Cose dell’altra Europa: Ungheria-Cina-Ue, Polonia-Germania, Serbia-Kosovo-Ue, Montenegro-Bosnia

Europa Centrale

18.01.2021 – 10.06 – Ungheria-Cina-Ue: La Commissione europea ha dato il via libera a Budapest per acquistare il vaccino anti-Covid prodotto dalla compagnie cinese Sinopharm.
P
erché conta: Molto machiavellica la strutturazione dell’argomentazione con cui, in un’intervista radio rilasciata il 15 gennaio, il premier Viktor Orbán ha rassicurato i propri cittadini. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Orbán ha sostenuto di aver chiesto ai virologi se “il vaccino cinese causi più danni del Covid19” (non se funzioni nell’impedire il contagio) e che questi gli abbiano risposto che il farmaco made in China non comporta pericoli per la salute delle persone. Si è ben guardato dal menzionare quale sia il suo tasso di efficacia. Il governo Orbán, al potere dal 2010 in Ungheria, ha interpretato la pandemia come un’opportunità imperdibile per perseguire i propri scopi, sia in politica interna che in politica estera. Nel primo ambito, ha approfittato dell’emergenza coronavirus per attribuirsi poteri speciali e governare senza dover passare per il parlamento – già comunque saldamente controllato da Fidesz, il partito di governo. Ma è soprattutto nel secondo ambito che ha ottenuto i risultati di immagine più ragguardevoli. Gli orbaniani hanno sfruttato il Covid19 per presentare l’Ue come un’istituzione lenta, inefficace, iper-burocratizzata, incapace di reggere il confronto con altri modelli più snelli ed efficienti (secondo Budapest), come Cina, Russia, Israele e il Regno Unito post-Brexit. Per esempio, l’alto standard che in Unione europea i vaccini devono rispettare prima di essere inoculati ai cittadini, una delle principali ragioni per cui il farmaco è arrivato più tardi negli Stati Ue rispetto ai paesi sopra elencati, è stato mistificato come un impedimento superfluo, farraginoso, deleterio in questo frangente emergenziale. Come permesso dalla legislativa comunitaria in caso di emergenza, Budapest ha così aggirato le istituzioni europee, acquistando dosi di vaccino dalla Russia e, adesso, anche dalla Cina. In questo modo il governo cerca di persuadere i cittadini che questi due Stati, rivali sistemici di Usa e Ue, siano invece due entità amichevoli verso gli ungheresi, pronti a dare una mano nel momento del bisogno. Mosca e Pechino ringraziano di questa campagna di marketing favorevole, in cui Orbán e sodali si cimentano almeno dal 2014, quando il premier magiaro, sdoganando il suo impianto di “democrazia illiberale”, citò questi Stati non occidentali come esempi da emulare.
P
er approfondire: “Orbán. Un despota in Europa” di Stefano Bottoni [Pandora rivista]

