Un acquedotto “romantico”: il castelletto neogotico di Aurisina

27.06.2020 – 07.30 – La costruzione della Ferrovia Meridionale che avrebbe dovuto collegare Trieste con Vienna incontrò, nella parte di attraversamento del Carso, un ostacolo imprevisto: mancava l’acqua necessaria per rifornire i treni in transito. Un problema tecnico che si sommava alla sempre maggiore richiesta di acqua potabile da parte della stessa Trieste; tanto a livello di popolazione, in rapida crescita durante la Restaurazione, quanto per il rifornimento delle navi a vapore che affollavano il Golfo.
Secondo la leggenda, furono gli stessi operai a segnalare la soluzione: una fonte presso il mare che diventeranno le sorgenti di Aurisina, a metà tra Santa Croce e Aurisina.
Nel 1852 si costituì allora un Comitato per l’Acquedotto, con a capo il Barone von Bruck, all’epoca anche capo del Lloyd: obiettivo era sollecitare un intervento da parte del governo, attraverso l’utilizzo degli ingegneri idraulici che già lavoravano per la Ferrovia. Dopo aver individuato le sorgenti, si procedette poi con una Società dell’Acquedotto (1855) che decise un accordo con il Ministero dell’Industria, Commercio e Pubbliche Costruzioni. La Ferrovia si sarebbe accollata le spese per la posa delle condutture nelle zone attraversate, così come per la costruzione delle stazioni di rifornimento; mentre la Società avrebbe eretto a sue spese i serbatoi e i collegamenti necessari per “dissetare” Trieste.

Le Sorgenti di Aurisina, lavori di ampliamento del 1901 (data incerta)

Il responsabile dei lavori per la Ferrovia, Carlo Ghega, consigliò poi a sua volta al Governo l’ingegnere Junker quale costruttore dell’acquedotto; e fu così che Junker si assunse il compito di costruire l’iconico castelletto ai Filtri di Aurisina. Se Ghega, per l’impresa di aver superato l’impossibile valico del Semmering e l’altrettanto impegnativo territorio carsico, divenne un eroe del progresso che aveva trionfato contro la natura, altrettanto prestigio ricevette Junker per il cui acquedotto venne insignito della medaglia d’oro al valor civile.
Questo trionfo della tecnica – presagio dell’entusiasmo per la scienza dell’ultimo quarto dell’ottocento – si rifletteva perfettamente nell’architettura dell’acquedotto di Aurisina.
Il responsabile sezione Architettura della Direzione Generale Costruzioni, Paul Sprenger, optò infatti per lo stile del gotico quadrato.
Dopo che la rivoluzione del 1848 aveva sconquassato l’ordine costituito, con la Primavera dei Popoli, il governo austriaco decise di riaffermare il proprio dominio anche in campo architettonico: un unico stile per un unico stato, dovunque fossero presenti le strutture governative e qualunque fosse la loro funzione. Dopo essersi baloccati con lo stile classico, già in uso ai primi dell’ottocento, ci si risolse per uno stile che riconducesse al Medioevo. Strutture grandi, possenti; irte di torri e torricciuole e archi gotici; sulla cui base innestare un florilegio di stili che andava dal neoromantico, al paleocristiano, al neobizantino, al neogotico, al quattrocento italiano.
In altre parole, s’inaugurava la stagione dell’eclettismo: e sarebbero state le umili ferrovie, caserme, ospedali, acquedotti e ponti dell’impero asburgico ad aprirle la strada.

Maschinenhaus der Wasserleitung bei Auresina. (NOE. Oesterreichische Südbahn. Von der Donau zur Adria)

L’edificio dei Filtri di Aurisina, che si affaccia sul mare, presenta un corpo rettangolare, fiancheggiato da due torrette ottagonali e dalle ali laterali. Junker sceglie uno stile medievale dove si notano le merlature, le bifore con arco rotondo e la profilatura in conci di mattone.
È il cosiddetto “castellato“, per il quale si era sicuramente ispirato al castello di Babelsberg (Potsdam, 1846)  a sua volta ideato dall’architetto Schinkel che si era ispirato grazie a un viaggio in Inghilterra, dove aveva notato l’incongruenza di costruzioni industriali a fianco di rovine medievali, giungendo all’intuizione di fondere i due elementi. Questa fusione tra antico e moderno, tra necessità pratica e gusto gotico, era già stata realizzata in Inghilterra con il ponte sul Conway (1826) i cui piloni erano stati modellati sull’esempio delle torri del vicino castello abbandonato. In quest’ambito assume particolare rilevanza l’arco rotondo (Rundbogen) e l’idea della torre quale luogo d’ingresso; alle mura del Comune medievale, un tempo; alla città moderna, nella forma del ponte o della stazione ferroviaria, adesso.
Il materiale prende invece esempio dal monumentale Arsenale di Vienna (1850-56) preferendo l’uso dei mattoni a vista che consente di avere un effetto di bugnato, ma senza l’irregolarità che lo contraddistingue.
Infine, per consentire all’acqua di arrivare fino alla stazione di Nabresina, Junker progettò una torre piezometrica, successivamente dimessa e rinominata quale “vedetta Liburnia“.

Un’ultima curiosità: Junker fu anche l’architetto responsabile del castello di Miramare.
E in quest’ambito, ancor prima che la bianca rocca venisse completata, si preoccupò del rifornimento d’acqua, proponendo di posizionare un serbatoio “sul fondo erariale della ferrovia in vicinanza della stazione di fermata a Miramare“.
La siccità che imperversava nella Trieste di metà ottocento costrinse però a utilizzare anche “la piccola sorgente d’acqua detta Potok di Grignano”. Infine fu lo stesso arciduca Massimiliano a prendere in mano la questione, convocando a Trieste l’abate Richard, famoso idrologo francese, che studierà il modo di utilizzare il corso del Timavo sotterraneo (Recca) per i bisogni del castello.

Fonti: Ogs, Il “castelletto” dei Filtri di Aurisina
Diana Barillari, Giuliana Carbi, Costanza Travaglini, Gotico Quadrato nella metà dell’Ottocento triestino, Trieste, Associazione Culturale L’Officina, 1986

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