Il Covid-19 è stato l’11 settembre della Medicina? Il giudizio di ESOF 2020

05.09.2020 – 08.00 – Una pandemia, per la sua stessa denominazione, connota una minaccia globale; la quale per essere affrontata necessità di una collaborazione multinazionale. Proprio quest’eterogeneità di voci e opinioni ha dominato oggi uno degli interventi di maggiore calibro di ESOF 2020: “If COVID-19 is the 9/11 moment for global public health, what needs to happen next?” Come Giano bifronte la conferenza ha cercato di guardare contemporaneamente al passato, ovvero ai primi mesi dell’emergenza, e al futuro, ovvero a quale sarà la soluzione per superare non solo questa, quanto le prossime pandemie. Lontana dalla “babele” confusa dei governi, la conferenza ha invece raccolto scienziati da ogni parte del mondo, dimostrando pur nelle diverse prospettive una sorprendente uniformità di visione. Sostanzialmente ogni protagonista ha riaffermato la necessità di una coordinazione internazionale che sia preludio a un concetto di salute pubblica globale che consenta di reagire in maniera rapida ed efficace alle emergenze.
In tal senso tutti gli esperti hanno ribadito come l’OMS abbia agito correttamente; anzi comportandosi con maggiore velocità che nell’occasione dell’Ebola, quando la mobilitazione era stata tardiva, difficoltosa. Sull’intero panel pesava poi l’assenza degli Stati Uniti, del quale si è sottolineato lo sostanziale “isolamento” nello scenario scientifico, specie sotto il profilo del “taglio” dei finanziamenti.

Sono intervenuti, nello specifico, il dr. Richard Horton, redattore capo di The Lancet, la pubblicazione scientifica settimanale leader della ricerca medica, responsabile di essere stata “sul fronte” dell’informazione sul Coronavirus; il leader regionale dell’UNESCO per il sud America e i Caraibi Lidia Brito, il capo della “Japan Science and Technology AgencyMichinari Hamaguchi, tra le realtà più prestigiose dell’Asia; il capo esecutivo del Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS Michel Kazatchkine, ora membro della Commissione Globale per le Politiche sulle Droghe; e infine Salim Abdool Karim, presidente per il Sud Africa del Comitato Scientifico anti Covid-19. A guidare il tutto, ponendo le necessarie domande e coordinando il dibattito, c’era infine Clive Cookson, editor della sezione tecnologia del Financial Times.

Michel Kazatchkine: “Il vaccino potrebbe venire dal sud del mondo”

“Mai come oggigiorno – ha esordito Michel Kazatchkine – è chiaro che la salute è una questione politica; sia nel bene che nel male. Nel bene, perché la politica permette di fare alcune scelte a discapito di altre; e abbiamo visto alcuni governi scegliere la salute invece dell’economia. Questa è una decisione fondamentalmente politica. Il male è la politicizzazione del dialogo multilaterale; in particolare l’inazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a differenza di quanto avvenuto ai tempi dell’Ebola, si è incontrato più volte, ma non è riuscita a trovare alcun accordo. Una colpa che resterà nella storia”.

“Secondariamente – ha proseguito Michel – quell’ordine mondiale che abbiamo visto in azione (con successo) contro la malaria, l’ebola e l’Aids, sta cambiando radicalmente. Certamente la crisi dell’Ebola era sì globale, ma relegata al Sud, con le soluzioni che provenivano dal Nord. E ciò ha senza dubbio modellato gli equilibri e i rapporti di forza mondiali. Stavolta invece la crisi è a trecentosessanta; siamo tutti nella stessa merda; nessun vaccino, nessuna cura; e chissà, la soluzione potrebbe venire benissimo dal Sud del mondo. Sentiamo del vaccino cinese, delle ricerche sul vaccino brasiliano e sud africano… L’ordine mondiale sta cambiando. Se riuscissimo a ricostruire un’architettura per un dialogo multilaterale sarebbe senza dubbio su differenti rapporti di forza rispetto al precedente modello legato alla Seconda Guerra Mondiale e all’egemonia americana”.

Clive Cookson, unico relatore presente “dal vivo”

“Un altro importante punto – ha sottolineato Michel – è la prevenzione: ormai, a questo stadio, molto dipende dalla responsabilità individuale. Personalmente, provenendo dalla lotta contro l’Aids, tutto ciò mi ricorda le campagne a favore dei preservativi; non è così diverso dall’uso delle mascherine e dalle pratiche di distanziamento sociale. Quanto manca, allo stadio attuale, è un collegamento tra i cittadini, il governo e gli organismi sovranazionali. I governi non stanno aiutando le persone ad acquisire consapevolezza dell’importanza delle proprie azioni; a “far propri” i comportamenti corretti; non ho visto né studi, né campagne d’informazione mirate a convincere la popolazione. Quello che ho visto sono slogan verticali, calati dall’alto, limitati a “questo è quello che dovete fare, perché lo dicono gli esperti. Se non lo fate, morirete, o vi puniremo, ecc ecc”
Abbiamo bisogno di un passaggio delle responsabilità ai cittadini, una presa di consapevolezza collettiva”.

“Quanto all’OMS sono d’accordo con Richard Horton: non è stato ascoltato quando suonava l’allarme, non ha ricevuto né finanziamenti, né un potere tale da assumere reali decisioni. I governi che lo criticano sono gli stessi che gli tolgono ogni potere; personalmente io autorizzerei l’OMS ad avere osservatori indipendenti in ciascun paese per verificare i dati necessari; non diversamente dall’avere osservatori che certifichino o meno la correttezza delle elezioni nei paesi dalle fragili democrazie. E il budget dell’OMS? E’ pari a quello dell’Università di Ginevra” ha concluso Michel.

