Quel gran burlone d’Ivan Rendić. La “colonia americana” di Trieste

12.06.2021 – 08.30 – L’eredità dello scultore croato Ivan Rendić si esplicita a Trieste nella costellazione di statue e monumenti edificati nel cimitero di S. Anna per le ricche famiglie della borghesia locale; famosi gli epitaffi funerari per i serbi e i croati, ma non mancarono parimenti omaggi a italiani e triestini. Ricordiamo i monumenti funebri per Stevan Ivankovic (“La Erzegovese”), per Tomo Rosovi (“Vestale addormentata”) per Isan Sabec (“Vjera”).
La fortuna architettonica di Trieste, verso la fine dell’ottocento, dovette molto alla compagine istituzionale-bancaria-assicurativa che volle trasformare in pietra la propria potenza con grandi palazzi di rappresentanza. Rendić realizzò così la statua de “L’Intelletto” per il Palazzo del Lloyd (1886) e de “L’assicurazione” per le Generali (1887).
Forse tra le opere più (in)fauste di Rendic fu la bella statua della Dedizione di Trieste all’Austria, concepita nell’occasione del cinquecentenario anniversario del 1382, successivamente vittima della “Guerra dei monumenti” tra Italia e Austria. La distruzione della Dedizione suona particolarmente ironica considerando come lo stesso Rendic avesse replicato ai nazionalisti che “il monumento protende le braccia e lo sguardo verso il mare e non verso la terra ferma (verso Vienna). Gli elementi architettonici che la compongono si ispirano ai modelli presenti a S. Giusto e nel Museo Lapidario. Cosa volete di più? Basterà levare l’aquila per avere un monumento bello e pronto tutto vostro“.

Questa vena ironica di Rendić non deve sorprendere, perchè lo scultore croato era noto tanto a Trieste, quanto nel Litorale austriaco per un’irresistibile verve che lo portava a goliardate e scherzi d’ogni genere. Nonostante un’attività di scultore ai limiti del workaholic, con oltre 200 monumenti all’attivo tra Croazia e Trieste, Rendic era (quasi) maggiormente noto per gli scherzi che combinava alle istituzioni e ai “foresti”.
In questo contesto la casa di Rendic, più che il Circolo Artistico di Trieste, era la cosiddetta “Colonia Americana“, un’associazione nata nel 1891 che si definiva di “patrioti e fannulloni” che aveva la sua sede presso l’osteria “Alla bella America“. Il cortile dietro l’osteria era stato camuffato dai soci alla guisa di un castello medievale; e i soci in generale si ritrovavano per grandi banchetti e grandi scherzi alle spese della popolazione.
Accanto a Rendić, uno dei protagonisti della colonia americana era Francesco Suppé, all’epoca famoso compositore specializzato in operette di successo e canzonette. Fu Suppé a scrivere il primo inno dell’associazione che si può tutt’ora leggere nella Biblioteca del Museo Teatrale Carlo Schmidl: “Noi semo una fameja, che no ne diol la testa…
Il secondo inno della Colonia Americana venne invece composto dal maestro Dannecker e iniziava pressappoco così:

Nela zelebre contrada
Xe inalzado un gran castel;
Co passé per via Crosada
Fèghe tanto de capel…

Rendic, all’interno dell’associazione, organizzò una delle carnevalate forse più dispendiose in assoluto della Colonia, inscenando nientemeno che lo sbarco degli americani a Trieste con Cristoforo Colombo, il Presidente degli Stati Uniti e gli Indiani, il tutto con salve di cannoni.

Una bella visuale di Piazza Libertà/ Piazza del Macello con l’obelisco della Dedizione chiaramente visibile. Foto dalla pagina Facebook Club Touristi Triestini

Ivan Rendić combinò però i suoi scherzi più famosi per suo conto, spesso con finzioni notevolmente elaborate o pericolose. Una volta ad esempio sostituì lo zucchero del Caffè degli Specchi con zollette di marmo; un’altra volta distribuì in tutte le principali edicole i giornali dell’anno prima, ingannando i triestini che pensavano fosse scoppiata una “nuova” guerra anglo-boera; un giorno si recò nel suo caffè preferito con il manichino dell’atelier camuffato come se fosse un uomo e finse che avesse con sé un cadavere; un’altra volta ancora convinse gli amici che la sveglia che aveva con sé era in realtà una bomba ad orologeria. Durante un viaggio su un piroscafo scambiò le targhe coi numeri delle cabine a una coppia di giovani innamorati che per tutta la notte vennero importunati da gente che cercava di entrare o bussava… E così via con burle che oggigiorno sarebbero foriere di querele, ma che l’infaticabile Rendic alternava ai lavori con lo scalpello.

Fonti: J. C. Damir Murkovic e Natka Badurina, I Croati a Trieste, Trieste, Comunità croata di Trieste, 2007

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