31.01.2021 – 09.17 – L’apparire della variante inglese del Coronavirus ha spronato i ricercatori ad analizzare soluzioni più efficaci per la protezione ed ecco che, come se si tornasse al punto di partenza ripassando dal via (quello dell’efficacia di ‘qualsiasi cosa messa davanti alla bocca è meglio di niente’, come ‘via’, fu dato negli USA da Anthony Fauci, e l’Europa seguì prontamente), si riparla dell’efficacia o non efficacia della mascherina chirurgica: Luis Gil, segretario generale di Asepal (associazione delle imprese produttrici di dispositivi di protezione individuale), in un’intervista a El Pais (la Spagna è una delle nazioni con la situazione epidemica più complessa), ha messo la mano sul fuoco ricordando il punto forse più importante di tutti: “Non ci sono, da un punto di vista medico, chiare specifiche che possano essere seguite da chi le produce”. Le mascherine chirurgiche sono fatte in molti modi diversi, con molti materiali diversi, e in generale non c’è una specifica ufficiale sanitaria che dica che, per contrastare il Coronavirus, devono essere prodotte in un certo modo. Le specifiche esistenti, infatti, rendono possibile, e con una certa precisione, produrre una mascherina chirurgica che protegga da corpuscoli di certe dimensioni, ma non da un virus.
Già da giorni, altre nazioni sono partite all’attacco contro le mascherine chirurgiche e quelle fatte in casa: in Germania, negli spazi chiusi come supermercati e uffici, è ora obbligatorio utilizzare mascherine che filtrino almeno il 90 per cento delle particelle, e la Baviera, fra le polemiche, ha reso obbligatorie le FFP2. Addio, quindi, alla raccomandazione di Fauci, ovvero a quel ‘qualsiasi cosa è meglio di niente’, perché non è così. E a dire il vero, ci ripetiamo, anche questa, come molte altre della vicenda Coronavirus, è una cosa che si sapeva già: le mascherine di tessuto o tessuto non tessuto continuano a essere utilizzate e raccomandate già da un anno, nonostante gli esperti dicano che non sono sicure, e questo a causa del perdurare della mancanza di informazioni sufficienti su come il virus si diffonda.
La mascherina chirurgica, gli esperti l’hanno spiegato già da subito, protegge, e non completamente, le persone che si trovano al di là da essa dalle sole goccioline di saliva emesse nel caso di tosse o starnuti, o con il respiro nel caso non ci sia la distanza di sicurezza di almeno un metro; protegge quindi chi non è contagiato da chi lo è, e quindi la sicurezza che offre è molto limitata, a meno che non ci si trovi in un ambiente controllato (e anche in questo caso, non c’è garanzia: i contagi in ospedale sono stati numerosi). Le raccomandazioni di chi crede fermamente nella sua importanza continuano a sottolineare che se tutti la indossassero utilizzandole nel modo corretto, le infezioni si ridurrebbero drasticamente: così non è stato, e la colpa è stata data prima alla Movida, poi ai giovani, poi ai fumatori, poi agli aperitivi anticipati alle diciassette, per arrivare al cattivo uso che è sicuramente il fattore più importante e non può non esserci, considerata la necessità delle persone di mantenere perlomeno una parvenza di vita normale. Le mascherine chirurgiche usate in ospedale servono per la protezione dai batteri, non dai virus come il Sars-CoV-2, che causa il Covid-19. Chi lavora in ambito sanitario le utilizza, in particolare nel contesto dell’intervento chirurgico (e da qui hanno preso il loro nome), per ridurre il più possibile il rischio di infezioni batteriche, potenzialmente mortali in sala operatoria e nel decorso dopo un intervento. Un virus respiratorio può sfuggire con facilità alla mascherina chirurgica: se quest’ultima è indossata correttamente su un viso rasato e coprendo naso e bocca, sfugge dal 15 a quasi il 50 per cento delle volte, a seconda del tipo di virus – in media, attorno al 30 per cento delle volte. E il Coronavirus è molto piccolo (una FFP2 adatta o una N95, però, possono fermarlo). Se la mascherina non è indossata correttamente, se il viso non è rasato, se il naso è scoperto e molti altri ‘se’ (ad esempio, se l’abbiamo sollevata un paio di volte e magari ci siamo toccati naso e bocca), diventa praticamente inutile, anzi dannosa proprio a causa della falsa sicurezza che può trasmettere l’idea di avere qualcosa davanti alla bocca che ci protegge e filtra l’aria che respiriamo, semplicemente perché non la filtra.
