Coronavirus: dopo sei mesi, cosa ne sappiamo? E il vaccino, e la seconda ondata?

21.06.2020 – 11.26 – “Folla in spiaggia senza distanza (e senza mascherine)”, titola oggi il Corriere: a Jesolo e Ostia si va al mare, e le precauzioni e il distanziamento sociale sono cose già dimenticate. Difficile, dopo mesi di chiusura (e soprattutto con il sole ad aspettarci) pensare a scenari diversi; i virologi sussultano, e raccomandano di non abbassare la guardia. Niente folle invece oggi a Barcola, ma più che dal Coronavirus, dipende dal tempo non ancora clemente, che ricorda più il cielo della patria di James Joyce che quello di un’estate italiana; nel frattempo, c’è chi dalla finestra del proprio Social network apostrofa chi va al mare senza bardarsi di mascherina come ‘pazzo’ e ‘incosciente’. Dopo sei mesi (forse di più: il virus è stato riconosciuto come circolante probabilmente almeno da fine novembre 2019) di Coronavirus, che cosa ne sappiamo? Da un lato, moltissimo (proprio a Trieste, in marzo, è stata raggiunta la conoscenza della sequenza genetica completa); dall’altro, ancora troppo poco. Vediamo. Cosa sappiamo del Coronavirus causa del Covid-19?

  • I sistemi sanitari, a livello nazionale, con eccellenze in alcune regioni, hanno non solo retto la pressione, ma raggiunto risultati spesso d’eccezione: da un punto di vista della reazione sanitaria all’epidemia, quella del Covid-19 è una storia di successo. Dai primi giorni in cui il terrore sembrava essere protagonista di ogni giornata (si parlava di medici costretti, dalla mancanza di posti letto e dispositivi di sostegno alla respirazione, a decidere chi deve vivere e chi deve morire), si è passati in poche settimane a reparti di terapia intensiva appena inaugurati e rimasti vuoti inutilizzati, e ospedali tornati alla normalità. Le strutture sanitarie sono state in grado di reagire rapidamente, adattandosi, comunicando via Internet, adottando nuove procedure e tecnologie e riuscendo a fare nello spazio di un mese (da marzo ad aprile) quello che in tempi diversi avrebbe richiesto anni.
  • Con gli ospedali, è andato tutto bene? Purtroppo no. Oltre alle situazioni, ben note, di alcune regioni italiane e case di riposo diventate i focolai di Covid-19 più grandi d’Europa (e su cui ora indaga la magistratura), il prezzo da pagare è stato quello dello stop o rallentamento, perlomeno temporaneo, ad altri servizi d’assistenza, come quello nei confronti ad esempio di malati di tumore. E ora la forza lavoro, dopo tre mesi di costante impegno, è stanca, e c’è necessità di ripensare a quanto fatto e rendere il servizio sanitario nazionale ancora più robusto in previsione di altre epidemie.
  • L’immunità di gregge probabilmente non funziona. Si sa che quando una certa percentuale di popolazione diventa immune a una malattia e non ne è più veicolo, scatta la protezione garantita dalla cosiddetta immunità di gregge: il virus non trova più possibili ospiti nei quali trasferirsi, e quindi muore. Questo risultato viene raggiunto di solito attraverso un programma di vaccinazioni: raggiungere l’immunità di gregge dando libero corso alla malattia (non è quello che è stato fatto in Svezia), quindi lasciando che sia la natura a decidere, vorrebbe dire esporre almeno il sessanta o il settanta per cento della popolazione all’infezione e vedere che cosa succede. Si è visto, però, per motivi che non sono stati ancora pienamente compresi, che ci si riammala, che gli anticorpi non sono presenti in quantità sufficiente (e questa è stata una sorpresa per i ricercatori) in chi è guarito oppure che rimangono nel sangue per un tempo troppo breve. L’immunità di gregge probabilmente non sarà raggiunta. Solo una percentuale fra il 7 e il 10 per cento di chi si è sottoposto al test è risultato avere gli anticorpi nel proprio sangue. A meno che non ci sia una percentuale molto più grande di quello che immaginiamo di persone che sono venute in contatto con il virus senza ammalarsi; e non potremo saperlo, con certezza, mai.
