Vaccino Covid: è un errore voler rendere obbligatorio ciò che ancora non esiste. L’opinione

13.08.2020 – 10.05 – “Con l’eccezione della potabilizzazione dell’acqua, non esiste nessuno strumento, neppure gli antibiotici, che abbia avuto un maggiore effetto sulla riduzione della mortalità e quindi sulla crescita della popolazione” (sui vaccini. Plotkin, 1994). Parliamo di Covid-19, e di vaccini. Il processo per sviluppare e mettere in commercio un nuovo vaccino richiede generalmente tempi lunghi perché deve sempre prevalere il principio di massima precauzione. Normalmente il tempo minimo previsto è di 18-24 mesi. Ciò detto: nel 2020 è corretto parlare dell’introduzione di una vaccinazione di massa per 60 milioni di abitanti, avendo ridotto i tempi dei passaggi necessari per garantire ed escludere i possibili effetti collaterali, e le reazioni avverse ed in presenza di dubbi importanti per quanto riguarda la sua efficacia e durata nel tempo?

Una premessa storica. I Vaccination Acts inglesi del 1840, 1841 e 1853 resero la vaccinazione universale , gratuita ed obbligatoria. Gli Acts successivi introdussero la coercibilità da parte dei Vaccinations Officers. Nel 1898, ci fu l’abolizione dell’obbligo vaccinale nel Regno Unito: era stato tolto l’obbligo delle vaccinazioni evidentemente confidando nella capacità della popolazione e dei suoi medici di orientare autonomamente la libertà di scelta. In Italia bisogna arrivare al 1939, per iniziativa del governo fascista, per assistere alla prima vaccinazione obbligatoria nazionale, quella antidifterica, e a seguire, nell’Italia Repubblicana, nel 1966 avviene l’introduzione di quella antipoliomielitica, nel 1968 quella contro il tetano e nel 1991 la vaccinazione contro l’epatite B. Si parla di vaccini collaudati e largamente impiegati di cui si conoscevano aspetti positivi (molti) e negativi (pochissimi), a fronte di lutti ed invalidità presenti nelle popolazioni pediatriche delle famiglie di tutti i livelli sociali, che inducevano una naturale ed ampia adesione. Infatti, se le evidenze epidemiologiche delle malattie diventano meno evidenti, l’opinione pubblica tende a sottostimare il rischio, e quindi diminuisce la collaborazione nei confronti delle misure preventive: salvo riprenderla in corso di epidemia, sotto la spinta emotiva dettata dai ricoveri e dai decessi.

Per il Coronavirus l’obbligo di vaccinazione sarebbe una scelta errata, e comunque prematura, che andrebbe ad impattare su una opinione pubblica disorientata e a questo punto anche sospettosa, distinta tra l’altro anche in fasce di età a rischio differente. Un conto è imporre un vaccino collaudato, perché manca una piccola frazione di popolazione per raggiungere l’immunità di gregge, come nel caso del morbillo dove dal 90 per cento si deve passare al 95 per cento, altro è proporre un vaccino inedito ad una popolazione contraria o scettica al 50 per cento. La massa di inadempienti che le aziende Sanitarie dovrebbero perseguire per un mancato rispetto di una ipotetica obbligatorietà imposta per legge sarebbe ingestibile. Senza considerare l’infinito numero di contenziosi legali che seguirebbero. È importante invece intraprendere una strada di persuasione, facendo capire la situazione di emergenza in cui ci troviamo ed i vantaggi, una volta documentati e comprovati statisticamente, determinati dal nuovo vaccino, per giungere ad una accettazione condivisa. Nel contempo le autorità regolatorie ed autorizzative dovranno fornire ampie garanzie di sicurezza, risultato di rigorosi e documentati studi preliminari sul campo.

Si comprende bene come siamo fuori dai tavoli della politica, che deve invece seguire le indicazioni scientifiche e non precederle, per ovvie ragioni. Parlare, a livello politico e di Governo, di come utilizzare un vaccino ancora non disponibile, determina solo polemiche inutili e disorienta l’opinione pubblica. È un po’ come vendere la pelle dell’orso prima di averlo abbattuto.

Fulvio Zorzut