Durare è meglio che bruciare? Sul mito contemporaneo del “bastare a se stessi”

31.08.2020 – 12.42 – Questa volta vorrei incominciare la mia riflessione con un gioco. Cosa vedete nell’immagine con cui ho deciso di presentare questo articolo?
Soffermatevi ad osservarla, se volete, prima di andare avanti nella lettura delle mie parole. No, non ho intenzione di dirvi cosa ci vedo io o, per lo meno, vorrei lasciare ad ognuno di voi l’interpretazione soggettiva della stessa. Ho scoperto questo incredibile artista, Andrea Ucini, qualche anno fa: questo suo particolare lavoro mi ha colpita più di altri (sebbene vi inviti a dare un occhio alle sue opere). Ho chiesto a diverse persone della mia vita quale fosse il significato per loro. Quello che mi ha sorpresa è che nessuno ha confermato ciò che per me era evidente. Ed è questo il fascino misterioso e fecondo dell’arte surrealista: il significato dice qualcosa di noi e degli occhiali attraverso cui filtriamo il mondo. Occhiali le cui lenti sono fatte della nostra storia.

Un giorno una persona mi ha confessato di avere “paura dei legami”. Alla mia richiesta di una spiegazione più approfondita mi ha risposto, dopo una riflessione silenziosa, che “desiderare qualcosa ci rende meno liberi”.
Ed è proprio di questo che vorrei parlare, soffermandomi in particolar modo sul tempo in cui viviamo. Il modo di fare legame è figlio della cultura, delle condizioni sociali e simboliche nella quali ci troviamo a vivere, nostro malgrado.
Una cosa però mi sembra innegabile: oggi la paura della relazione è un sintomo evidente delle nuove generazioni. C’è un’età specifica in cui questa difficoltà si rende evidente ed è il superamento dell’adolescenza. Con il termine adolescenza però, non intendo definire un margine cronologico ben preciso ma piuttosto segnare uno spartiacque tra un momento della vita ed un altro. L’attraversamento dell’adolescenza è, a mio avviso, l’avvenuta separazione (sempre più o meno difettosa, sia chiaro) dalla propria posizione esclusiva di figlio. Diventare adulti significa potersi smarcare dal ruolo di oggetto curato, protetto e sostenuto dall’altro, per divenire un soggetto a pieno titolo. Cosa significa divenire soggetto?

Significa tante cose. Quello che vorrei sottolineare qui è però la possibilità di scegliere, per sé stessi, cosa si voglia. Non è più soltanto l’altro, con le sue aspettative ed i propri desideri a guidare il nostro percorso, ma diventiamo noi stessi agenti del nostro futuro. Scegliere significa assumersi la responsabilità: del proprio desiderio e anche del rischio del fallimento, del dolore, dell’errore.
Quando qualcuno ci dice cosa fare, come “dover” essere, quali scelte intraprendere per renderlo fiero di noi, per essere amati, siamo paradossalmente più liberi: liberi di lamentarci, liberi di sentirci oppressi, liberi di attribuire alla nostra fantomatica quanto necessaria “guida” le insoddisfazioni, le delusioni, in una parola, la nostra infelicità (o meglio, la nostra mai “piena” felicità).
Diventare adulti invece è scegliere. Per scegliere siamo costretti a fare i conti con ciò che noi stessi desideriamo e, questo, non è affatto semplice. Non è semplice perché guardarsi spesso fa paura e perché scegliere qualcosa implica sempre ed irrimediabilmente una perdita (argomento di cui ho parlato ampiamente in “In amore vince chi perde“).
Di che cos’è che oggi abbiamo più paura?
Il legame con l’altro è ciò che più di tutto ci terrorizza. Lo raccontano bene i mantra del nostro tempo: “devi imparare a bastare a te stesso”; “amati più di ogni altra cosa”; “vivi per te stesso e l’amore arriverà”. L’amore ci mette di fronte al nostro essere adulti: il figlio è per definizione colui che è amato, mentre amare è un verbo all’attivo che porta con sé anche il pericolo di non essere corrisposti.
Possiamo circondarci di oggetti, di sostanze, di situazioni, dove il rischio dell’incontro con l’altro è azzerato.
Una bella dose di eroina, una bella macchina costosa, una bella serata in cui si parla del niente, una bella relazione “senza impegno” ed è tutto facile. Ma noi siamo comunque sempre insoddisfatti e infelici: e che problema c’è? Un’altra bella dose, una nuova macchina, un’altra serata ed un’altra “relazione”. E tutto ricomincia, in un circolo che può non avere mai fine. E se siamo proprio tanto frustrati dalla sensazione di un vuoto di fondo che non ci abbandona mai, possiamo sempre arrabbiarci con il nemico di turno: il politico, l’immigrato, il capo, la nuova compagna del mio ex e via di seguito.
Cos’è che nutre tutto questo? L’impossibilità di assumersi la responsabilità della propria vita, del proprio desiderio e del proprio modo di godere. O riuscire a farlo solo quando l’altro non è in gioco: nel lavoro, nella prestazione, nella conquista, nel sapere, nel potere; vale a dire, nel confronto narcisistico con la nostra immagine. Sento spesso associare l’amore alla mancanza di controllo, molti dicono di aver il “terrore” di perderlo.
Perché l’amore, oggi e forse non solo oggi, è spesso interpretato come una questione di potere; come una sfida, una gara a chi ne ha di più (“Chi è che porta i pantaloni?!”). Che poi, che cosa ci sarà mai sotto a quei pantaloni?!

