Il Porto franco di Trieste: chiave di volta per il futuro del Friuli Venezia Giulia?

24.07.2020 – 12.50 – La definitiva attuazione del regime del Porto Franco di Trieste, il riconoscimento dello status giuridico di extraterritorialità doganale – sancito dall’ordinamento internazionale ma non ancora attivo – e le conseguenti opportunità in termini di sviluppo economico per il Friuli Venezia Giulia, con ricadute positive per l’intero tessuto produttivo e industriale regionale, sono stati il tema al centro delle Audizioni, nell’ambito della seduta congiunta della I e IV Commissione consiliare in Consiglio regionale, del presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Zeno D’Agostino, il Presidente dell’ASPT-ASTRA F.V.G. – Associazione spedizionieri del porto di Trieste, Alleanza della spedizione, del trasporto e della logistica nel Friuli Venezia Giulia, Stefano Visintin e, in rappresentanza della direzione interregionale Veneto e Friuli Venezia Giulia dell’Agenzia delle dogane, Lucia Napolitano e Marcello Fici.

Come illustrato da Napolitano in apertura, il Porto franco di Trieste si costituisce attraverso svariati punti franchi: Vecchio, Nuovo, Scalo legnami, Porto industriale, Trieste e Fernetti. I primi risalgono al 1719 e sono diventati internazionali grazie ai trattati del 1947 e del 1954. E’ stato inoltre ricordato come sia stato annunciato da Marcello Minenna, direttore dell’Agenzia Dogane e Monopoli, un Tavolo permanente su oleodotto, corridoio ferroviario e, in particolare, sul regime di porto franco.

Quello dell’attuazione del porto franco di Trieste, in particolare in un momento di crisi economica come quello attuale, potrebbe, di fatto, rappresentare la chiave di volta per un effettivo rilancio in termini di sviluppo economico della regione con, inoltre, ricadute positive anche sul piano nazionale. Esso potrebbe infatti divenire “il luogo dove le imprese tornano a fare attività e a essere aggressive” ha affermato D’Agostino, ricordando che ciò viene sancito dall’allegato ottavo del Trattato di pace di Parigi del 1947, dalla cui lettura si apprende, assieme al Memorandum di Londra del 1954, “che il porto di Trieste gode di determinati benefici e che qui devono essere applicati addirittura quelli migliori tra tutte le zone franche del mondo”.

Cosa ha frenato, dunque, in tutti questi anni, l’effettiva attuazione del regime di porto franco, congelando la questione per lungo tempo? “Lo Stato italiano nell’ambito della sua comunicazione a Bruxelles relativa ai territori extra doganali” ha sottolineato il Presidente dell’Autorità Portuale, “si è dimenticato di dire che esiste il porto franco di Trieste” nonché “di aggiungere che ha tutti i requisiti in regola per essere presente nella lista”. Una “dimenticanza” che, se non danneggia, certamente priva il territorio degli enormi benefici che ne deriverebbero. “Abbiamo la legge dalla nostra parte” ha proseguito “e persino un trattato internazionale che dice che l’Italia deve farsi viva a Bruxelles per ovviare alla sua omissione”, ribadendo tuttavia come, a suo parere, l’ostacolo più insidioso non sia rappresentato tanto da Bruxelles, quanto piuttosto da Roma: “l’Europa verificherà se ci sono le basi giuridiche” ma l’Italia “deve essere convinta e, come già fatto nei confronti di Campione d’Italia, ora deve fare l’opposto a vantaggio di Trieste”.

Sul fronte dello sviluppo industriale, e in particolare sulla possibilità della trasformazione industriale delle merci all’interno del porto franco e sulle relative ed eventuali criticità che ne potrebbero scaturire, Stefano Visintin, ha ricordato che oltre alla sua fattibilità, essa viene comunque prevista anche da un decreto del 1959, smentendo, inoltre, il timore sul rischio di un minor pagamento dei lavoratori. Tale problematica, ha evidenziato, non si pone in quanto ad essere applicati sarebbero comunque “i contratti di lavoro nazionali” con forti “controlli da parte dell’Autorità di sistema”. Inoltre, sul rischio relativo a falsificazioni o al contrabbando, ha continuato è la stessa dogana a renderli impossibili proprio perché, in virtù dello stato di porto franco, esso è soggetto a maggiori controlli. L’utilità sarebbe dunque rappresentata dal fatto che “le merci rimangono allo Stato estero e chi le detiene non deve anticipare dazi e Iva prima che vengano ammesse nel territorio comunitario politico dell’Unione europea”.

Le lavorazioni industriali all’interno del porto franco potrebbero inoltre ritornare utili “per la vantaggiosa acquisizione dell’origine comunitaria. Il cardine della procedura doganale di perfezionamento attivo è invece legato alla valutazione delle condizioni economiche. Nella Ue” ha fatto notare Visintin “ci sono 77 zone franche, perciò Trieste si ritrova alla pari con altri 76 soggetti e la soluzione deve essere drastica”. E’ stato quindi ribadito il necessario intervento da parte del Governo per “comunicare all’Unione Europea che lo scalo giuliano deve essere inserito nella lista delle aree non doganali dopo che, per troppi anni, la comunicazione non è avvenuta in modo corretto“.

A conclusione delle Audizioni, introdotte dal Capogruppo di Fratelli d’Italia Claudio Giacomelli e richieste – come sottolineato dallo stesso in Aula – all’unanimità da tutti i gruppi di maggioranza e opposizione in Consiglio regionale, tutti i consiglieri sono stati unitamente concordi nell’affermare e ribadire l’importanza, nonché le grandi opportunità, rappresentate dal porto franco non solo a livello locale – per Trieste ed il Friuli Venezia Giulia – ma anche a livello nazionale in quanto snodo strategico tra gran parte del mondo e l’Europa. Alla luce di ciò, è stata quindi suggerita la necessità di giungere a un forte atto politico che richiederà anche una sinergia con tutto il territorio e le sue eccellenze scientifiche.

Della medesima opinione anche la regione, la cui posizione è stata espressa dagli assessori alle Finanze Barbara Zilli e alle Infrastrutture Graziano Pizzimenti, garantendo che la Regione farà quanto di propria competenza per giungere al definitivo riconoscimento che consentirebbe l’insediamento o il Reshoring di realtà produttive che operano anche nell’ambito della trasformazione delle merci, poiché attratte dal regime agevolato, unico in Europa.
Quello del porto franco di Trieste si delinea quindi essere un obiettivo sul quale deve inevitabilmente essere messa in campo una sinergia non solo delle forze politiche, ma dell’intero territorio, con la convergenza di tutte le capacità e competenze logistiche, industriali e scientifiche. Il Porto di Trieste, in conclusione, può costituire un motore per fornire nuove risposte alla crisi, nonché la creazione di una comunità regionale capace di creare opportunità di sviluppo per i prossimi vent’anni.

n.p