Passato Prossimo: lo strano caso di Dignano. Le dubbie attribuzioni del Dopoguerra

il “manifesto di Dignano”, secondo l’Unione degli Istriani si tratta un falso

05.08.2020 – 11.41 – “Noi istriani rovignesi promuoviamo la conoscenza della storia in modo il più possibile imparziale e sereno”. La conversazione telefonica con le associazioni che custodiscono la memoria dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia, questa volta, nasce dall’occasione di parlare di un documento particolare: il cosiddetto ‘manifesto di Dignano‘, riportato nelle cronache e nei libri di storia e che, secondo l’Unione degli Istriani, sarebbe falso. “Salvare la nostra cultura e la nostra memoria”, spiega Gabriele Bosazzi, “è importante, perché i testimoni diretti delle vicende del secolo scorso stanno gradualmente scomparendo.

Sulla memoria e sulla continuazione della cultura italiana in queste terre lavoriamo anche in collaborazione con gli italiani attualmente residenti in Istria. Con la Comunità italiana di Rovigno, ad esempio, abbiamo commemorato il Giorno del Ricordo lo scorso febbraio e ogni anno realizziamo assieme degli eventi culturali per la festa patronale di Sant’Eufemia“.

A proposito di storia e memoria, Bosazzi, a giugno curiosamente due ricorrenze importanti si sono quasi sovrapposte: il 10 giugno è l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940, a fianco della Germania, mentre il 12 giugno quello della liberazione di Trieste dal contingente titino, nel 1945.

“L’entrata in guerra dell’Italia fu solo l’evento che diede l’occasione alla Jugoslavia di Tito, al termine delle ostilità, di realizzare le vecchie pretese territoriali su queste zone. Invece i prodromi vanno ricercati prima, nell’Ottocento con gli scontri nazionali tra italiani e slavi”.

Mussolini pensava di partecipare a una guerra già vinta, invece la scelta fu disastrosa per il paese.

“Di fatto fu così, sia per le sue conseguenze che ebbe per il fascismo sia, soprattutto, per le sofferenze patite in seguito alla sconfitta dalla popolazione italiana del confine orientale. Anche se in merito alle motivazioni e dinamiche internazionali legate a quella scelta il discorso sarebbe lungo”.

Veniamo al 1945. L’allontanamento dalla città dell’esercito jugoslavo fu una vera liberazione?

“La liberazione di Trieste dall’esercito jugoslavo non fu militare ma diplomatica, e la stessa definizione di ‘liberazione’ scatena sempre polemiche. Trieste tornerà all’Italia solo nel 1954, e prima di quell’anno, durante l’occupazione angloamericana, accadranno altri fatti cruenti e ci saranno vittime. Tuttavia rimane una data da ricordare, perché i 40 giorni di dominazione titina sono la più dura occupazione mai subita da Trieste. Se degli episodi di quei giorni tragici si fa oggi un uso strumentale e politico, questa è un’altra storia. A prescindere dalle polemiche, ricordare quella data è sacrosanto”.

L’inizio della violenta occupazione jugoslava coincide con la cacciata da Trieste del contingente tedesco di stanza in città, arresosi formalmente agli Alleati del generale Freyberg il 2 maggio 1945. Questi ultimi si scansano di fronte ai titini?

“Sì, lo dimostrano alcuni documenti provenienti da archivi inglesi. Si stanno già delineando le contrapposizioni caratteristiche della Guerra Fredda e la tensione è alta tra alleati e titini. Gli alleati però nella loro risalita lungo la penisola italiana non arrivano in Istria, dunque non sanno ciò che avviene in quei territori. Dai documenti, anche di anni successivi al 1945, emerge l’imbarazzo e fastidio delle potenze occidentali per ciò che subiscono le popolazioni italiane di questi territori, ma se intervenissero in loro difesa rischierebbero un incidente diplomatico troppo grave con Tito“.

