08.06.2020 – 19.22 – No, non è per motivi di salute: considerato che nessuna prova in merito a una reale pericolosità della nuova tecnologia di trasmissione dati 5G è stata ancora prodotta, mano a mano che l’emergenza Coronavirus passa in secondo piano la lotta si sposta su un piano esclusivamente commerciale (e politico), e ha spinto Huawei, colosso delle comunicazioni cinese, a lanciare una grande campagna di pubbliche relazioni proprio nel Regno Unito, cercando di vincere le pressioni che Londra sta ricevendo dagli Stati Uniti rassicurando in merito all’affidabilità della Cina come partner per lo sviluppo della rete nazionale 5G britannica.
È un passo obbligato, e Huawei non può fare altro: l’ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti della tecnologia cinese è estrema (e motivata dal grande ritardo accumulato in questo campo dagli Stati Uniti: i concorrenti della Cina, per quanto riguarda il 5G, sono infatti Europa e India, mentre oltreoceano ancora si arranca per recuperare almeno quattro anni di arretratezza, un lasso di tempo enorme se si parla di reti dati). Chissà, sotto sotto, alla radice di molte teorie complottiste potrebbero esserci proprio i servizi di sicurezza statunitensi, ma dire questo equivarrebbe ad alimentare il complottismo con un nuovo complotto e allora rimaniamo ai fatti: quattro mesi fa il primo ministro Boris Johnson aveva annunciato l’apertura ai cinesi nonostante le obiezioni americane, fissandone il tetto al 35 per cento di partecipazione (una percentuale notevole), ma è ora sotto pressione ed è il suo stesso partito a chiedere di estromettere i cinesi tout court: da 35 a zero in un attimo, se i falchi vicini a Trump dovessero vincere. Ecco quindi che Huawei sceglie di indirizzare al popolo di Sua Maestà una lettera, nella quale sottolinea come la società cinese stia già operando nel Regno Unito da vent’anni con reciproca soddisfazione e che ci sia ora ‘qualcuno’ a cui quest’alleanza non va più bene. “Creiamo posti di lavoro”, scrive Huawei, “formiamo i tecnici del domani, investiamo in nuove tecnologie e diamo supporto alle università”, rendendo la posizione della società controllata dallo stato cinese pubblica e molto chiara. “Il dibattito su Huawei è stato disseminato di accuse infondate, che vengono proposte come se fossero fatti”, hanno dichiarato i responsabili per le relazioni pubbliche di Huawei stessa: il riferimento, in particolare, è alle supposizioni fatte dal governo statunitense sulla poca sicurezza della tecnologia cinese, che potrebbe essere impiegata a fini di spionaggio. Ultime, e non per importanza, le dichiarazioni del senatore repubblicano Tom Cotton, che ha ventilato la possibilità di una riduzione della cooperazione in campo sia commerciale che militare fra Stati Uniti e Regno Unito se quest’ultimo dovesse proseguire nella collaborazione con Huawei. Per Boris Johnson, una brutta gatta da pelare nel momento in cui il Regno Unito post-Brexit deve per forza di cose guardare a ovest. E per quanto riguarda la possibilità che la tecnologia cinese contenga veramente backdoor utilizzabili per lo spionaggio? Più che possibile. Del resto, gli Stati Uniti, con Echelon, e anche se del (recente) passato ci siamo dimenticati, su questo hanno fatto scuola. La strada per una sicurezza nella trasmissione e nella riservatezza dei dati, in Europa, non potrebbe obbligatoriamente che passare per una tecnologia proprietaria, sviluppata proprio nel Vecchio Continente: e l’Unione Europea, unita, sarebbe in grado di farlo, riguadagnando una posizione da leader dalla quale per qualche ragione, in meno di vent’anni, si è ritirata.
[r.s.]


