Jim Morrison e i 50 anni dalla sua morte: il poeta visionario che corruppe il Rock’n roll con la poesia

“Muore giovane chi è caro agli dei”
Stephen Davis la pensava così su Jim Morrison (James Douglas Morrison 8 dicembre 1943-3 luglio 1971) quando decise di scrivere una delle biografie più pregne, degne e riconoscenti sulla vita, arte e morte del grande poeta americano (Jim Morrison – vita, morte, leggenda pubblicato in Italia da Mondadori, 2004).
Ad oggi, 3 luglio 2021, sono passati esattamente cinquant’anni dalla morte di Jim Morrison, cantante dei Doors negli infuocati anni Sessanta, uomo innamorato del suo tormento, della disinibizione, della trascendenza che percepiva in ogni cosa che viveva, fin da bambino. Ma più di ogni altra cosa, Jim Morrison era innamorato della poesia.

Parlare di questo grandissimo personaggio e definirlo dentro una categoria, una scatola di nomi che etichettano per sempre uno smeraldo brillante e contradditorio, è quanto mai deleterio e banale, poiché Jim Morrison non poteva essere altro che Jim Morrison, un profeta dell’errore, della chiacchiera, del ludibrio, del politicamente scorretto, di tutto quello che era considerato miserabile e di cattivo gusto. Il perbenismo della società americana degli anni Sessanta si celava ancora dietro le rivolte dei Beatnik, che non sono bastate a ribaltare gli schemi della facciata morale e ingabbiata di quell’epoca, ma sono state necessarie, però, a Jim Morrison nella sua adolescenza negli anni Cinquanta, per scoperchiare ancora di più la sua anima rivoluzionaria, coraggiosamente reietta per quella società paralizzata dalla paura di vivere.

Se nasci poeta, inoltre, non lo puoi scegliere.
Se è la scrittura a chiamarti al comando, a guidarti alla vita che non hai ancora visto, devi solo rispondere, prima o poi.
Jim Morrison lo sapeva da quando era bambino, nella sua infanzia sradicata dai continui spostamenti di casa per il lavoro del padre, arruolato in marina, e dalle disattenzione della madre che lo allontanava da sé, quando di notte “Jimmy” l’andava a cercare nel suo letto, dopo essersi fatto la pipì addosso per il ricordo dei pellerossa morti in autostrada: la punizione di una coscienza ipersensibile si ritraeva nel rimprovero della madre che lo obbligava a dormire nelle lenzuola bagnate di urina.

E invece di dormire, oppresso dalla vergogna, scriveva.

La storia della sua infanzia, in particolar modo la memoria dell’incidente stradale dei pellerossa morti sull’asfalto, i suoi genitori, la scuola che lo incastrava dentro gli schemi accademici da cui non si poteva uscire, neanche se eri comunque più intelligente degli altri studenti, si tramutarono nelle sue performance sul palcoscenico, in cadute a terra durante i concerti dei Doors, dove restava immobile per minuti e mezzore; nella “riscrittura” della tragedia di Edipo re nei suoi versi contro il padre da uccidere e la madre da scopare, cantando a squarcia gola il suo risentimento, misto al dolore infantile, il dubbio costante che resta del perché si viene rifiutati così spesso da bambini; nella paura e nell’attrazione della morte; nella ricerca costante del limite da oltrepassare.

Pensieri suicidi si affacciarono alla mente di Jim Morrison già in adolescenza, chiuso nella sottotetto della casa in Virginia, ostacolato ancora una volta dal suo modo beffardo di esprimersi a scuola con le sue scenette provocatorie in classe, i dispetti ai fratelli, le risposte acute e seccanti ai professori, le botte del padre con la cinghia che credevano di ripristinare l’ordine dovuto, per poi essere salvato dalle note di Bo Diddley con la canzone Crackin’ up, che passava alla radio in quell’istante di pensiero.

Ma secondo Ray Manzarek, tastierista dei Doors, qualcuno condusse Jim Morrison alla morte certa e fu Friedrich Nietzsche. Attanagliato completamente da La nascita della tragedia, Morrison si convertì definitivamente al pensiero nichilista, o per meglio dire, si innamorò senza più freni di un sentire che già esisteva dentro di lui, ma che trovò coraggio di espressione grazie al filosofo tedesco, considerato pazzo. Fino a quel momento, le letture che lo avevano accompagnato, guidato e formato erano stati i poeti Beat: Sulla strada di Jack Kerouac, in particolare, lo aveva segnato nel personaggio di Dean, al punto da imitarlo continuamente fino a fare infuriare sua madre; le marine della scuola per passare il tempo nella City Lights Books, la libreria indipendente del più grande poeta beat Ferlinghetti; i testi di Pasto nudo di Burroughs. Con la scoperta, poi, del poeta maledetto Rimbaud, Jim Morrison capì che quella era la via della poesia a cui voleva aspirare.

Per arrivarci, però, scelse il rock.

