Pillole di Filosofia: l’essenziale Ontologia

26.06.2020 – 10.00 – Chiunque abbia fatto il Liceo, o comunque frequentato alcuni corsi di Filosofia, non si è potuto sottrarre all’Ontologia: o, per lo meno, è poco probabile che tra le righe lette non sia mai apparso questo sontuoso termine.
Dal greco to on, l’essere, e logoV, discorso, la sua etimologia ci porta ad un Discorso sull’essere”.
L’ontologia si occupa di studiare le qualità dell’esistenza delle cose nella loro caratteristica di essere cose che esistono.
Una definizione paradossale che appare astrusa di primo acchito ma che al contempo appare come la più semplice delle definizioni.
Questo interessante, nonché immortale, termine fa il suo ingresso già in periodo classico, portato in auge dallo studioso dell’essere per eccellenza: Parmenide.

Tutto ciò che esiste è, mentre il non-essere, per forza di cose, non è.
Il Filosofo non si limita a proferire questa frase, tanto semplice quanto fondativa degli studi ontologici, ma ci propone una serie di connotati precisi che l’essere deve possedere: è uno, immutabile, immobile, finito, ingenerato ed eterno.

Ma a questa idea netta, ben delineata e circoscritta, dell’essere parmenideo verrà ben presto a contrapporsi un nuovo pensiero, anch’esso perno indiscusso della Storia della filosofia antica, e non solo.
Si parla del punto di vista di Platone che, nel “Sofista” corregge l’idea di Parmenide, sostenendo che, a sua detta, il “non-essere” deve essere inteso come “essere diversamente”.
Ma Platone non sarà l’unico; Aristotele confuta Parmenide nuovamente, introducendo la coppia di nozioni “atto” e “potenza“, il non essere diventa ora un “non essere ancora“.

A parlarne così sembrano però discorsi lontani, rintuzzati nei meandri della storia della filosofia, ma non è così.
Nel lungo corso storico della Filosofia si parlerà molte volte del problema dell’essere, giungendo addirittura al secolo scorso, il Novecento, durante il quale il noto filosofo tedesco, Martin Heidegger, riprenderà a piene mani la disputa ontologica nel suo “Essere e Tempo” partendo da una sua critica: tutti siamo certi di sapere cosa significhi “essente” ma di fatto non lo sappiamo. Siamo erroneamente convinti che i singoli enti siano l’essere, quando in realtà essi sono solo enti, non sono l’essere in sé.