Gli alleati in quei mesi avrebbero potuto fare qualcosa di più?

“Sicuramente sì, ma il contesto era questo: da un lato il piano degli alleati riguardo alle spartizioni del dopoguerra non era ancora definita, mentre dall’altro le forze jugoslave avevano le idee ben chiare. Liberazione per loro vuol dire annessione e per realizzare la presa del potere possiedono strutture già organizzate. Tale differenza di organizzazione e di determinazione fa la differenza. Non sono da escludere, poi, direttive dall’alto che impediscono al contingente alleato a Trieste di intervenire con la forza in difesa dei cittadini“.

Il partito comunista italiano in quegli anni è favorevole alla cessione di Trieste alla Jugoslavia, potenza comunista?

“Certo, era del tutto favorevole, anche perché presagiva la futura difficoltà di instaurazione del comunismo in Italia. Assieme al partito, lo erano anche i comunisti triestini“.

È in questo clima che viene prodotto il volantino di cui la vostra associazione ha denunciato la falsità. Quali sono le prove che portate?

“Ricostruiamo l’episodio, riportato alla ribalta nei mesi scorsi dall’Unione degli Istriani, associazione alla quale aderiamo: questo volantino compare in decine e decine di libri di storia, anche memorialistici, sulla storia delle nostre zone. Quando è riportato però non cita mai un archivio in cui l’originale di questo documento sia presente. Ufficialmente il volantino appare nel secondo dopoguerra, ma non ci sono testimonianze affidabili.

È stato dimostrato da Raoul Pupo, storico attendibile per la storia della nostre zone, che esso appare all’interno di una massa di documenti presentati dalla Jugoslavia durante le trattative che porteranno agli accordi di Parigi, nel 1946. L’obiettivo jugoslavo era convincere le grandi potenze europee a concedere l’annessione della Venezia Giulia sulla base della dimostrazione di misure repressive messe in atto in questa zona dal fascismo contro le popolazioni slave. Quella parigina è la prima apparizione del volantino, ma non ci sono tracce di esso durante il periodo di dominazione fascista“.

Risulta secondo voi decisivo un testimone dell’epoca.

“In questo contesto nasce la testimonianza di cui noi siamo entrati in possesso di recente: un paio di anni fa un nostro associato ci ha recapitato gli scritti originali di un suo amico anch’egli rovignese, Stefano Rocco, detto ‘Steo’, classe 1928, esule in Australia dove concluse i suoi giorni nel 2008. Un personaggio molto noto tra i suoi concittadini. Si tratta di un corposo plico di studi storici e testimonianze personali del Rocco, che in buona parte erano stati pubblicati negli anni novanta sulla nostra rivista ‘La Voce della Famìa Ruvignisa‘; ma nel fascicolo ci sono alcuni passi inediti, tra cui quello che riguarda tale questione.

Alla fine della guerra, 17enne, Rocco viene arrestato dagli jugoslavi, in quanto amico intimo di alcuni ragazzi accusati di propaganda filoitaliana. Noto per sue attività teatrali, viene invitato dalle istituzioni comuniste a organizzare una rappresentazione; un po’ per paura e un po’ per poter applicare la sua passione per il teatro accetta. Deve creare un manifesto per promuovere il suo spettacolo, e nella tipografia del paese vede un volantino, che anni dopo lo stesso Rocco riconoscerà come il volantino di Dignano. Si nota che il manifesto per lo spettacolo teatrale organizzato da Steo Rocco usa gli stessi caratteri del famoso manifesto di Dignano”.

la locandina dello spettacolo di Steo Rocco

Si tratterebbe quindi di un documento prodotto ad arte per denunciare le violenze fasciste?