  • Il virus, attualmente, sembra ‘scomparso’. Non per davvero; medici ed epidemiologi sanno bene che è ancora presente. Però, alla riapertura, nel momento in cui siamo usciti di casa, non c’è stato alcun picco di nuovi contagi, e trascorse ormai molte settimane continua a non esserci anche se abbiamo in pratica ripreso una vita quasi normale. Merito delle misure di profilassi e distanziamento? Difficile dire se sia o meno così, perché le mascherine sono in molte situazioni di fatto scomparse (e chi le indossa, le indossa male) e il distanziamento sta venendo rapidamente dimenticato. Eppure, i nuovi contagi non ci sono; situazione che ricorda molto da vicino l’epidemia di Sars, scomparsa da sola. Perché sia così, rimane per ora, per la scienza, un mistero. Alcuni scienziati hanno ipotizzato che il Sars-CoV-2 non sia un virus che colpisce e uccide a caso, ma che si accanisca in modo particolare contro gli anziani e le persone già malate: una specie di, tristemente, ‘spazzino’ creato dalla natura stessa. Se così, tragicamente, è, non lo sappiamo ancora.
  • Chi è più a rischio? Purtroppo, e per le loro condizioni di vita, le minoranze etniche. Chi ha la pelle scura o è scappato da una nazione distrutta dalla guerra muore di Coronavirus, statisticamente, due volte di più di un cittadino europeo: spesso perché non ha adeguato accesso alle cure sanitarie e vive in ambienti, anche lavorativi, sovraffollati, dove l’igiene è scarsa. Tolte le cause sociali dal computo delle vittime, si è visto che il Covid-19 tende a uccidere di più gli obesi e chi ha il diabete. C’è una diffusa opinione fra i medici che anche una carenza di vitamina D possa esporre di più le persone alla malattia. E, naturalmente, chi è più anziano: il numero di morti per Covid-19 nella popolazione europea sopra i 90 anni, per ogni 100mila persone, è risultato attorno ai 1700, più o meno, a seconda delle nazioni. Per la fascia d’età fra i 25 e i 40 anni, il numero di morti ogni 100mila malati è stato mediamente di 3.
  • Il lockdown generalizzato è stato una strategia efficace? È questione dibattuta: entrano in scena, in questo caso, la politica e gli operatori economici. Molto probabilmente, il distanziamento sociale è stato un fattore determinante ed ha contribuito sensibilmente a contenere la malattia. Allo stesso tempo, sicuramente il lockdown indiscriminato però è stato anche il fattore che ha messo in ginocchio la maggioranza delle economie mondiali, e quella italiana, unica fra i paesi UE a non essersi almeno in parte ripresa dalla crisi del 2008, in modo particolare. La maggioranza della comunità scientifica è però d’accordo sul fatto che un lockdown generalizzato come quello già messo in atto non sia la strada da percorrere neppure se si dovesse verificare la tanto temuta seconda ondata: i focolai andrebbero valutati caso per caso, le persone monitorate individualmente. E i più giovani, sensibilmente meno esposti ai rischi della malattia, lasciati liberi di continuare a lavorare per sostenere le economie e i più deboli. Chi si oppone a questa visione ricorda che i giovani potrebbero però, anche se non malati, essere comunque infetti e quindi diffondere la malattia ai più vulnerabili; molto dipende da quanti asintomatici effettivamente ci sono, perché se dovessero essere in gran numero, come si è ipotizzato, tutti i calcoli sul Covid-19 andrebbero rifatti. Il fattore di letalità, ad esempio, si abbasserebbe moltissimo e tornerebbe paragonabile a quello dell’influenza o addirittura inferiore, come si era ipotizzato all’inizio.
