802.
Nei decenni a seguire imprenditori e uomini del governo s’industriarono a cercare una soluzione; ne sono testamento i centinaia – spesso invisibili, ma presenti – pozzi interni alla città, così come il carattere sostanzialmente disarticolato della rete idrica triestina.
Si scavò nelle profondità della Valle del Farneto, si progettò la ricostruzione dell’acquedotto romano di Bagnoli, si tentò di sfruttare il bacino della grotta di Trebiciano, si studiarono le fonti di Bagnoli, San Dorligo e del Timavo superiore.

Donau zur Adria)
Un primo tentativo concreto di superare l’ostacolo avvenne nel 1856, quando tre ingegneri tra cui quel Carl Junker autore del Castello di Miramare e dell’Arsenale del Lloyd costituirono la Società dell’Acquedotto di Aurisina. Il fine era di sfruttare le acque delle polle di Santa Croce, trasportandole a Trieste tramite la nuova tecnologia a vapore. Il carattere privato dell’iniziativa si rivelò presto rovinoso per il benessere dei triestini; il completamento della Ferrovia Meridionale, tramite l’ultimo tratto attraverso il Carso, richiedeva l’utilizzo di acqua per alimentare locomotive e vagoni. E non si esitò a incamerare quella stessa Società d’Aurisina nata a servizio della cittadinanza, sfruttando l’acqua potabile per abbeverare i treni merci in arrivo. Nel 1858 la Società vedette all’impresa della Sudbahn che gestiva il monopolio del treno Trieste-Vienna i macchinari e l’uso delle sorgenti, mantenendo soltanto il diritto di usufruire dell’acqua eccedente le necessità della ferrovia. Le priorità dello sviluppo industriale sopravanzavano quelle sociali della cittadinanza, gli interessi dei primi conglomerati industriali e finanziari spadroneggiavano.
Tutti i difetti della nuova soluzione divennero evidenti nel 1865, quando l’acquedotto rimase “all’asciutto” per un mese. Dal 1867 l’acqua eccedente, destinata per la città, era spesso salmastra, poco salubre. Non è difficile immaginare quali fossero le conseguenze a livello epidemiologico nelle periferie triestine.
La cosiddetta “vedetta Liburnia” nacque pertanto per alimentare le stazioni del Carso e in particolare quella di Aurisina (Nabresina), con il funzionamento classico delle torri piezometriche, già approfondite la settimana precedente. La possiamo considerare quale l’antenata della Torre dell’Acquedotto Randaccio; con l’eccezione che quest’ultima è ancora funzionante, mentre la vedetta Liburnia rimane un interessante manufatto di archeologia industriale, ma abbandonato.
La torre utilizzava due macchine a vapore con caldaie modello Cornovaglia da 45 cavalli ciascuna per trasportare l’acqua delle risorgive presso la costa, nella zona degli attuali Filtri, fino alla Torre, la quale a sua volta manteneva costante la pressione idrica e ne riequilibrava il gettito ai diversi serbatoi delle stazioni ferroviarie.
La Torre, collocata 178 metri sul livello del mare, è alta 18 metri. In precedenza, prima che le pietre del Carso si colorassero di verde grazie ai pini neri, dominava l’altopiano alla pari di una fortezza medievale. In sé la struttura non ha particolari dettagli architettonici, se non un certo richiamo al gotico quadrato, in linea con le convinzioni di Junker.
L'(involontaria) funzione di avvistamento è poi divenuta realtà quando nel 1985 la torre è stata restaurata dalla ditta Innocente e Stipanovich, dietro commissione della sezione CAI di Fiume/Rijeka, che festeggiava il proprio centenario. Una placca di bronzo ricorda il restauro che ha conservato all’interno un tubo di collegamento.
Oggigiorno funziona principalmente quale belvedere, sebbene sia spesso chiusa e presenti vistosi segni di abbandono, specie nelle scale interne divorate dalla ruggine.
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[z.s.]
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