Ferriera, lettera a Patuanelli dai lavoratori: “E’ stato un errore credere alle promesse”

17.06.2020 – 08.50 – “Le istituzioni continuano a dare garanzie ai lavoratori, continuano a volerli rassicurare senza però che a tutte queste promesse segua qualcosa di concreto. Il perder tempo delle istituzioni nel voler, almeno nelle intenzioni, dare continuità lavorativa a chi era stato deliberatamente escluso dall’accordo sindacale di gennaio vede come unica certezza, al momento, che i lavoratori interessati sono già a casa da due settimane senza che alcuna certezza sia stata loro data”. Così in una nota Cgil Trieste a seguito della conferenza stampa svoltasi nella giornata di ieri.
L’accordo sindacale che sta alla base dell’accordo di programma non è mai stato firmato da alcuna rappresentanza che coinvolgesse direttamente i somministrati. Dopo esser stati esclusi dal voto e visti i tempi lunghi di firma dell’Accordo di Programma, si richiede un nuovo accordo sindacale contenente tutti i lavoratori, indipendentemente dalla forma contrattuale loro applicata, e che lo stesso veda come soggetti coinvolti, assieme ad istituzioni e privati subentranti nelle aree, non solo le sigle sindacali metalmeccaniche, ma anche una rappresentanza della categoria dei somministrati in quanto non si accettano più esclusioni da qualsiasi dei soggetti coinvolti, sindacale o istituzionale”.

“Torniamo nuovamente a ribadire con costanza che seppur siamo consapevoli che l’emergenza sanitaria non ha certamente giocato a favore dei lavoratori, la stessa non può essere una scusante pienamente accettabile, perché che gli esuberi esistessero era ben noto fin da ottobre; ancor più da gennaio, quando i numeri vennero esplicati nell’accordo sindacale e a quel tempo non era in previsione alcuna emergenza Covid e l’accordo di programma era nelle dichiarazioni pronto alla firma. Risulta evidente che le nostre preoccupazioni non riguardano il dar fiducia alle istituzioni sul fatto che questa ricollocazione ci sarà, ma riguardano invece i tempi“.

“I somministrati sono già stati lasciati a casa e non possono pagare l’inefficienza di una politica che solo un attimo prima della tragedia si accorge che mancano le dovute garanzie occupazionali. Di una politica che solo dopo che è pronta a dare oltre 80 milioni di euro ad un privato, si rende conto che non è una spesa sostenibile e accettabile per il tessuto socio-economico di un intero territorio, a fronte dell’alto prezzo pagato in occupazione.
Chiediamo pertanto che, in continuità d’intenti con le azioni predisposte da CGIL e FIOM, vi sia un risposta chiara, completa ed immediata che risponda alle esigenze di occupazione, crescita e tutela del territorio, nonché sia garantita la presenza delle parti sociali interessate affinché si possa controllare, vigilare, partecipare ed intervenire per nome e per conto di chi troppo facilmente e troppo frequentemente è considerato vittima assoggettabile di decisioni altrui”.

