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sabato, 3 Dicembre 2022

Mercanti devoti: la nascita della comunità serbo-ortodossa di Trieste

20.06.2020 – 07.30 – La progressiva crescita di Trieste negli anni centrali del settecento segnò l’arrivo dei primi serbo-ortodossi; o meglio, com’erano definiti dalle autorità austriache, gli “illirici“.
Tra i primi troviamo il conte veneto Giovanni Vojnovich che si trasferì da Castelnuovo (Herceg Novi) presso le Bocche del Cattaro a Trieste nel 1750. Il titolo nobiliare era stato acquisito a Venezia, ma il conte era noto per essere un mercante abile e coraggioso che non disdegnava l’uso della spada per difendere i propri traffici. Nonostante la natura bellicosa, a lui dobbiamo la bella Villa Haggiconsta, presso S. Andrea.
Il conte in realtà non fu il primo, perchè tre anni prima era giunto a Trieste un mercante di Trebinje, Jovo Curtovich (1748); e prestò giunse un suo compaesano, Florio Jovanovich (1753) e infine da Sarajevo un Risnich, i cui discendenti avranno larga fortuna. E questo piccolo nucleo, come annota lo storico Marco Dogo, costituì per dodici anni la reale entità della comunità serbo-illirica.
La consistenza numerica era però ingannevole, perché mascherava un peso economico notevole, grazie all’abilità mercantile della comunità.
Il privilegio teresiano accordato nel 1751 aveva infatti stabilito che i “Greci di rito orientale non unitiavrebbero goduto di libertà di culto in una chiesa da erigere a loro spese; e in termini pratici tutto ciò si tradusse in un attivo coinvolgimento della comunità illirica che fornì i propri fondi e la propria organizzazione per costruirla.
Man mano che la comunità serbo-illirica cresceva, il buon rapporto con i greci si andava guastando… Si cominciò a litigare, perchè c’era un parroco greco, ma non uno illirico; e negli anni successivi si chiese più volte alle autorità austriache di ristrutturare la comunità su una base paritaria. Alla fine saranno i greci a staccarsi dagli illirici, nel 1781, andando a costituire due diverse “nazioni”, in senso di ancient regime, la greca e la serbo-illirica.
Proprio per perorare una propria autonomia dai greci, con i quali rimane inteso gli illirici erano in ottimi rapporti, i serbi presentavano a Maria Teresa prima e a Giuseppe II dopo tabelle socio-economiche che dimostravano quanto fosse cresciuta la comunità tanto nel numero di famiglie, quanto nella ricchezza. Apprendiamo così come negli anni Sessanta del settecento la maggior parte degli emigrati illirici proveniva dalla zona di Trebinje, dove nonostante la dominazione ottomana gli ortodossi erano passati dall’essere conciatori e artigiani di pellicce ad abili mercanti che trafficavano con Dubrovnik/Ragusa. Bacino di mercanti e capitani di nave altrettanto fecondo si era poi rivelato il territorio delle Bocche di Cattaro, specie dal 1770. Una delle prime tabelle presentate dagli illirici dimostra bene la varietà di provenienze e di competenze, sebbene tutte legate al mare; basti pensare che il nipote del conte Vojnovich era noto come uno dei pochi corsari “con patente” (cioè autorizzati) dall’Austria. L’ultima tabella di questo genere, precedente alla risoluzione della controversia con i greci, nel 1781, delinea un quadro della comunità serbo-illirica dove l’elemento marittimo coesiste con i negozianti. Il dominio delle famiglie mercantili era innegabile, ma numericamente i negozianti erano la maggior parte, seguiti dai “viventi del proprio” (banchieri), “artifici” (due sensali, pantofolai, sarti) , “trafficanti” (pelliciai), “capitani della Bandiera Imperiale”, bottegai, sacerdoti e infine quattro “faquini”.
L’obiettivo, nonostante l’attendibilità generale dei dati, era di propagandare l’immagine di una comunità operosa, protesa al commercio per l’utile proprio (e dello stato).