“Sì, lo sostiene esplicitamente Stefano Rocco, ne riporto il passo principale: ‘Sopra un telaio avevano una bozza di un altro manifesto appena composto. Mi piacque l’intestata che usava quei caratteri Ars Deco, Anni Trenta, che tra l’altro erano i soli disponibili nella tipografia, quindi Nino ed io decidemmo per lo stesso stile. Veggian, quel compositore, ci disse che aveva appena messo assieme quel manifesto per una certa propaganda da farsi per tutta l’Istria, a Fiume e a Trieste. (…) Quel manifesto come stava era un falso che avrebbero usato per denigrare l’Italia e gli Istriani e chiamarci oppressori di fronte al mondo’. Siamo nell’autunno del 1945 e poco dopo il documento sarà portato a Parigi per essere usato nelle trattative di pace”.

C’è razzismo in quegli anni da parte della popolazione jugoslava nei confronti degli italiani?

“Ci tengo a spiegare una cosa: Rocco riporta nelle sue memorie anche un frammento della vita a Rovigno tra le due guerre. I rapporti tra la popolazione urbana italiana e i contadini croati del circondario sono allora generalmente cordiali e di amicizia. I contadini vendono i loro prodotti agricoli in città e nel contempo fanno acquisti dai commercianti italiani rovignesi. Al di là delle restrizioni che subiscono in queste zone alcune minoranze, il clima tra le etnie non è di astio, anzi; mentre il volantino, se preso alla lettera, fa supporre che la lingua croata e slovena fosse vietata in pubblico ai tempi della dominazione italiana. In realtà questo non si tradusse mai in una realtà legale né in un odio generalizzato da parte degli italiani”.

Si può dire che ci furono delle leggi razziali anti italiane in Jugoslavia?

“Alcuni provvedimenti emanati dal governo jugoslavo vanno direttamente a danno degli italiani. Per esempio il decreto Perusko del 1952, che obbliga tanti studenti italiani a frequentare scuole slovene o croate sulla base del loro cognome di presunta origine slava, dove l’insegnamento si svolgeva in una lingua invece a loro del tutto sconosciuta; di conseguenza avvenne la chiusura di molte scuole italiane”.

Poniamo che il volantino sia, come voi sostenete, un falso. La scoperta modificherebbe la ricostruzione storica complessiva?

“Rispetto al contesto del manifesto, quindi della dominazione italiana in Venezia Giulia e Dalmazia, non si può negare che ci fu una repressione nei confronti di sloveni e croati in questa zona. Tuttavia il volantino di Dignano fa capire la strategia dell’apparato comunista: creare documenti ad arte a supporto del loro progetto politico, ideologico e territoriale. Se fosse confermata, tale scoperta solleverebbe anche perplessità su modo di fare storia da parte di diversi storici accreditati.

La nostra, tuttavia, non è la prova definitiva della falsità del volantino, anche se secondo me è molto più di un indizio. Va detto che la veridicità del manifesto di Dignano non era argomento di attualità quando Rocco ne parlava, nel 1994. La testimonianza è sicuramente autentica in quanto è inserita in una mole di scritti a firma di Steo Rocco in parte pubblicati con il suo consenso sulla nostra rivista negli anni novanta. Il documento è naturalmente a disposizione di storici e cultori della materia presso la nostra sede, previo appuntamento”.

Esistono altri documenti come questo di dubbia attribuzione?

“Ce ne sono molti, ad esempio il censimento jugoslavo del 1945, portato al tavolo di pace a Parigi e realizzato non intervistando i cittadini e chiedendo loro la nazionalità, ma prendendo in esame i registri comunali, anche attraverso l’interpretazione arbitraria dei cognomi, alcuni dei quali sono trasformati. Nella pubblicazione ufficiale del censimento del governo jugoslavo (il Cadastre National de l’Istrie, portato alla conferenza di pace) viene detto chiaramente che i sistemi utilizzati sono questi; la finalità, questa non dichiarata ma palese, è gonfiare ad arte i numeri di presenza slava nel territorio e sminuire quella italiana. Il tutto per dimostrare la massiccia presenza slava sul territorio”.

[d.g.]