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martedì, 4 Ottobre 2022

Ospedali, Coronavirus e liste: e gli altri ammalati aspettano. Dal Regno Unito uno studio inquietante

28.08.2020 – 11.39 – Milioni di pazienti in attesa, bisognosi di esami e terapie a causa del loro stato di salute; non sono i malati di Covid-19, ma tutti gli altri, e secondo uno studio fatto dal National Health Service, servizio sanitario nazionale del Regno Unito, con il supporto della società Medefer – il primo del genere fatto oltre Manica e uno dei primi nel mondo – solo fra i sudditi di sua Maestà sarebbero più di 15 milioni; è quella che è stata definita come “lista d’attesa nascosta”, molto più rilevante nei numeri di quella ufficiale, che si ferma a 4 milioni ma che contiene solo le persone che sarebbero in attesa di una prima visita in ospedale dopo la raccomandazione del medico curante.

Sono numeri che fanno impressione, e dei quali in Italia, fra la positività al tampone di Flavio Briatore e le nuove mini zone rosse, si parla poco o per niente; sembra difficile poter pensare che dalle nostre parti la situazione possa essere molto diversa da quella inglese, pur considerata la profonda differenza dei sistemi sanitari. Questo non perché gli ospedali non siano in grado di poter riprendere a operare in maniera completamente normale, ma perché ‘emergenza’, anche se emergenza oggi non è, è ancora la parola d’ordine, e il rischio Covid-19 resta davanti a tutto pur se i rischi che già ben si conoscevano non sono per niente minori. Quindi appuntamenti cancellati, esami rimandati, attese con a volte suggerimenti di aspettare ancora fin che l’ospedale non diventa proprio necessario.
Un altro rischio latente è quello rappresentato da chi, non sentendosi bene o avendo scoperto dei sintomi insoliti, preoccupanti – oppure semplicemente per proseguire una terapia legata a una situazione nota e stabile, avrebbe bisogno del medico e di una visita – ma ha paura di andare in ospedale, sia per timore del Covid vero e proprio – gli ospedali sono da sempre un luogo primario d’infezione, e quelli italiani in particolare: nel 2019, 49mila morti per complicazioni dovute a infezione ospedaliera, un dato terrificante, ben di più di quelle dovute al Coronavirus di quest’anno) che per paura di finire nelle maglie della prevenzione, trovandosi magari positivo al tampone, anche se non malato, e costretto alla quarantena in casa, situazione che ad esempio per una persona che vive da sola e lavora come libero professionista, artigiano o piccolo imprenditore, equivale al disastro. È qualcosa che accade ad esempio fra chi ha problemi cardiaci. E lo studio fatto dal NHS inglese trova supporto anche in Italia nelle segnalazioni, numerose anche nella nostra regione Friuli Venezia Giulia, che pure ha un servizio sanitario d’eccellenza, di persone che hanno difficoltà a fissare gli appuntamenti o hanno preferito rimandarli. Molte volte, sono segnalazioni anonime, fatte da chi non vuole problemi di nessun tipo con nessuno e che sa come scendere sul terreno del Coronavirus equivalga a una partita a pallone in un campo minato; altre volte sono messaggi scritti alle aziende sanitarie, che richiedono intervento, e mostrano un altro aspetto della medaglia dalle molte facce rappresentata dall’epidemia: probabilmente, in dieci anni, la punta dell’iceberg che vediamo oggi potrebbe significare altre decine di migliaia di ‘morti di altro’. Manca però su scala nazionale la pianificazione delle contromisure e non ci sono azioni urgenti indirizzate in questo senso e il prezzo pagato all’emergenza prolungata lo sapremo quindi, purtroppo, solo più avanti.

Nel frattempo il governo di Boris Johnson pensa, proprio come contromisura, a un modello nel quale la visita o il ricovero in ospedale possano essere iniziati dal paziente stesso: invece di attendere una visita programmata per chissà quando, chi sente di averne bisogno e rientra in determinate categorie di malati che hanno necessità di assistenza potrebbe presentarsi autonomamente in ospedale per essere accolto subito, saltando i passaggi preliminari; contromisura a sua volta non senza rischi. Con una certezza: rendere la rete di assistenza più capillare, dando di nuovo importanza alla figura del medico di famiglia, quello sempre in prima linea, è fondamentale. E in Italia anche su questo fronte non siamo messi per niente bene: nella prima fase Coronavirus si è fatto esattamente il contrario (istruendo i medici di base a indirizzare le richieste d’assistenza a un centro di raccolta unico), e parlando un po’ di storia gli interventi ridotti, e la tendenza ad accentrare l’assistenza in cliniche specializzate e magari private, hanno visto negli ultimi vent’anni una loro forte riduzione dei medici pubblici. E non per mancanza di studenti: i ragazzi laureati e laureandi in medicina ci sono. Ma l’attenzione ai fabbisogni era stata costantemente disattesa, i ragazzi rimanevano bloccati nella carriera e senza borse di specializzazione, e non erano messi in condizioni di lavorare. Rimediare ora a colpi di DPCM non è semplice; soprattutto non lo è farlo presto.

[r.s.]

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