USA, vince il Blu. Joe Biden è presidente, ma i Repubblicani non hanno perso

07.11.2020 – 20.22 – Joe Biden si aggiudica, per un pugno di preferenze (49,7 per cento dei votanti per lui, 49,2 per Donald Trump, e hanno contato molto i voti postali), la vittoria nello stato chiave della Pennsylvania, dove è nato nel 1942, ed è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Una vittoria che, nonostante la ferrea resistenza di “The Donald”, era già nell’aria, anche se stavolta i media statunitensi, timorosi forse nei confronti delle sfuriate (e avvocati) di Trump e del suo atteggiamento non certo amichevole verso i giornalisti e la libertà di stampa, ci hanno messo un bel po’ per sbilanciarsi. Del resto, quella di Biden questa è: una vittoria sul filo di lana, ottenuta in una situazione politica surreale anche a voler lasciar da parte la pandemia.

Nessuna barca repubblicana che affonda assieme al suo candidato, quindi (simpatico, il montaggio con Trump che balla sul natante che scende negli abissi, ma così non è stato); nessuna valanga di voti democratici, niente ondata di sostegno al cambiamento. Anzi si può dire che i Repubblicani tengano più che mai saldamente in mano molte fra le istituzioni importanti della grande nazione d’oltreoceano e un numero più che sufficiente di leve del potere manovrabili a piacimento, soprattutto alla luce del supporto popolare che hanno ricevuto; i Democratici hanno vinto nelle città, raccogliendo sostegno soprattutto da chi ha un tenore di vita più alto ed è meglio istruito, mentre ai Repubblicani sono andate larghe fasce di lavoratori e di comunità numericamente molto grandi, come quella latina, e aree come quella delle campagne dell’America più profonda.
Per Trump, non è stato comunque sufficiente. Molti americani (e un bel po’ di mondo), del resto, si sono stancati dei suoi tweet farciti di egocentrismo, opinioni razziste, di incitazioni alla reazione violenta e di teorie della cospirazione, per lasciar fuori tutto il resto: per molte testate giornalistiche, la verifica quotidiana delle affermazioni fatte da Trump attraverso i Social era diventata una buona fonte d’affari. Per Trump, gli Stati Uniti del resto coincidono con Trump; solo il 47 per cento degli americani considerava pochi giorni fa Donald Trump come un buon presidente e si tratta del primo presidente nella storia degli Stati Uniti a non aver mai ottenuto, nel corso del suo mandato, un giudizio positivo.
Molti altri americani, però, soprattutto quelli delle cittadine più lontane dal business e delle aree rurali, hanno trovato in Trump lo specchio delle proprie paure, dei timori nei confronti di una situazione economica che quattro anni fa non era colorata di rosa, del desiderio di tornare a essere cittadini di una nazione orgogliosa e potente, di una tolleranza verso l’immigrazione considerata eccessiva e sul rovesciamento della quale Trump ha premuto l’acceleratore; sono stati proprio quelli che stanno meno bene a sostenerlo durante la sua campagna elettorale, e quanto si è visto nei mesi scorsi richiama un po’ i temi pro-Brexit, molto più vicini a noi. Di fatto, Trump all’economia americana ha dato (a spese di altri, e l’Europa lo sa bene) forte impulso, riportando a casa lavoro (la riduzione della disoccupazione è stata incisiva, anche se l’economia ora vacilla di nuovo), consentendo alle aziende statunitensi di alzare la voce (e l’Europa, diventata un avversario, se n’è accorta) e gestendo la politica estera in modo solo apparentemente bizzarro, ma in fin dei conti piuttosto accorto, orientandola in una direzione molto chiara: “prima l’America” (del resto, ne era il presidente).

Joe Biden, quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, non porta grandi sorprese, e non solo perché non è giovane. Persona che suscita rispetto non fosse altro per le dure prove che la vita gli ha imposto, potremmo immaginarlo come un nuovo Barack Obama, senza però la novità del primo presidente di colore (del resto, a Obama, Joe Biden è stato ed è estremamente vicino). La coalizione di Biden è molto larga: dai “liberal” delle grandi città ai giovani delle aree suburbane (tradizionalmente repubblicane, ma ora oppostesi a Trump), alle donne e alle minoranze; questo non è necessariamente un bene, perché una fascia di supporto molto dilatata può sfrangiarsi nel momento in cui una leadership vacilla, e Biden è già stato etichettato come “debole”. È stato descritto, e si è lui stesso definito tale, come un politico di centrosinistra, in particolare di area cattolica e quindi cristiano democratico (è di origini irlandesi, delle quali come John Kennedy è molto orgoglioso; e dopo di lui sarà il secondo presidente cattolico di tutti i tempi, altri non ce ne sono stati); la sua attenzione si è sempre rivolta alla classe media americana e ai lavoratori delle grandi industrie, e da questi gruppi ha tratto gran parte del supporto. Molti hanno avvicinato Biden proprio ai Kennedy, in particolare a Ted, che Biden considera suo mentore. Dal punto di vista della politica interna, è probabile che riproponga i temi di Obama stesso, in particolare quelli legati alla salute, all’ambiente e all’assistenza sanitaria (anche se nel recente passato ha difeso il business delle assicurazioni mediche private sottraendosi all’appello dei Democratici stessi, e nei confronti del clima è stato molto tiepido); si è poi dichiarato pubblicamente favorevole al matrimonio fra persone dello stesso sesso e alla legalizzazione della marijuana e delle droghe leggere, e si è impegnato spesso nelle campagne per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, ha votato a favore della legge americana del 2003 contro l’aborto dopo la ventunesima settimana di gravidanza. Per la politica estera, tutto sarà da capire: se Trump non è stato amico dell’Europa, non aspettiamoci che Biden lo sia molto di più, se non a parole.

Per vedere Joe Biden al timone degli Stati Uniti occorrerà ancora un po’ di pazienza; Donald Trump non sembra disposto ad arrendersi, ha invocato e invocherà i riconteggi e gli echi di brogli elettorali, e i meccanismi del paese a stelle e strisce sono molto complessi, irti di regole poco chiare e di caveat che possono ancora rimettere le cose in discussione, anche se, ormai, è molto improbabile. Una cosa però si vede fin da subito: Biden entra alla Casa Bianca dalla porta di servizio, senza una grande vittoria che gli dia autorevolezza e avendo fatto peggio di Hillary Clinton in diversi collegi elettorali. Il trumpismo è vivo e vegeto, nonostante la campagna tutt’altro che buona e condotta male di Trump stesso; i Democratici quindi sono sì vincitori, ma sconfitti. E incolpare i votanti delle aree rurali per il mancato successo ‘Blu’ non funzionerà: è la politica a dover cambiare, la politica a dover smettere di riproporre sempre gli stessi modelli e di dire le stesse cose. Eppure la politica questa lezione sembra non averla ancora imparata.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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