30.10.2020 – 11.28 – “Vogliamo risposte chiare da parte del Governo sloveno”. È la richiesta, unita alla denuncia della situazione legata al cementificio di Anhovo, sul fiume Isonzo, delle associazioni ambientaliste Eko Anhovo, associazione Valle d’Isonzo, Legambiente e Accademia Europeista. Il rischio per l’ambiente che sarebbe portato secondo le associazioni dalle attività del cementificio c’è già da diverso tempo, e ha preso, il 19 settembre scorso, anche la forma di una manifestazione pacifica di cittadini sloveni e italiani, preoccupati per la salvaguardia della qualità della vita nel territorio del medio corso dell’Isonzo stesso.
Al centro dell’azione ambientalista ci sono due questioni: quella della qualità dell’aria, peggiorata dalle emissioni del cementificio Salonit che utilizza, bruciandoli, rifiuti di vario tipo nel processo produttivo, e quella del sistema idrico, culminato, nel corso dell’estate, in episodi di fuoriuscita di acqua schiumosa dai rubinetti delle abitazioni di Anhovo: “errore indesiderato” che ha portato all’intrusione di acque reflue dalla società Eternit Anhovo, strettamente collegata a Salonit Anhovo. Il 30 luglio di quest’anno, inoltre, è stata data notizia di una quantità di sostanze oleose provenienti dal cementificio di Anhovo e presenti nel fiume del comune di Canale d’Isonzo in Slovenia. L’inquinamento, in quell’occasione, è stato contenuto. Preoccupazione per la situazione di Anhovo è stata però manifestata da Mateja Sattler , rappresentante l’associazione la Valle d’Isonzo e la ‘EKO Anhovo in dolina Soče’: “Gli abitanti della zona bevono acqua pessima, che spesso devono bollire per torbidità; la traggono dall’Isonzo, sotto la fabbrica Salonit. Siamo nel 2020: è inconcepibile dover andare a bere acqua con i secchi, fare il bagno al bambino con l’acqua in bottiglia”. A inizio anno, Fratelli d’Italia, Patto per l’Autonomia e Movimento 5 Stelle hanno effettuato alcune interrogazioni a riguardo: secondo il Patto per l’Autonomia, nella struttura verrebbero bruciate “fino a 15mila tonnellate di rifiuti pericolosi”. Oltre 600 medici dell’Associazione medica della Slovenia hanno, in più, firmato una petizione diretta alle istituzioni, richiedendo di considerare il principio di precauzione nelle zone colpite dalle conseguenze dell’inquinamento industriale e chiedendo maggiore responsabilità nella gestione.
Il cementificio Salonit, situato a pochi chilometri dal confine con il Friuli Venezia Giulia, è stato inaugurato nel 1921 ed attualmente è in mano a investitori privati italiani ed austriaci (la proprietà della è società WIG Wietersdorfer di Klagenfurt, che controlla anche w & p Zement in Austria e w & p Cementi italiana, con sede a San Vito al Tagliamento, a Pordenone). Come riportato da Primorski Dnevnik, già in un referendum del 2001 la maggioranza dei cittadini ha votato contro la decisione del Comune di Kanal ob Soči che consente l’incenerimento, il coincenerimento o il trattamento di rifiuti pericolosi nella struttura. Cinque anni dopo, però, è stata comunque ottenuta un’autorizzazione ambientale per svolgere attività soggette a limiti di emissioni tossiche meno stringenti rispetto agli inceneritori convenzionali: secondo i dati ARSO del 2018/2019, la maggior parte dei rifiuti inceneriti ad Anhovo provengono dall’Unione Europea, principalmente dall’Italia. Lo scorso anno, il cementificio ha presentato all’Agenzia per l’Ambiente della Repubblica di Slovenia una domanda per aumentare le quantità consentite di produzione di clinker, componente di base per la produzione del cemento, di circa il dieci per cento, da 3.180 tonnellate al giorno a 3.500 tonnellate al giorno, nonché un’autorizzazione per aumentare il volume di coincenerimento dei rifiuti da 109 mila tonnellate all’anno a 135 mila; su questo ARSO, l’agenzia per l’ambiente slovena, non ha ancora deciso. La struttura ha inoltre per un lungo periodo originato polveri di amianto, dal 1994 bandito poi anche in Slovenia.
Gli ambientalisti chiedono quindi, per Anhovo, maggiore attenzione e una nuova fonte d’acqua che non sia il fiume Isonzo: un nuovo acquedotto non connesso con quello industriale o la possibilità di portare acqua potabile da Priles, dove era già stato costruito l’approvvigionamento idrico dell’impianto di Mrzlek portando acqua da una sorgente pulita. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, l’Agenzia regionale per l’ambiente ARPA, che i cittadini della zona italiana hanno ritenuto di coinvolgere anche nella questione della gestione delle reti di acque potabili, non ha rilevato particolari criticità per quanto riguarda i microinquinanti nell’aria. I principali inquinanti monitorati ai fini della salute umana nell’ottica della direttiva 2008/50/CE (ovvero gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio e il materiale particolato) arriverebbero su Gorizia in maniera estremamente diluita e il loro contributo sarebbe inferiore al contributo degli stessi inquinanti emessi localmente. ARPA non è potuta intervenire oltre: le competenze specifiche sull’acqua riguardano l’amministrazione slovena. I limiti delle emissioni relative al cementificio rilevate da ARPA, ed evidenziate nel primo rapporto transfrontaliero del 2017, rispettano la direttiva europea; anche se, sottolinea Legambiente, non rispettano invece quelli proposti dall’OMS (che prevede valori molto più restrittivi, meno della metà). La questione rimane aperta.
[m.p.][r.s.]


