10.08.2020 – 08.00 – Da sempre, il lavoro che Paolo Cervi Kervischer racconta è la creazione di strutture ben definite dentro il tratto pittorico che crea degli sfondi geometrici scanditi che possono evolversi soltanto introducendo il Caos come elemento predominante nella struttura stessa, ed elevandola di conseguenza ad uno stadio superiore di coscienza. Per farlo, Paolo riflette sulla tela l’immagine del mondo a lui circostante, avendo imparato dal maestro Perizi l’importanza della struttura come tecnica, mescolata dal metodo dell’altro suo grande maestro Emilio Vedova che gli ha insegnato, invece, l’importanza della coscienza. Tratti definiti e precisi si completano, quindi, nella ricerca e con la traduzione dell’emotività, necessaria e imprescindibile nell’arte.
Durante il suo soggiorno a Firenze in occasione della mostra Love or Fear, Paolo Cervi Kervischer si imbatte ne I prigioni di Michelangelo, al Museo dell’Accademia, e osservandole di nuovo, dopo molto tempo, sente le sculture non finite come un forte elemento da comunicare in un linguaggio rinnovato in questo nostro tempo storico. Come Michelangelo, anche Kervischer abbozza, allude soltanto alla presenza di un essere, un corpo, che si deve liberare, creare, modellare dalla pietra per poter emergere. La potenza di questo atto che Michelangelo traduce nella pietra conferma la scoperta del non-finito e dell’importanza del togliere, piuttosto che dell’aggiungere.
Il concetto del tragico fino a quel momento solo raccontato, viene concretizzato da Michelangelo dentro la scultura de I prigioni, commissionati per la tomba di Giulio II e divenuti il simbolo di un’umanità attirata dall’idea dell’immortalità e dell’infinito, ma incastrata dentro una condizione insuperabile di finito. Paolo Cervi Kervischer vuole riprendere questo discorso artistico e ne crea una metafora che vede coinvolti su tre tele, tre schiavi di Michelangelo messi in pittura su uno sfondo di incombente classicità greca, dove termini come aletheìa, panikos, eudemonia, episteme, exkatos e molti altri, rimbalzano dal profondo della base per assalire lo spettatore in un vortice angosciante, che sembra voglia ricordare, urlare o forse anche schernire e smuovere l’animo dell’ospite sull’inevitabilità della sua condizione umana: “Finché l’uomo non si libererà dell’hybris, non potrà accogliere l’opportunità della sua dimensione esistenziale, ovvero la capacità di rendersi infiniti dentro l’accettazione del proprio limite. Per questo motivo, l’artista è l’uomo della crisi, perché è chiamato a mostrare attraverso l’arte in ogni sua forma ciò che l’uomo non vuole vedere.”
La contorsione dello schiavo che sembra lottare disperatamente contro la pietra per poterne uscire e far emergere una testa che non verrà mai dipinta e neppure scolpita, rimanda l’uomo al concetto della paura, data dalla possibilità di elevarsi, ma senza sapere come farlo. L’immagine dello schiavo, quindi, si traduce in metafora di non-superamento fino a quando la responsabilità della paura non verrà più rovesciata all’esterno del proprio io, ma contemplata e conosciuta come limite autoindotto dall’uomo stesso. A ricordare questa realtà e a proporre una scelta di umiltà che l’umano dovrebbe fare ogni giorno, è ancora una volta la classicità da cui parte tutto il divenire, a cui l’uomo per sua natura è attaccato in una dimensione di lotta al superamento della propria mortalità, in una tensione costante verso l’immortalità, pur sapendo di non poterla ottenere, e restando dunque incastrato dentro un vortice di realtà imperscrutabile da cui non è possibile sottrarsi, se non con un percorso di coscienza prima individuale, traducibile poi in dovere sociale.
f.s