Con una variante virale come quella identificata per prima in Inghilterra – che un virus cambi, è un fatto assolutamente normale nel normale svilupparsi ed evolvere di un’epidemia – la normale mascherina chirurgica, già non utile all’aperto, diventa poco efficace anche in un ambiente chiuso: la variante inglese, in pratica, ‘attraversa’ le mascherine.
E allora, che fare per difendersi? Utilizzare per davvero le mascherine con il filtro come in Germania, le FFP2 (attenzione, devono essere quelle del tipo giusto, non basta la sigla) o protezioni ancora più stringenti? Messo da parte il problema economico (vista la necessità di cambiarle molto frequentemente, non sarebbe cosa da poco: una mascherina FFP2 adatta costa almeno 2 euro, e volendone usare anche una sola al giorno, sarebbero fra i 60 e i 100 euro al mese a seconda della tipologia), e messa da parte anche la difficoltà a reperirle nel momento in cui la domanda dovesse crescere molto (non sono semplici da realizzare come quelle chirurgiche; già con i vaccini, si sta vedendo quanto la produzione e la logistica possano incidere sulla disponibilità, e le fabbriche non riuscirebbero a far fronte alla domanda), resta la problematica più difficile, quella dell’uso.
La mascherina FFP2 non viene raccomandata, come metodo, dalle autorità sanitarie, in quanto con il crescere del livello di sicurezza dato da un dispositivo di protezione individuale come una mascherina filtrante cresce anche il livello di complessità d’uso corretto, e per la popolazione generale tentare di utilizzare una mascherina che offre maggiore protezione e non saper bene come fare, o non avere la possibilità di farlo, peggiorerebbe addirittura la situazione. Un uso non ermetico (tutta l’aria di una mascherina filtrata dovrebbe passare attraverso il filtro stesso), un cambio non sufficientemente frequente, un sollevamento dovuto alla difficoltà di respirarci attraverso o il riutilizzare una mascherina già usata renderebbe tutto di nuovo inutile. Senza dimenticare un particolare comunque importante: il nostro corpo è fatto per respirare l’aria dell’ambiente aperto che lo circonda, compresi virus e batteri, nei confronti dei quali sviluppa difese; niente aria (e luce), niente difese, e come nel caso dell’importante vitamina D quello che non generiamo vivendo nella natura va poi fatto arrivare dentro di noi attraverso integratori, in modo che non ci sia carenza. Ed è sicuramente meglio la natura. Le misure di sicurezza più efficaci contro il Covid-19 restano tuttora, anche con la variante inglese, quelle di subito e di sempre: igiene personale accurata, lavaggio molto frequente delle mani, non toccarsi il viso e la bocca ed evitare gli ambienti chiusi e affollati nei quali non ci sia circolazione d’aria dall’esterno. Ed evitare i contatti non necessari, mantenendo una distanza di sicurezza. Niente di nuovo, né di rivoluzionario. In casi di gravi epidemie rimaste nella storia non i medici, ma le autorità delle città, emanarono decreti e ordinanze per scongiurare nuove epidemie, istituendo altre autorità, lazzaretti e uffici di prevenzione, inutilmente; vinsero invece, alla fine, la razionalità e la scienza, e l’igiene.
[r.s.]


