05.10.2020 – 09.00 – Ue-Balcani occidentali: Uno studio recente di un’autorevole fondazione tedesca valuta l’impatto dell’Ue nella regione sul piano economico: scarso e sotto le aspettative.
Perché è importante: sulla carta, i sei Stati dell’area (Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia del Nord e Kosovo) sono candidati a entrare nell’Unione europea, scenario che dovrebbe garantire prosperità, stabilità e sicurezza in una regione che fu funestata dalle guerre di disgregazione della Federazione jugoslava (1991 1999).
Negli ultimi tempi la Commissione europea, titolare del processo di allargamento ai Balcani occidentali, ha iniziato a enfatizzare molto la necessità di aumentare la cooperazione regionale.
L’obiettivo è integrare questi Stati tra di loro sotto il profilo economico in modo da facilitarne l’ingresso in blocco nell’Unione. Una strategia pensata anche per compensare la cosiddetta “fatica dell’allargamento”, il sentimento di generalizzata sfiducia e ritrosia verso l’ampliamento del club comunitario che da alcuni anni serpeggia nelle capitali europee. L’ultima entrata, quella della Croazia, risale ormai a sette anni fa.
Il bilancio di questi vent’anni è in chiaroscuro.
Il report enfatizza come la presenza di dispute etnico-territoriali irrisolte, come il contenzioso tra Serbia e Kosovo o le divisioni interne alla Bosnia Erzegovina, la scarsa convinzione dei gruppi dirigenti e la fragilità del quadro normativo-istituzionale abbiano ostacolato l’interazione economica tra le aziende di questi paesi. In particolare, un fattore di profonda arretratezza continua a essere il pessimo stato delle infrastrutture.
Alcune iniziative, come il lancio del Central European Free Trade Agreement (Cefta) nel 2007 e l’integrazione di questi paesi nelle reti di trasporto (Ten-T) ed energia (Ten-E) continentali, hanno portato dei buoni risultati, ma nel complesso i risultati sono stati insoddisfacenti.
A mancare, secondo gli estensori, è stata finora la volontà politica delle classi dirigenti, non abbastanza motivate né incentivate a risolvere le questioni bilaterali. Un altro problema,
paradossalmente, è la capacità attrattiva dell’Ue: agli Stati balcanici conviene molto di più
commerciare con i partner dell’Unione che tra di loro. Pesa molto, infine, la taglia di queste economie: complessivamente i Balcani occidentali producono un pil comparabile a quello del solo Veneto, con numeri che difficilmente possono attrarre investimenti cospicui.
Approfondimento: infografica – L’interconnessione tra UE e Balcani occidentali [sito del Consiglio europeo]
Serbia: alcune nuove leggi in materia di protezione ambientale potrebbero influenzare
massicciamente lo sviluppo economico del paese.
Perché è importante: due dati spiegano bene perché il paese più popoloso della regione (poco meno di 7 milioni di persone) stia iniziando a implementare politiche green, per provare a rendere più sostenibile la propria economia.
Primo dato: come il resto dell’ex Jugoslavia, la Serbia deve fronteggiare livelli di inquinamento parecchio elevati. La causa primaria va ricercata negli impianti obsoleti con cui la repubblica post-jugoslava produce e distribuisce energia. Secondo un’analisi dell’Agenzia delle entrate serba pubblicata lo scorso novembre, nessuno degli impianti termoelettrici del paese rispetta gli standard Ue in materia di protezione ambientale. Limitandosi a un solo indicatore eloquente: lo scorso gennaio sono stati registrati livelli di concentrazione delle polveri sottili sei volte superiori a quelli permessi dalla legge. In uno Stato già piagato da un’emigrazione sostenuta (si stima che la popolazione serba diminuirà di quasi un quinto nei prossimi trent’anni), condizioni ambientali del genere contribuiscono a disincentivare la permanenza di giovani e famiglie. Seppur in ritardo, le autorità stanno correndo ai ripari.
Ma non è solo una questione di presa di coscienza della gravità della crisi ambientale. C’entra
anche l’economia.
Secondo dato: l’Ue è il primo partner commerciale della Serbia. Tra le prime 25 destinazioni delle esportazioni serbe 18 sono Stati Ue: Italia e Germania da sole ne assorbono quasi un quarto del totale. Anche nell’import l’egemonia dei paesi Ue è netta, nonostante quote significative delle importazioni serbe arrivino anche da Russia (7.2%), Cina (4.6), Turchia (4.3%) e Iraq (2.6%).
Adesso, con il cosiddetto “EU Green Deal”, l’ambizioso piano con cui l’Ue vuole raggiungere la neutralità climatica nel 2050, le norme ambientali applicate anche al settore produttivo stanno diventando più stringenti.
Anche controvoglia, ma Belgrado non ha altra scelta che adeguarsi alle politiche Ue, se vuole continuare a commerciarci.
Approfondimento: Serbia, maglia nera per l’inquinamento [Osservatorio Balcani Caucaso
Transeuropa]
s.b