Chiesa di Santissima Trinità e San Spiridione

Perchè i serbo-ortodossi si trasferivano a Trieste?
In realtà la motivazione religiosa era sì importante, ma solo in parte: l’economia giocava un ruolo chiave. Dopo aver siglato il trattato di pace di Passarowitz (Pozarevac) nel 1718del quale ricorrevano i cent’anni a Trieste nel 2018 – Carlo VI d’Asburgo aveva contrattato con l’impero ottomano un nuovo regime doganale austro-turco. Le merci che entravano nei reciproci paesi erano sottoposti a una tariffa ridotta, facilitando i traffici. Carlo VI avrebbe voluto così “invadere” il mercato ottomano, finora autarchico, ma avvenne  l’esatto opposto e i mercanti delle province balcaniche ottomane accumularono presto ingenti fortune.
I primi mercanti illirici rientravano in questa categoria: almeno fino a quando l’Austria non corresse l’errore di Carlo VI con la parificazione doganale del 1771. Solitamente un abile capitano di nave o mercante serbo-ortodosso portava le proprie merci nel Porto Franco di Trieste e successivamente da lì le riallocava a Vienna, Praga e generalmente nell’entroterra austro-tedesco.
Questo però non deve far pensare che non contasse l’elemento religioso: per i serbo-illirici del ‘700 l’assenza di una comunità religiosa che li accogliesse era condizione sufficiente per rinunciare a un buon affare. La mentalità laica del 21esimo secolo fatica a comprendere come tornaconti economici e sincera fede religiosa fossero talmente intrecciati da risultare indistinguibili. Sappiamo ad esempio che un gruppo di mercanti di Sarajevo avrebbe voluto trasferirsi a Trieste, ma dopo aver scoperto che la comunità non aveva un sacerdote serbo-ortodosso per le celebrazioni, preferirono lasciar perdere.

Il Caffè orientale o Caffè Greco di Trieste, 1888

Mentre le guide turistiche e la storia in formato wikipedia presenta le comunità religiose triestine come entità monolitiche, tutte d’un pezzo, in realtà i loro appartenenti avevano più identità e più fedi che coesistevano sotto il minimo comun denominatore del guadagno economico consentito dal Porto Franco. I 150 serbo-ortodossi che risedevano a Trieste nel 1780 venivano definiti dall’Austria “illirici”: termine con i quali si chiamavano i sudditi slavo-ortodossi della Frontiera Militare. Da cui derivava la definizione, nel tipico “burocratese” dell’epoca, di “slavo-illirici di rito greco orientale non unito“. Il termine andava poi utilizzato anche per i serbo-ortodossi che provenissero dalle province ottomane. Eppure gli stessi serbi si definivano, in quei primi anni, “greco-illirici“, “greci“, “illirici”, “greci-orientali” e così via. E nonostante la “rottura” del 1781 erano greci i maggiori partner commerciali e intensissimi i rapporti culturali e politici.
L’identità maggiore era senza dubbio quella confessionale: ovvero la comunità religiosa triestina; a cui seguiva per esteso la comunità ortodossa nell’impero asburgico. Quest’interesse religioso era poi legato a doppio filo con la cura della scuola illirica triestina (1792). A questi primi tre livelli – religioso e culturale (scolastico?) – va affiancato quello nazionale o etnico. Proprio uno degli insegnanti della scuola illirica si trasferì infatti a inizio ottocento nel pasaluk di Belgrado, dove gli insorti serbi avevano formato un territorio libero. Un primo embrione di stato-nazione in conflitto con l’occupante ottomano.
Paradossalmente nessuno dei serbo-ortodossi residenti a Trieste proveniva da Belgrado; eppure tra di loro questi “illirici” si definivanoserbi“. E quando i capi dell’insurrezione serba chiesero aiuto, la comunità triestina rispose con una donazione notevole, anche se non troppo (un mercante deve pur sempre fare affari!). Merita ricordare a questo proposito come all’epoca l’Austria avesse buoni rapporti con i serbi sotto dominio ottomano: c’era un fiorente commercio di animali da allevamento (suini) e il ricordo ancora vivo delle guerre contro i turchi. Tant’è che quando la prima insurrezione fallì, con numerosi massacri da parte ottomana, i serbi si rivolsero tanto all’Austria quanto alla Russia. Lo zar Alessandro I ricordò loro, dopo averli fatti aspettare sei mesi, che “(oltre al sultano) anche gli altri imperatori uccidono i sudditi ribelli“. Mentre Francesco I d’Asburgo accettò invece di accoglierli due volte, nel corso del Congresso delle Grandi Potenze a Vienna (1814).
La fedeltà dunque agli Asburgo per i serbo-ortodossi triestini non era disgiunta dall’appartenenza patriottica a una Serbia ancora “tutta da fare”: i due elementi, complici i buoni rapporti diplomatici, procedevano di pari passo.

Si potrebbe osservare come nel Settecento a fronte di un elemento economico “forte”, quale il Porto Franco, sussistevano comunità religiose caratterizzate da un moltiplicarsi di identità e fedi che coesistevano senza contraddizione. Personalmente, un’interpretazione della storia dei due secoli successivi potrebbe essere proprio l'”irreggimentazione” di quest’identità che si va definendo in senso esclusivo e nazionale, mentre contemporaneamente l’economia va indebolendosi. Si va affermando il concetto di stato-nazione ottocentesco; e contemporaneamente l’economia peggiora; si giunge al dilagare dei nazionalismi novecenteschi; e l’economia ristagna; giungendo all’evoluzione terminale dei conflitti etnici tra la fine degli anni Novanta e i primi del duemila.

Fonti: Marco Dogo, Profitto e devozione. La comunità serbo-illirica di Trieste 1748-1908, Lint Editoriale, 2000
Trieste All News, La Comunità serbo-ortodossa di Trieste: una convivenza lunga oltre due secoli

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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