  • In un mondo ideale, da un punto di vista scientifico, il lockdown avrebbe dovuto essere imposto con rigidità ma per categorie: prima le scuole, per vederne l’efficacia e gli effetti delle misure prese, poi dopo un po’ i trasporti, poi ancora i negozi e via così, isolando i fattori e permettendo di mettere in atto sistemi di verifica. Un lockdown imposto su tutto ha di fatto livellato la possibilità di studiare i contesti in cui la malattia si presenta. E ora capire che cosa è successo è più difficile. Naturalmente, di fronte all’urgenza di prendere misure di contenimento, e alla minaccia dell’epidemia, le decisioni si sono dovute prendere in fretta, e senza avere alle spalle esperienze precedenti. Ecco perché il metodo scelto dalla Svezia, fortemente criticato in particolare dall’Italia (forse perché diametralmente opposto al nostro e risoltosi però nello stesso modo), è in realtà ora studiato con interesse dalla comunità scientifica internazionale: la Svezia, alla fine, ha avuto un andamento che pur presentando picchi e recessi espone grafici praticamente sovrapponibili a quelli degli altri paesi, anche se diversi in valore assoluto (ma non è, per uno studio parametrico, ciò che conta); e senza lockdown totale.
  • I timori di mutazioni dagli effetti pericolosi sembrano infondati. È stata la paura di tutti, nelle prime settimane; poi la comunità scientifica ha spiegato che le mutazioni sono semplicemente dei cambiamenti che si verificano continuamente in natura e che non necessariamente rappresentano un male, anzi. La grande maggioranza delle mutazioni del Sars-CoV-2 non ha alcun effetto, e non porta a cambiamenti; e in realtà le mutazioni stesse sono spesso un fattore di vantaggio, sia per il virus, che non ha interesse a uccidere il suo ospite, che per l’ospite stesso: il virus si adatta e può finire per diventare un nostro compagno eterno senza farci più ammalare; si tratta della situazione di endemia, uno degli esiti che il CDC statunitense ha ad esempio ritenuto essere una possibilità realistica già a gennaio.
  • Le mutazioni possono rendere impossibile sviluppare un vaccino? L’University College di Londra ha identificato, finora, quasi 200 mutazioni del virus Sars-CoV-2, senza che alla fine niente o quasi, nel contesto, sia cambiato. Il virus dell’influenza muta così rapidamente da rendere necessario sviluppare ogni anno un vaccino nuovo. Le 200 mutazioni riscontrate hanno però dato modo agli scienziati di capire che in realtà la velocità stessa di mutazione del Coronavirus protagonista del Covid-19 è sensibilmente lenta, se paragonata ad altri; e questo, per chi ricerca un vaccino, è una cosa positiva.
  • I test continui sono il fattore chiave. I test, tamponi o esame del sangue, servono a due cose: capire se si ha il virus, e capire se con il virus siamo già entrati in contatto tempo fa, magari ammalandoci senza rendercene conto. La risposta a un tampone può arrivare in un tempo fra 16 e 72 ore; spesso, per avere certezza del risultato, il tampone va ripetuto. Esistono anche metodi d’analisi più rapida ma vengono utilizzati solo in determinati contesti, in presenza di rischio maggiore. Il test degli anticorpi richiede il prelievo del sangue; purtroppo, non si è riusciti a raggiungere un numero di test tale da essere preso come valore di riferimento per statistiche precise. Nel frattempo, il numero di persone venute in contatto con il virus stesso continua a calare; questo, per chi sviluppa un vaccino, è un problema, perché senza una popolazione abbastanza grande di malati da tenere sotto controllo, i risultati possono essere poco o per niente affidabili.