La rivoluzione musicale stava affollando le radio, le menti e le parole del mondo negli anni Sessanta, e i poeti dell’epoca, per Jim Morrison, erano quelli che appendevano le loro poesie dentro le bacheche dei bar nella speranza di essere scelti per qualche reading. Lui voleva di più. Sapeva di poter fare di più e doveva arrivare più in altro, perché bruciava di fermento.

Niente meglio del rock’n roll poteva trasmettere al mondo i suoi versi, la possibilità di cantarli finalmente con voce orfica, dedicarli ai miti della tragedia greca, incorporare le sue visioni dentro i suoi pantaloni di pelle, i suoi richiami alle danze rituali e alle orge, l’attrazione ancestrale per i rettili, passione che lo portò, inevitabilmente, a essere soprannominato il Re Lucertola.

Ma ben presto ci rimase incastrato, in questo compromesso.
Jim Morrison scriveva in continuo: su fogli, su pezzi volanti di carta, taccuini, muri, tavoli. Non datava le sue poesie, le sue bozze per sceneggiature e schizzi per scenografie, ma un giorno decise di raccogliere tutti i suoi pezzi svolazzanti e ricomporli. Li rilesse insieme alla sua compagna Pamela Courson, affinché lo aiutasse a trovare i pezzi migliori per pubblicarli. Timoroso di non trovare pubblico che rispondesse alle sue poesie e a lui come poeta, ma solo all’icona rock che riempiva i concerti e incentivava le persone a usare le proprie percezioni per imparare a sentire la vita, decise di pubblicare solo un centinaio di copie da distribuire agli amici e persone più ristrette.

Divise il suo materiale in due raccolte, The New Creature e The Lord-Notes on a Vision. Quest’ultimo era chiuso dentro un astuccio blu pieno di fogli di pergamena, ognuno con una poesia, aforismi e versi liberi, pregni della sua immensità visionaria, pensieri acuti che si distillavano in ogni singola parola. Si firmò come James Douglas Morrison ed era l’estate del 1970. Ben presto, la notizia delle pubblicazioni si diffuse e le sue poesie vennero ampiamente accolte dal pubblico, rompendo così ogni timore di non essere capito.

L’arrivo di queste raccolte determinò un’àncora di salvezza per Jim Morrison, che in quegli anni viveva, insieme ai Doors, momenti di profonda tensione a causa del suo arresto per atti osceni in luogo pubblico al concerto di Miami nel ’69, che li vide censurati e messi al bando. Per sfruttare il momento, Morrison decise di provare a incidere la lettura delle sue poesie in uno studio di registrazione, Village Recorders Studios, chiedendo ad alcuni amici di assistere. La seduta durò più di cinque ore e terminò con il suo corpo ubriaco, crollato a terra.

Jim Morrison non completò mai quel progetto. Alla fine di ogni idea, per quanto brillante fosse, non c’era la capacità e forse neanche la volontà di strutturare a fondo la materia per completarla. Ci provarono poi i Doors, nel 1978 a dar luce a quel progetto poetico-musicale, con An American Preyer, che rilanciò il mito di Jim Morrison, discostandosi, però, totalmente dall’idea che egli aveva della sua poesia.

Ad oggi, è probabile che esistano ancora moltissimi pezzi inediti di questo grandissimo poeta, visionario, dal cuore tormentato e veloce come il rock’n roll, che viene studiato nei licei americani dentro le antologie di letteratura, ma non ci è dato di saperlo poiché alla morte, avvenuta il 3 luglio del 1971 al 17 di rue de Beautreillis a Parigi, per arresto cardiaco dopo una notte di alcol e droghe intense, i suoi scritti sono rimasti alla compagna Pamela, considerata una delle possibili cause della morte di Jim Morrison, per avergli somministrato dell’eroina, contro la sua volontà, ma le teorie a riguardo sono ancora vaghe e molteplici. Con la morte della stessa Pamela Courson, avvenuta per overdose pochi anni dopo, gli scritti rimasero in possesso del suo ultimo compagno che se ne disinteressò.

Su Jim Morrison sono stati scritti moltissimi libri, espresse molte opinioni, ipotesi sulla sua morte, giudizi discriminatori sulla sua vita, una ripetuta retorica morale dei suoi gesti, al punto da mettere in dubbio per moltissimi anni se quest’uomo potesse essere racchiuso dentro la cerchia dei grandi poeti contemporanei che hanno contribuito a cambiare la visione del mondo. Quello che conta, alla fine, è che Jim Morrison ha ottenuto quello che voleva, quando diceva: “Sono attratto da tutto ciò che riguarda rivolta, disordine, caos e, in particolare, da tutto il fare che in apparenza è insensato. Mi sembra questa la strada che conduce alla libertà.” (Testo citato dall’Introduzione di Tempesta elettrica, Mondadori 2001, dal titolo Un’intensa visitazione di energia, pag. 19), perché è esattamente quello che ha avuto il coraggio di rincorrere e, per quanto piaccia chiacchierare su queste persone e su questi gesti, Jim Morrison e tutti quelli come lui lo sapevano bene quale fosse il prezzo per viverla, quella libertà: morire come i pazzi per diventare immortali come gli dei.

 

Francesca Schillaci