Potere e controllo sono concetti legati ed imprescindibili, ma c’è qualcosa che sfugge ai più: se c’è una cosa che possiamo controllare e su cui esercitare un potere, quella sono gli oggetti. L’altro in carne ed ossa sarà sempre un enigma, un imprevedibile, un insondabile e, perciò, un rischio anche quando ci convinciamo che non sia così. Rischio di non capirsi, di perdersi, di essere abbandonati, di essere rifiutati, di non “essere abbastanza”.
Credo che non ci sia, in fondo, una libertà più grande di questa: scontrarsi con la propria necessità dell’Altro e, dunque, con la nostra irrimediabile mancanza. Incontrare la vacuità del potere e farci i conti, scoprire il valore illusorio del controllo. Perché l’altro non si controlla, e se proprio vogliamo, neppure sé stessi.
Non esiste a mio avviso più grande libertà di smettere di credere di poter bastare a sé stessi. Quello che si perde facendolo, prima di ogni cosa, è l’illusione di poter essere tutto, oltre che avere tutto. Quello che si perde è la menzogna di un controllo totale sull’esistenza.
Quello che si guadagna è invece la delizia (ed anche la croce, sì) dell’incontro con l’altro, perché è soltanto l’incontro (e non parlo solo dell’amore di coppia) che permette all’essere umano di evolvere, di crescere, di cambiare, contaminandosi con ciò che gli è ignoto, scoprendo il mondo sempre in modo inedito.
No, amare non è controllo né potere. Amare è perdita ma anche scoperta. È libertà ma anche responsabilità: la responsabilità di scegliere in prima persona e di sostenere qualcosa che vada al di là del nostro specchio. Perché lo specchio è uno, univoco, è sempre uguale e non mente mai. E l’altro? L’altro no.
Attenzione però, l’amore non è affatto dipendere dall’altro, ma poter accettare di desiderare qualcosa che, in qualche modo, sfugge sempre.

Roland Barthes, in un suo bellissimo saggio sull’amore, si pone questa domanda: “Perché durare è meglio che bruciare?”.
Non dà risposta. Qualche pagina più in là però parla della differenza tra l’affermazione immediata ed estatica dell’innamoramento e ciò che può farne seguito: l’amore. L’innamoramento è un sì, incosciente, a tutto. Innamorarsi è una prima affermazione. Da lì in poi si è di fronte ad un bivio: fuggire o restare, quando il teatro narcisistico inevitabilmente inizia a vacillare. Restare per vedere “come va” dietro alle quinte, restare per conoscere davvero l’altro nella sua differenza assoluta. Restare per scegliere sì o per scegliere no.
Ma quanto è difficile? La possibilità che intravede Barthes è questa: “Posso sormontare senza liquidare ciò che ho affermato una prima volta, posso affermarlo nuovamente, senza ripeterlo. Affermare il primo incontro nella sua differenza, volere il suo ritorno, non la sua ripetizione. Dire all’altro, vecchio o nuovo: Ricominciamo”.
Vorrei concludere la mia riflessione con un’altra domanda: quanto la vostra ombra si discosta da quello che siete? Quanto ciò che più volete si allontana da ciò che fate?

[e.p.]

[Elena Paviotti, psicologa, è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. È iscritta all’Albo degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia. Studia ancora a Milano e lavora a Trieste dove fa parte dell’equipe Telemaco, associazione che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]