Rapporto Censis-Tendercapital: 600mila nuovi poveri in Italia, in 5 milioni senza pasti regolari

29.11.2020 – 09.00 – In questo periodo pandemico, tanto il governo quanto i cittadini italiani hanno dovuto fronteggiare numerose sfide, tra queste, anche la lotta alle disuguaglianze sociali, la creazione di modelli di sviluppo per migliorare la qualità della vita, la necessità di garantire e tutelare la salute a livello territoriale e l’adozione di un’economia ecosostenibile ed efficace. Tali tematiche, vengono affrontate all’interno del secondo rapporto Censis-Tendercapital sui Buoni Investimenti, in cui viene posta maggiore attenzione al tema della sostenibilità in particolare. 
Secondo il rapporto, 5 milioni di italiani hanno difficoltà nel mettere in tavola pasti decenti e 600mila persone si sono aggiunte ai “nuovi” poveri; 7,6 milioni di famiglie hanno subito un severo peggioramento del tenore di vita, a seguito di redditi decurtati e spese fisse da affrontare; 23,2 milioni hanno dovuto fronteggiare delle difficoltà con redditi familiari ridotti; 2 milioni sono già stati duramente colpiti nella prima ondata della pandemia; 9 milioni di italiani hanno integrato i redditi da familiari o banche. Oggi restare senza reddito non è più così difficile: a temerlo è il 53 per cento delle persone a basso reddito; mentre il 42 per cento degli italiani vede il proprio lavoro a rischio.

Il rapporto, inoltre, mette al suo interno in rilievo le principali differenze sociali:

  • Il gender gap sul fronte del lavoro femminile: in questo periodo emergenziale, infatti, il tasso di occupazione delle donne è sceso quasi del doppio rispetto a quello degli uomini. Cioè, nel secondo trimestre 2020, il tasso di occupazione delle donne è pari al 48,4 per cento (-2,2 per cento rispetto al 2019), mentre quello degli uomini arriva al 66,6 per cento (-1,3 per cento);
  • Il gap  generazionale tra giovani e anziani: oltre alla difficolta di inserimento delle figure giovani nel mondo del lavoro, altri fenomeni che colpiscono i ragazzi e le ragazze rispetto ai lavoratori adulti sono i contratti atipici e la gig economy, ovvero “guadagnarsi da vivere, o integrare il proprio reddito, facendo lavori saltuari, senza contratto, solo quando viene richiesto o quando si può”.
  • La difficoltà di accesso al web: questo elemento crea infatti automaticamente una condizione di distanza sociale. A tal proposito emerge dal rapporto che il 40 per cento delle famiglie con un basso livello socioeconomico non ha accesso al web.

Il presidente del Censis Giuseppe De Rita, inoltre, lancia nuovamente l’allarme sostenendo che «l’Italia è un paese che patrimonializza da molti anni, e il paese è cresciuto in patrimonio e questo patrimonio si accumula e continua ad aumentare, senza che queste risorse siano adeguatamente reinvestite». Secondo i dati di quest’anno, ha evidenziato, avremo una ricchezza delle famiglie pari a circa 17 mila miliardi di euro, un valore che equivale al PIL di tutto l’anno dell’Italia. Secondo De Rita, «questo atteggiamento di accumulo della ricchezza dagli italiani è dovuto al fatto che tanti interventi pubblici (tra incentivi per casa e vari bonus) sono stati interventi che hanno portato all’aumento della cultura patrimoniale».

Purtroppo, inoltre, tale ricchezza è distribuita male tra gli italiani e rimane soprattutto tra le mani di una fascia privilegiata. A tal proposito il presidente ha affermato che durante questo periodo emergenziale, sono stati gli impiegati, specialmente gli impiegati pubblici e i dipendenti, ad aver risparmiato di più quest’anno. «Addirittura con il covid e con con la crisi, la dimensione patrimoniale e di risparmio collettivo si è acquattata nel ceto medio italiano». «Oggi il ceto medio italiano, va spronato a reinvestire, a rimettersi in gioco, ad andare all’estero o a mandarci i figli, e non può restare ancorato alla sua vocazione profonda da “avare de Molière” ad accumulare” ha continuato De Rita. «E se continuiamo ad accumulare tanto, alla fine restiamo a contare solo le monete senza creare sviluppo».

Ma cosa ne pensano gli italiani? In un’intervista somministrata alla popolazione su economia e futuro, l’86 per cento degli intervistati ha sostenuto che, quando saremo usciti dall’emergenza sanitaria, non dovremmo fare entrare nel nostro paese i prodotti di paesi che non rispettano le regole sociali e sanitarie non omologabili alle regole del nostro paese. L’82,3 per cento degli italiani è inoltre favorevole alle misure destinate a far sì che gli stabilimenti e imprese che producono beni e servizi strategici, rimangano in Italia; mentre il 50 per cento delle persone dice di essere pronto a spendere i propri soldi come consumatore o come risparmiatore per quei settori e quelle imprese che rispettano  la sostenibilità sociale. Su quest’ultimo punto in particolare, il 76,4 per cento degli italiani pensa che i provvedimenti per la sostenibilità ambientale abbiano penalizzato troppo le persone a basso reddito: il 53,2 per cento, ad esempio, dice di essere contrario all’introduzione di altre tasse per auto, moto e caldaie considerate inquinanti, perché alla fin fine, rientrano nelle disponibilità di chi ha si trova in condizioni economiche peggiori.  Invece, il 74,6 per cento è contro l’aumento dei biglietti dei mezzi pubblici per finanziare l’acquisto di mezzi ecologici; infine, i due terzi degli italiani sostengono che la sostenibilità prioritaria debba essere quella sociale. In conclusione, l’aspettativa degli italiani è che le imprese e le istituzioni finanziarie integrino nella normalità dei loro rapporti commerciali e nella quotidianità delle proprie attività, i criteri della sostenibilità sociale.

c.a