Covid, Costituzione articolo 13 e pandemia a roulette. I rischi digitali per la libertà

20.12.2020 – 08.51 – In Italia, la libertà personale è inviolabile: se la roulette delle chiusure natalizie decide per il rosso, partiamo da qui. Il Covid-19 ha cambiato le nostre vite per sempre? Quasi sicuramente no, con buona pace di chi ha predetto questo già a gennaio 2020 (qualcun altro aveva predetto qualche settimana di sacrificio per essere liberi), una volta che la pandemia sarà passata tutto tornerà come prima, e con una certa rapidità. Lo si è già visto questa estate, alla riapertura dei cancelli: il ‘liberi tutti’ tanto odiato dai profeti della seconda ondata (in realtà mai iniziata, per lo stesso motivo per cui non ce ne sarà una terza: semplicemente, non è mai finita la prima). Cancelli aperti uguale quasi tutto di nuovo normale, concerti compresi. Qualcosa, per un po’, sarà diverso: il modo di viaggiare (la Boeing sta brevettando una toilette che si igienizza da sola con gli ultravioletti), le lezioni via Internet, la socialità e il milione di posti di lavoro in meno. Chi ha passato l’adolescenza all’ombra dell’Aids, però, ricorda la paura di baciare: poi, con la generazione successiva, tutto tornò come prima, e non diede più scandalo neppure il sesso orale. Le conseguenze più pesanti le porteranno su di sé i bambini e gli adolescenti, ai quali sono state tolte la scuola, le ore di spensieratezza con gli amici e i primi amori: al posto di questo la Generazione X ha dato in premio lo schermo di un laptop e un bacio sì, ma in videoconferenza, e abbiamo persino tentato di spiegar loro quanto bello incontrarsi via Internet e fare (a cinquant’anni) ginnastica con tanto di selfie sul tapis roulant domestico fosse (non ci sono cascati: per fortuna, a popolare Tinder restiamo siamo noi, non loro, loro non ci ascoltano e forse un po’ gli facciamo tenerezza).

Molte delle cose di prima del Covid torneranno: una, però, no. La libertà. L’11 settembre un bel pezzo di libertà se l’era già mangiato, e per tornare a quella del 2019, in cui Conte era seduto vicino a Salvini, ci sarà bisogno di tempo. C’è infatti chi si presenta alla lezione di danza all’aperto in cerca di notizie e di assembramenti da denunciare sui media, invece che per apprezzarla ed esserne almeno in qualche modo contento; c’è chi ascolta attraverso il muro di casa e guarda dallo spioncino o dal terrazzo per verificare se i vicini siano effettivamente in quattro o in otto, c’è chi pubblica su gruppi Facebook foto di perfetti sconosciuti colpevoli di ‘comportamenti dannosi per la comunità’ o denuncia episodi di ‘inciviltà’ (senza che sia possibile per chi legge, in alcun modo, verificare la veridicità di quanto descritto). Facendo un passo in più possiamo dire: con il Coronavirus, festeggiamo la fine della privacy. Tutto ha preso il via in Cina (che ha chiesto alle sue assistenti di volo di usare i pannolini e non i servigi igienici per prevenire il contagio) e in Corea: non la malattia, presente in Europa contemporaneamente a quella cinese o già da prima, ma l’acquiescenza dei cittadini di fronte alle limitazioni di libertà imposte dai governi. Articoli 2, 3, 13, 24… eppure, liberi non siamo. E se le differenze culturali fra un cinese e un partenopeo potevano giustificare, in parte, questo all’inizio, con il passare dei mesi si è arrivati a qualcosa di molto più universale come denominatore comune al frazionamento della libertà: potere (sia esso economico o politico) e profitto. Esagerazioni? Può darsi. Un mese fa i servizi segreti australiani, però, sono stati sorpresi, da un’agenzia sempre australiana di verifica della correttezza delle procedure statali, mentre raccoglievano ‘inavvertitamente’ informazioni dal database centrale COVIDSafe, e questa raccolta è andata avanti per ben sei mesi. Nessuna prova per ora che questi dati siano stati utilizzati per qualcosa di sospetto o illecito; i dati di un database a ogni modo non arrivano per caso a un altro database, i trasferimenti di informazioni di questo tipo sono sempre frutto di una azione deliberata, quindi ulteriori verifiche seguiranno e i servizi australiani sono stati ‘caldamente invitati’ a cancellare i dati stessi il prima possibile e a fare in modo che le procedure seguite nel tracciamento dei dati dei cittadini siano sempre quelle corrette, con dati che seguono percorsi a prova di qualsiasi ‘deviazione’.

