27.02.20-07.30-Mercoledì 23 settembre, al “Festival del Giornalismo” (22-26 settembre) di Ronchi dei Legionari, si è tenuto un approfondimento su un argomento poco noto sebbene importante, ovvero la realtà delle carceri italiane. L’incontro, denominato “Percorso di riabilitazione o luogo di inutile immobilità? La situazione delle carceri italiane” ha visto la partecipazione dei seguenti ospiti: il Direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio, la giornalista e scrittrice Katya Maugeri, lo scrittore ed ex carcerato Carmelo Musumeci e la giornalista de Il Friuli Silvia De Michielis. Grande assente, per motivazioni dovute a precauzioni Covid, la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria Cucchi (Presidente della Fondazione Stefano Cucchi Onlus).
Si è partiti ad affrontare un argomento poco conosciuto in Italia, ovvero la presenza di due tipologie di ergastolo: uno “normale” o ordinario ed uno “ostativo”, per il quale non sono previsti benefici derivati dalla buona condotta. La giornalista Katya Maugeri ha sottolineato alcuni punti deboli delle strutture, come la mancanza di psicologi per i detenuti o di come vengano reclusi anche malati di mente e tossicodipendenti, figure “borderline” non adatte ad un contesto simile in quanto luogo in cui risulta più facile “debordare”, costringendoli poi in celle di isolamento, con conseguente rischio di suicidi annunciati.
Un breve momento di riflessione, da parte di Alessio Falconio, ha riguardato anche la legge Fini-Giovanardi. Sulla situazione interna alle strutture ha poi parlato più approfonditamente Carmelo Musumeci, raccontando la sua testimonianza e sottolineando come lo studio sia uno strumento fondamentale per i detenuti, che possono trovare in esso motivazione e forza di difendersi. Molti di loro, infatti, non sanno neanche di poter lottare per far valere i loro diritti al di fuori del carcere tramite apposite associazioni per i diritti dei detenuti. “Con un costo di circa 3 miliardi di euro all’anno, il carcere dovrebbe risultare una struttura educativa adeguata e non andare a produrre ulteriore criminalità formata da persone prive di speranza. Un carcere che fa male, fa male alla società”. Lo scopo della struttura, quindi, non dev’essere quello di avere un detenuto che faccia il bravo, bensì un detenuto che “diventi bravo”.
In conclusione, relativamente alla realtà dei Cpr, essi possono essere definiti -come espresso dal direttore di Radio Radicale- delle “carceri non carceri”: “Esasperare la situazione per cavalcare le paure non funziona. C’è bisogno di un approccio pragmatico. I muri stessi non funzionano: se passa il cibo dalle frontiere devono poter passare anche gli uomini senza che diventino essi stessi dei problemi, altrimenti c’è il rischio di far passare, in futuro, solo le armi”. Una speranza sul fronte Cpr sembra provenire dalla nuova proposta della Commissione europea, in cui si rivedrà il Trattato di Dublino. Le richieste d’asilo dovrebbero essere processate più rapidamente, così come le espulsioni previste per chi si vedrà respingere la richiesta. Il piano cerca di migliorare il sistema ma la strada è ancora lunga. Molti punti restano ancora incerti, sia per la questione dei Cpr che per le carceri italiane. C’è bisogno di chiarezza e soprattutto di volontà di raggiungerla.
Foto: Michela Porta
Michela Porta