Di seguito la lettera scritta su iniziativa dei lavoratori somministrati in ferriera ed indirizzata al Ministro Patuanelli: “Eccoci arrivati alla fine di questa storia che per molti era ormai durata più di due anni. Noi non crediamo che sia veramente arrivata alla fine, nel senso che ancora aspettiamo che le promesse che ci sono state fatte vengano mantenute. Forse saremo solo ingenui e il nostro errore è stato proprio credere alle promesse, ma non pensavamo che sia dall’azienda sia dalle istituzioni potevamo essere presi così tanto in giro, trattandoci come numeri come se dietro ognuno di noi non ci fosse una storia, una famiglia, un sogno per il futuro.
Dal primo giugno siamo ufficialmente a casa (per la felicità di qualcuno) e una delle cose che ci fa più rabbia è che in molti la dentro abbiamo dato l’anima fin dal primo giorno. Abbiamo creduto al progetto dell’Azienda, alle prospettive che ci garantiva portando molti di noi anche a rifiutare importanti proposte in altre rinomate industrie del territorio perché seppur la proposta era allettante, non ce la siamo sentiti di abbandonare quell’azienda che non smetteva di ripeterci “state tranquilli ragazzi, a fine mese arrivano i vostri contratti. Siete bravi e se continuate a lavorare così questa fabbrica vi può portare alla pensione”.
Queste prime e continue promesse poi si sono rivelate infondate, ma noi ormai avevamo rifiutato gli altri lavori e non potevamo tornare indietro. Arriviamo quindi ad ottobre, dove per alcuni nostri colleghi diventa realtà il fatto che non si vedranno rinnovato il contratto come promesso e solo con l’interessamento di una parte della politica e di (poche, pochissime) sigle sindacali si riesce a riportare dentro i nostri colleghi anche se con un contratto più debole di quello promesso, ossia con somministrazione di lavoro tramite una agenzia interinale. A quel punto capiamo che non possiamo più fidarci dell’azienda e delle sue promesse e troviamo nella politica l’ultimo soggetto a cui poter richiedere di mantenere le promesse fatte; perché anche la Regione, come noi, ha sostenuto fin dal primo momento che era impensabile che un imprenditore potesse ricevere così tanti soldi pubblici, che oggi sappiamo essere oltre 80 milioni, lasciando 67 famiglie in mezzo ad una strada. Volendo quindi ancora una volta dare fiducia alla politica, abbiamo accettato di provare a vedere cosa sarebbe successo aderendo ai percorsi di ricollocazione che la Regione aveva predisposto per noi con l’ausilio del Centro per l’Impiego, ma forse perché nel frattempo è scoppiato il problema Coronavirus o forse perché, a pensar male, quella non fosse altro che l’ennesima non mantenuta promessa, anche sul quel fronte non abbiamo più avuto notizie. Oggi torniamo a scrivere, sperando di essere ascoltati, per dire che non accettiamo di essere il finto trofeo da mostrare nelle passerelle dei politici che dicono che ci aiuteranno; per dire che capiamo che il Coronavirus abbia potuto complicare le cose e rallentare i tempo, ma per noi i tempi non si sono rallentanti e oggi siamo a casa. E dopo che avemmo anche ragione quando sostenemmo che l’ipotesi di Arvedi di S. Giorgio di Nogaro non era altro che una scusa per placare le acque nei confronti della politica e che di fatto non esiste (ma era anche improponibile), vogliamo sapere che fine hanno fatto le promesse del Ministro Patuanelli riguardo Fincantieri o, come disse la Regione, anche tramite le aziende dell’indotto. Ora la politica continua a prendere tempo e il rallentamento della firma sembrerebbe dovuto proprio all’intenzione di salvare prioritariamente noi somministrati, ma quando avverrà questo salvataggio, verso quali aziende e con quali reali prospettive per il futuro con lo dovuta e necessaria stabilità contrattuale non siamo degni di saperlo.
Noi continuiamo ad aspettare e a chiedere in tutti i modi che si vigili, perché non permetteremo che la politica dopo le continue promesse possa permettere ad una azienda di portare a casa 80 milioni di euro pubblici e lasciare famiglie in mezzo ad una strada. E ancora chiediamo che ci vengano date delle risposte e delle soluzioni quanto prima, immediatamente, perché (forse è utile ricordalo) non siamo numeri. Non siamo 67 esuberi (oggi fortunatamente qualcuno in meno, che è riuscito a trovare altre opportunità) ma siamo 67 lavoratori, con alle spalle chi 3, chi 2, chi 1 un figlio e di questi pochissimi con la moglie che lavora e siccome anche noi viviamo in una comunità, anche per noi arrivano inesorabili tasse, bollette, mutui da pagare. E poi non siamo neanche giovanissimi; non tutti perlomeno. C’è chi di anni ne ha già più di 40, chi sta per arrivarci, chi ha superato i 30 … ed è un attimo che l’età anagrafica non diventi un ulteriore ostacolo alla nostra ricollocazione. Pertanto, continuiamo a chiedere al Ministro Patuanelli, al Presidente Fedriga, all’Assessore Rosolen, al Sindaco Di Piazza di ricordarsi che esistiamo, che ancora attendiamo che vengano mantenute le promesse sul nostro futuro e ringraziamo quei giornali che vorranno dar spazio alla nostre voce“.

c.s

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