Lidia Brito: “Ripensare la diplomazia scientifica”

Lidia Brito, quale rappresentante dell’UNESCO in Sud America, ha sottolineato come il settore della diplomazia scientifica debba essere ripensato; c’è bisogno di un maggiore coordinamento internazionale, di concepire per il futuro una popolazione di scienziati autenticamente “globale”. Brito ha inoltre ricordato che il suo paese, l’Uruguay, sembra essere l’unico tra i paesi latini ad avere controllato la pandemia, grazie a uno “Scientific Advisory Committee” entrato in azione alle prime avvisaglie dell’infezione.

Michinari Hamaguchi: “La scienza deve comunicare di più”

Michinari Hamaguchi ha osservato che l’impatto del Covid-19 in Giappone è stato relativamente piccolo a confronto con altre nazioni; il numero totale dei morti da Coronavirus rimane sui 1300.
Il Giappone costituisce in tal senso “un misterioso successo – ha osservato Hamaguchi – il governo non ha imposto, ma ha gentilmente consigliato alle persone di restare a casa. I cittadini sono stati avvertiti dei rischi nei luoghi più affollati; agli incroci, sui trasporti pubblici, nei locali notturni”.

Hamaguchi ha inoltre raccomandato di “indossare una mascherina” presentandone una, a suo dire molto speciale, perché capace di prevenire l’infezione. Non è chiaro con cosa sia rivestita, perchè lo stesso Clive Cookson ha chiesto un chiarimento, ma sembra che si tratti di anticorpi di ostriche (an ostrich mask) già usati con successo ai tempi dell’influenza suina (2009-2010). Business Wire aveva riportato a marzo 2020 simili sviluppi da parte statunitense, proprio muovendo dalle ricerche giapponesi, ma non vi erano stati aggiornamenti.

Hamaguchi ha rimarcato la “necessità di una scienza che sia inclusiva, specie nell’educazione, trasparente e corretta (fairness)”. Inoltre, accanto al “piano A”, cioè i vaccini e le cure, c’è bisogno di un “piano B” che dovrebbe proseguire indifferentemente dal successo o meno dalla pandemia. Il piano prevede che “anche dopo il Covid-19 dovremmo migliorare la scienza materiale, come questa mascherina, la tecnologia dell’informazione, la robotica e le scienze sociali”. In generale “la scienza deve comunicare di più“.

Salim Abdool Karim: “Il Covid-19 è solo un segnale di avvertimento per la crisi futura”

Salim Abdool Karim, per il Sud Africa, con alle spalle un passato da medico, ha osservato che “Non c’è una facile soluzione”. “Mi limiterò a due punti principali. La prima è che non appena ho letto il titolo, ho implorato: vi prego, non invadete nessuno! Perchè è quanto successo con l’ultimo 11 settembre, a seguito di quella che era una crisi, seppure diversa. D’altronde lo vediamo con l’ossessione nell’incolpare l’OMS, la Cina… Biasimo che impedisce di trovare una soluzione”.

“In particolare, quale rappresentante del Sud Africa, ho osservato come questa crisi esacerbi le diseguaglianze; tra chi ha accesso a Internet e chi no; tra chi ha perso tutto e chi ha fatto la fortuna sul mercato azionario; dobbiamo capire come colmare la differenza. In tutto ciò il virus ha solo un’importanza marginale; il Covid-19 è solo un segnale di avvertimento (warning bell) di cosa sta per avvenire nei prossimi anni” ha concluso.

Richard Horton: “We need our american friends back in the game”

Muovendo da una precedente intervista con Clive Cookson, Richard Horton ha ribadito che “la sicurezza della salute globale deriva dal comportamento individuale; e ciò richiede pensare una copertura sanitaria realmente universale“.
“Una delle ragioni – ha argomentato il redattore di The Lancet – per cui i sistemi sanitari non riescono a tenere il passo è la mancanza di studi non solo sulle singole malattie, ma sulle loro interazioni. Noi mettiamo ogni malattia nel suo cassetto e ci dedichiamo a combatterla; ma sono le interazioni tra più malattie a rappresentare il vero problema”.

“Vorrei inoltre enfatizzare la nuova relazione tra scienza e politica. È successo qualcosa di strano, a questo riguardo. I nostri politici dicono continuamente che sono guidati dagli scienziati; ma abbiamo bisogno di una guida dalla politica, di una visione reale che ci porti al di là della crisi. Non eleggiamo gli scienziati per guidare gli stati, eleggiamo i politici. C’è bisogno di una classe politica con strategie chiare. E questi politici dovrebbero ascoltare quei lavoratori che hanno mantenuto in vita la nostra società durante il lockdown. Persone che erano sul fronte, continuamente a rischio d’infezione, dai settori più bistrattati.
Occorre ascoltare le loro storie e metterli in primo piano nella ricostruzione”.

“E infine, abbiamo bisogno degli Stati Uniti (our american friends) come un partner forte negli accordi multilaterali. Tutti noi, qui presenti nel dibattito, abbiamo parenti negli Stati Uniti. La Fase 3 sarà un momento critico, non solo per gli USA, ma tutto il mondo” ha concluso Richard Horton.

[z.s.]
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