Polonia-Germania: Alcuni partiti di opposizione polacchi hanno lanciato una campagna per spingere le persone di lingua e nazionalità slesiana a dichiararsi come tali – e non “polacchi” o “tedeschi” – al prossimo censimento.
P
erché conta: La vicenda della Slesia, una delle regioni storiche della Mitteleuropa, è estremamente complessa. La regione, situata all’incrocio di quelle che oggi sono Germania, Polonia, Austria e Repubblica ceca, iniziò il Novecento come area periferica della Germania guglielmina, di cui rappresentava uno dei cuori industriali, grazie alla ricchezza metallifera del sottosuolo – soprattutto carbone. Dopo la Prima guerra mondiale, venne smembrata dalle potenze vincitrici che ne incorporarono subito piccole porzioni ai nuovi Stati di Austria e Cecoslovacchia, indicendo invece un referendum per assegnarne la maggior parte del territorio a Germania o Polonia, a sua volta uno Stato che ritornava sulla cartina del Vecchio continente dopo esser sparito nel 1795. Nonostante al “Plesbiscito dell’Alta Slesia” (1921) la maggioranza optò per restare alla Germania, l’esplosione di conflitti furibondi tra fazione filopolacca e fazione filotedesca, unita alla radicata germanofobia degli Alleati, spinse Regno Unito, Francia e Usa ad assegnare la parte più industrializzata della regione a Varsavia e il resto a Berlino. In seguito, la Germania hitleriana riguadagnò il controllo della regione grazie all’invasione della Polonia per poi perderla definitivamente alla fine della Seconda guerra mondiale, quando alla neonata Repubblica Popolare di Polonia venne annessa l’intera Slesia, abitata ancora da folte minoranze di tedeschi e slesiani, un gruppo etnico-culturale dalla definizione molto contestata (di fatto, la loro lingua è un originale mélange di polacco e tedesco). Le autorità comuniste inaugurarono una campagna di polonizzazione di queste regioni. I tedeschi vennero espulsi e si negò che esistessero un’identità e una lingua slesiane: gli slesiani erano solo “polacchi etnici non pienamente consapevoli della propria polonesità”. Le richieste di autonomia e di tutela dello status di minoranza vennero represse fino alla Caduta del muro di Berlino, quando le comunità slesiane conquistarono – con fatica – diritti politici e culturali come minoranza riconosciuta. L’ultimo censimento (2011) ha sancito che oggi essi rappresentino la minoranza più numerosa (circa 850 mila persone) della Polonia, Stato che le pulizie etniche e i genocidi dello scorso secolo hanno reso quasi perfettamente monoetnico. Dopo un paio di decenni di progresso, anche sul piano culturale (sono stati pubblicati i primi dizionari di slesiano e nel 2007 questa lingua ha ricevuto un proprio codice ISO, szl), l’insediamento nel 2015 di un governo radicalmente nazionalista, fautore della “ripolonizzazione” della Polonia, intesa come terra di polacchi patriottici e cattolici, ha rappresentato un inquietante passo indietro per i diritti degli slesiani. Questo il contesto che trasforma il censimento venturo in un campo di battaglia per l’odierna Polonia, un contenzioso che non interessa solo questa minoranza etnica bistrattata dalla storia, ma la tenuta del sistema democratico polacco e le tutele che intende garantire a tutti i propri cittadini.
P
er approfondire: MEMORIE ASIMMETRICHE: IL PASSATO POLACCO-TEDESCO DEVE ANCORA PASSARE [Limes]

Balcani Occidentali

Serbia-Kosovo-Ue: “Europei e albanesi desiderano la sconfitta e l’umiliazione della Serbia”: così il presidente serbo Aleksandar Vučić in un’intervista all’emittente Happy TV lunedì 11 gennaio.
P
erchè conta: Vučić non ha indicato determinati politici “albanesi” o funzionari “europei” (tranne il rappresentante Ue per il dialogo Belgrado-Pristina Miroslav Lajčák), ma ha parlato genericamente di “albanesi” ed “europei”. Ha inoltre vagheggiato minacce contro non meglio precisati “sponsor del cosiddetto Stato”, riferendosi al Kosovo, l’ex provincia meridionale serba dichiaratasi unilateralmente indipendente nel febbraio 2008. L’autocrate serbo, che servì come Ministro dell’Informazione durante l’ultimo governo guidato (dietro le quinte) da Slobodan Milošević, non è nuovo a questo genere di esternazioni ultranazionaliste. Se sulla scena internazionale tende a indossare i panni dell’europeista convinto seppur pronto a intrattenersi con forze non-occidentali, come Cina, Russia, Turchia), quando si rivolge all’audience interna cerca spesso di riscaldare gli spiriti più oltranzisti. Operazione facilitata dal controllo pressoché totale che la sua cerchia esercita sul sistema mediatico. Vučić non ha nessun reale interesse a trovare un compromesso con Pristina. Gli preme molto di più tenere alta la tensione senza arrivare al punto di rottura con Bruxelles: i fondi e la legittimità garantiti dall’Ue sono troppo importanti per il suo regime. La tattica è rodata: creare casus belli artificiali, solitamente stimolando provocazioni antikosovare o causando ad arte incidenti diplomatici, per poi proiettarsi come deus ex machina e risolvere pacificamente crisi che lui stesso ha creato. Il tempismo di frasi così incendiarie potrebbe, inoltre, non essere casuale. L’ormai imminente inizio della presidenza Biden coinciderà per la Serbia con una sorta di ritorno al passato. Interessata esclusivamente ad accordi di breve respiro facili da rivendere a media e opinione pubblica interna come “successi storici”, nei Balcani occidentali l’amministrazione Trump si era presto schierata con il più forte, ovvero Belgrado, caratterizzandosi come la presidenza più filoserba dalla fine della Guerra fredda. L’amministrazione democratica difficilmente seguirà la stessa strada. Fare la voce grossa potrebbe servire a Vučić per ricordare, indirettamente, alla Casa Bianca che la Serbia è sempre pronta a dissotterrare l’ascia di guerra. Non è vero, ma spesso in geopolitica ai pesci piccoli conviene raccontarsi più feroci di quello che possono essere.
P
er approfondire: Usa-to garantito. Joe Biden e i Balcani [Limes]

