Covid: sindemia e non pandemia. Perché l’economia italiana deve ripartire subito, e le altre malattie

04.01.2021 – 10.33 – Il concetto di sindemia, ovvero l’insieme di problemi che possono derivare dalla concomitanza e interazione, nello stesso tempo, di più malattie, nasce negli anni Novanta, in ambito prima antropologico e poi medico. Una sinergia, quella fra medicina e altre scienze, non insolita: ne è un esempio eccellente, in questi giorni, l’ormai noto fattore ‘R’, che cerca di tracciare l’andamento della diffusione del Coronavirus. Ha visto la luce in demografia ed è stato poi mutuato in termini epidemiologici, acquisendo nuovi significati. Nel 2017, su Lancet, Merril Singer, medico antropologo, assieme a Emily Mendenhall ed altri colleghi, propose l’utilizzo di un approccio sindemico nei confronti di alcune malattie che affliggono o avrebbero potuto affliggere la popolazione umana: le interazioni sociali, biologiche ed economiche, secondo Singer e Mendenhall, avrebbero potuto rivelarsi importanti per una migliore comprensione delle malattie e per la prognosi, il trattamento e le politiche dei sistemi sanitari. Sono trascorsi solo tre anni dall’articolo su Lancet, e Mendenhall, che aveva contribuito allora all’estensione del concetto di sindemia alla medicina, non è pienamente convinta che possa essere appropriato parlarne in modo troppo generalizzato nel momento in cui si discute di pandemia di Covid-19, in quanto alcune nazioni hanno dimostrato una leadership politica e una risposta alla crisi da lei ritenuta esemplare. Nella sua risposta, però, Mendenhall sottolinea anche come estendere la riflessione da ‘pandemia’ a ‘sindemia’ possa permettere di riconoscere anche il modo in cui i fattori politici e sociali possono perpetuare, o peggiorare, l’attuale emergenza: con un preciso riferimento agli Stati Uniti, dove condizioni preesistenti e un sistema sanitario non all’altezza hanno contribuito alla diffusione del virus e a situazioni di distruzione della vita normale e morti che avrebbero potuto altrimenti essere evitate. Una caratteristica della sindemia, che peggiora la gravità di un’epidemia, è l’impreparazione, per qualsivoglia ragione, del sistema sanitario nazionale, alla quale può unirsi una mancanza di pianificazione politica (la ben nota ‘governance’ declinata nel pubblico), finendo per trasferisce le ripercussioni più pesanti di quanto accade sulle fasce di popolazione in qualche modo svantaggiata (non solo da un punto di vista sanitario ma lavorativo e personale). Una sindemia si riflette sulla salute non solo in maniera diretta, ma attraverso il mutamento dei contesti economici, sociali o ambientali all’interno dei quali le persone vivono.

Ed eccoci arrivati, dopo l’introduzione, al dunque. In Italia, come negli Stati Uniti, più che di epidemia o di pandemia si può già da qualche tempo parlare a pieno titolo di sindemia senza che questo termine possa destare scandalo o riesca facilmente a essere scacciato via dall’aria come una mosca. Negli Stati Uniti, per restare nella nazione di Singer e Mendenhall (e in un paese che ama i numeri e le statistiche chiare), secondo quanto riporta Financial Times già a fine ottobre più del 40 per cento dei cittadini ha finora rimandato altri esami e assistenza medica a causa delle misure entrate in vigore con i protocolli Covid-19. E in Italia? Difficile farsene un’idea precisa, visto che le prime pagine continuano a mantenere un fuoco di fila di notizie contrassegnato dai colori di Speranza e dalle tabelle di positivi, contagi e decessi senza sforzarsi troppo di andare un po’ più in là, ma si può ipotizzare che la situazione non sia troppo differente. Di quadro generale e dei veri numeri del Covid in Italia ha parlato pochi giorni fa formiche.net, in un bell’articolo di Giuliano Cazzola, esponendo e analizzando in modo lucido i dati dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS); in Italia al 16 dicembre 2020, dall’inizio dell’epidemia, 190 persone decedute dopo una positività al virus Sars-CoV-2 erano di età inferiore a 40 anni: 130 presentavano già gravi patologie come diabete, problemi al cuore o ai reni, spesso più di tre allo stesso tempo. Sempre al 16 dicembre, l’età media dei deceduti positivi a Sars-CoV-2 era di 80 anni.

Mentre continua a mettere a rischio le vite delle persone più anziane e già malate e a restare qualcosa che non tocca i giovani, il Covid divora economie, coesione sociale e risorse dei sistemi-paese nei quali si diffonde, creando un vuoto all’interno del quale altre malattie debilitanti (che sono poi quelle della mezza età) rimarranno forse per anni prive di diagnosi e trattamento, ed è questo che trasforma ciò che stiamo affrontando in una sindemia: non stiamo fronteggiando esclusivamente qualcosa (il Sars-CoV-2) che, come tutti i virus, a un certo punto e probabilmente di colpo se ne andrà, e con il quale il nostro corpo imparerà a convivere, ma la confluenza di più situazioni pericolose, come il crollo della prevenzione contro i tumori e le visite ambulatoriali per altri disturbi e malattie (ipertensione, sindromi allergiche e respiratorie, obesità, problemi cardiaci) che, se sottovalutati, possono trasformarsi in situazioni croniche, fortemente peggiorare la qualità della vita e ridurla in termini di aspettativa d’anni (e proprio nel momento in cui, vista la sua crescita degli ultimi decenni, le politiche di previdenza nazionali si sono mosse in genere nella direzione opposta, spostando in avanti l’età del ritiro dal lavoro). E fin qui, di bambini e anziani, di scuola (della carenza di preparazione e istruzione, ma soprattutto di maturazione, che la didattica a distanza lascerà) e condizioni psicologiche deboli che possono portare a situazioni psichiatriche, non abbiamo parlato.
Contenere il danno causato dalla sindemia (di rimediare al danno stesso si parlerà più avanti, fra anni; esattamente quando, non lo sappiamo ancora, e chi scrive si sente di dire non prima del 2024) richiederà molta più attenzione alle condizioni della sanità pubblica e dell’economia italiana rispetto a quanto finora si è osato, si osa, ammettere. Dovrà avvenire di fronte allo spettro di una povertà diffusa dovuta ai fallimenti di imprese, artigiani e professionisti (il vero e proprio tessuto del paese) con conseguente nuovo scivolamento all’indietro (come potere d’acquisto e capacità d’investimento) della classe media già indebolita dalla crisi del 2008, che affrontare con strumenti come il Reddito di Cittadinanza, o una cassa integrazione eterna, non sarà facilmente possibile: in una situazione di sindemia, a pagare il conto del Coronavirus, se le restrizioni non vengono rimodulate (e le zone arcobaleno riportate all’interno di un bel racconto fantastico) e l’economia non riparte immediatamente (ed è già tardi), saranno i più deboli. E l’Italia è un vaso di vetro fra casse di ferro.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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