Le misure di sorveglianza, dirette o indirette, introdotte dai governi sull’onda della riferita necessità di garantire la salute dei cittadini si sono estese in pochi mesi in maniera rapidissima, tanto da arrivare a una situazione in cui il premier Giuseppe Conte si sente di ‘rassicurare’ gli italiani sul fatto che gli agenti delle Forze dell’ordine non entreranno nelle loro case durante le festività natalizie: e qualcuno lo critica, non perché non si è chiesto, pur essendo giurista e di fronte alla nostra Costituzione (articoli 3, 13… eccetera), se una cosa di questo genere fosse neppure il caso di dirla, ma perché ‘avrebbe dovuto fare di più’ nei confronti dei cosiddetti irresponsabili. Si invocano ispezioni e presenza del potere esecutivo ancora più forti di quanto già siano. Stupisce, forse, e forse più che stupire inquieta e non poco, che a invocare questi quasi ‘pieni poteri’ siano i sostenitori della stessa sinistra che proprio di fronte alla frase di Matteo Salvini di qualche tempo fa aveva gridato al rischio di dittatura. Quella volta, si parlava di migranti, e Salvini non solo i pieni poteri non li ottenne affatto ma cadde dalla poltrona; oggi Conte, che appunto quell’estate era seduto accanto a lui, quei pieni poteri di fatto li ha, e non si protesta.

In nome della salute tutto sembra diventare possibile e ammissibile, e questo nonostante gli esperti di diritto digitale abbiano sottolineato, già dopo tre mesi dal momento in cui l’OMS aveva dichiarato quella di Covid-19 una pandemia, come il rischio di tornare indietro di cent’anni proprio sul piano della libertà dei cittadini sia concreto e da non sottovalutare. Dai decreti urgenti del presidente del Consiglio dei Ministri si passa ai decreti legge, e la differenza non è così da poco come si può pensare, e i denti sui diritti degli italiani si stringono ancora di più, in un silenzio quasi perfetto, mentre proliferano in più paesi le autorizzazioni all’uso di sistemi di sorveglianza video (diventati in Italia di moda con i migranti e denunciati ad alta voce, e ora usati sugli italiani per ‘monitorare gli assembramenti’), di riconoscimento facciale, di applicazioni di tracciamento (Immuni, per fortuna, dalle nostre parti è stata cronaca di un fallimento annunciato). Esagerazioni? No, basta dare un’occhiata ai siti indipendenti impegnati nella tutela del diritto alla privacy su Internet, ad esempio (i privati, visto il contesto, quelli più affidabili): visti e verificati i dati, ci si può chiedere come mai l’aumento della richiesta di connessioni a Internet sicure da parte dei cittadini sia aumentato di colpo in Egitto del 224 per cento, in Cile del 149 per cento e in Slovenia, a due passi da casa nostra, del 169 per cento. L’Italia arriva molto dopo: chi scrive ha una sua opinione, ovvero che questo dipenda dall’impreparazione digitale dei cittadini più che da un governo più ‘mite’: è comunque a più 59 per cento. Il tracciamento digitale era attivo a novembre 2020 in 35 nazioni: in 14 di queste, attraverso una App che utilizzava anche dati GPS di posizionamento, tradotti in una possibilità dei governi di sapere in qualsiasi momento il luogo in cui un loro cittadino si trova. In metà dei casi, secondo Financial Times, Bloomberg e Guardian, un limite di tempo per la conservazione dei dati raccolti non è stato dichiarato.

Mettere in atto una ‘de-escalation’, facendo tornare anche sul piano digitale tutto come prima una volta che il Covid-19 sarà diventato vaccino o no nient’altro che uno dei tantissimi virus con cui conviviamo (e accadrà, secondo gli epidemiologi, molto più presto di ciò che si possa pensare), non sarà facile e potrebbe essere persino impossibile, visto che una volta messi in opera, questi sistemi di sorveglianza digitale hanno la caratteristica di trincerarsi dietro a difese insuperabili e a essere gestiti da persone tecnicamente molto esperte, il numero delle quali è, a livello globale, attualmente molto ridotto: non chiamiamola apertamente tecnocrazia al servizio dei governi, perché fa molto fantascienza Cyberpunk, però possiamo anche, consapevolmente, sfiorare questa definizione senza temere di sbagliare più di tanto. L’Europa e l’Italia, grazie al GDPR, il regolamento per la protezione dei dati personali approvato fortunatamente poco prima dell’inattesa pandemia, stanno molto meglio di altri, anche se la Francia ha nel frattempo pensato a un progetto per verificare, attraverso il riconoscimento facciale assolutamente fattibile e già ampiamente a disposizione come tecnologia (Facebook lo studiava già da un po’) se le persone che entrano nella metropolitana di Parigi indossino la mascherina o meno. Sull’altro lato del fiume si trovano la Corea del Sud con i braccialetti al polso e l’India, dove più di cento milioni di persone hanno subito il tracciamento attraverso una App che usava sia il GPS che il Bluetooth, finendo per vedere i propri dati disseminati. Una spiegazione ricca di motivazioni per mantenere in vita un sistema informatico, poi, un esperto d’informatica la trova sempre, magari su richiesta, e per tornare all’11 settembre, quanto i governi siano restii a rinunciare al controllo dei cittadini una volta messo lo stesso in opera si è visto in più occasioni, rapidamente dimenticate.
Eppure, ancora oggi, e anche di fronte all’evidenza, c’è chi dice che la libertà dei cittadini non sia affatto minacciata, e che si tratti di ‘fantasie’, di ‘complottismo’. Orwellianamente, “la salute prima di tutto”; un vecchio adagio, che presta il fianco a rischi mai corsi, dalla società civile, dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi. Mentre, come sonnambuli, ci infiliamo nel tunnel di un’era di sorveglianza permanente, e pensiamo che il vaccino a mRNA, o il 5G, siano i peggiori dei nostri nemici.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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