Montenegro-Bosnia: Il 9 gennaio scorso il neo-premier montenegrino Zdravko Krivokapić ha inviato una nota di congratulazioni alle autorità della Repubblica serba in occasione della celebrazione della “Giornata della Repubblica serba”. Il 9 gennaio del 1992 Radovan Karadžić e altri dirigenti serbo-bosniaci proclamarono la nascita della Repubblica serba, uno degli episodi che precipitarono il conflitto in Bosnia. Questa festività, introdotta con un referendum nel 2016, è stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale bosniaca nel 2019.
P
erché conta: La possibilità che Krivokapić non sapesse quanto questo appuntamento sia controverso e divisivo nel paese vicino non è nemmeno da prendere in considerazione. Chiunque nella regione sa bene che questo tipo di gesti, come negare il genocidio di Srebrenica o dipingere Belgrado come vittima di un complotto internazionale durante il conflitto 1992-95, porta con sé un sottotesto inequivocabile. Colloca chi lo compie in un campo definito: quello filoserbo, quindi filorusso, quindi antioccidentale. Esattamente il segmento di popolazione montenegrina che ci si aspetta che Krivokapić, sulla carta un indipendente, rappresenti. Il premier guida il primo governo della storia del Montenegro post-jugoslavo senza la presenza del Partito democratico dei socialisti (Pds), il partito del padre padrone, attualmente presidente, della repubblica adriatica: Milo Đukanović. È salito al potere dopo l’inaspettata vittoria dell’eterogeneo cartello di forze che alle elezioni della scorsa estate si era coalizzato per detronizzare il Pds, compagine che nel corso di trent’anni di governo è riuscita a permeare tutti i gangli dell’amministrazione pubblica. Nella vittoriosa coalizione anti-Đukanović è molto forte la componente filoserba e ortodossa, aggregata attorno al Fronte democratico, lo storico rivale del Pds. Già pochi giorni dopo il voto, le forze uscite vincitrici erano però state costrette a un bagno di realtà, cioè obbligate a fare professione di filo-atlantismo: l’appartenenza alla Nato, lo status di candidato Ue, la fatalmente strategica collocazione adriatica fanno sì che chiunque si insedi a Podgorica abbia scarsi margini di manovra in politica estera. Dura lex, sed lex. Ci si può concedere al massimo peccati veniali come questa missiva di congratulazioni, per dare un contentino al proprio elettorato e spacciarsi timidamente per filoserbi in potenza
P
er approfondire: Le ragioni del cuore e quelle della Realpolitik nel nuovo Montenegro [Limes]

s.b