  • Le mascherine servono? L’OMS, dopo molti mesi, ci ha detto che ‘probabilmente dovremmo indossarle’, in un documento che però, letto con attenzione, suona più da risposta politica che scientifica. Molti stati europei hanno imposto l’obbligo di mascherine nei luoghi chiusi, all’interno dei mezzi di trasporto pubblici e in tutte le aree affollate. Ogni stato, e ogni regione, ha però applicato il proprio metodo, ed emesso raccomandazioni diverse da quelle degli altri, senza coordinamento. Una concreta, solida dimostrazione scientifica dell’utilità di indossare, al di fuori di contesti specifici, la mascherina, non c’è: sono stati effettuati, globalmente, circa 200 studi basati sull’osservazione diretta, e indossare una mascherina sembra ridurre il rischio di contagio di una percentuale fra il 55 e l’85 per cento, ma i ricercatori stessi hanno sottolineato che è una valutazione empirica alla quale non seguono prove certe, e quindi non sappiamo come interpretare i risultati. A queste osservazioni si aggiunge però un’altra evidenza dei fatti, ovvero che la ‘movida’ serale e ora gli assalti alle spiagge senza mascherine non si sono risolti in un aumento di contagi; anzi finora non è successo nulla. La mascherina, quindi, finora risulta utile per il primo motivo per cui era stata raccomandata: l’uso sulle persone che già presentano sintomi per ridurre la diffusione attraverso il respiro e per gli addetti sanitari che potrebbero infettare altre persone durante il loro lavoro. L’uso fatto male della mascherina può indurre una sensazione di sicurezza e inconsapevolmente far trascurare le uniche altre due misure che si sono rivelate veramente efficaci: il distanziamento interpersonale a più di un metro e il lavaggio frequente delle mani. Per quanto riguarda gli scanner termici per misurare la febbre, i produttori stessi dei sensori poi rivenduti da moltissimi altri marchi hanno sottolineato come gli stessi non abbiano la precisione di uno strumento medico e si possa arrivare a finestre d’errore piuttosto ampie, tali da invalidare la misura.
  • Per quanto tempo, una volta infettati, si è contagiosi? Il periodo varia e in casi eccezionali arriva a diversi giorni (oltre la settimana) ma la comunità scientifica concorda su un periodo di pericolosità coincidente con le 48 ore immediatamente dopo la comparsa dei sintomi.

Cosa non sappiamo, del virus che ha trasformato le nostre vite, almeno per ora? Non sappiamo quanto duri l’immunità dopo la malattia. Potrebbe, ma non c’è certezza, garantirci una finestra di protezione di circa sei mesi; ma il Sars-CoV-2, piaccia o non piaccia il paragone, che ha destato scandalo, è proprio un raffreddore, anche se dalle conseguenze temibili: si diffonde come il raffreddore e, come il raffreddore, probabilmente l’essersi ammalati garantisce un’immunità molto breve. Un altro ostacolo nello sviluppo di un vaccino.

  • Per quanto riguarda il vaccino stesso, più di un centinaio di team in tutto il mondo ci stanno lavorando contemporaneamente e questo rappresenta per la scienza medica un risultato eccezionale. Eppure persino questo impegno senza precedenti non consente di avere garanzie o di saltare le tappe, e le date di presunta disponibilità, metà dell’anno prossimo 2021, non sono state ancora anticipate. Nessuno vuole un vaccino che non sia assolutamente sicuro, soprattutto nella tempesta delle fake news e delle nuove polemiche antivacciniste, che hanno trovato terreno fertile proprio nelle dichiarazioni, premature, già fatte ad esempio da esponenti politici, in merito a una sua obbligatorietà generale: il mondo, comprensibilmente, ha fretta di imporre la vaccinazione generale, questo per ragioni economiche legate alla necessità di riaprire il prima possibile tutto e di dare il via libera al turismo e ai viaggi di lavoro. Nelle ragioni economiche si cela però anche l’enorme volume d’affari che un vaccino contro il Sars-CoV-2 consentirebbe al produttore di sviluppare in presenza di vaccinazione obbligatoria (a meno che il vaccino scoperto non venga donato alla comunità scientifica internazionale); e di questo si può, legittimamente, avere timore. E c’è poi il secondo problema al quale abbiamo già accennato: non ci sono più malati. Con l’epidemia sotto controllo, le sperimentazioni del vaccino possono ora avvenire solo attraverso l’infezione volontaria di soggetti che si rendono disponibili al trattamento. E questo, oltre a non essere privo di rischi per chi accetta di diventare il soggetto dei test di laboratorio, altera le condizioni di base e, potenzialmente, anche i risultati.
  • Infine, la seconda ondata. La prima si è, di fatto, esaurita; il primo a dichiararlo in Italia, e a finire sotto il fuoco incrociato degli oppositori, è stato il professor Alberto Zangrillo; prima di lui l’avevano però già detto il professor Lothar Wieler dell’istituto Robert Koch tedesco, il professor Carl Heneghan dell’Università di Oxford e altri scienziati. E ora, trascorsi diversi giorni dall’intervento di Zangrillo, si sono uniti con dichiarazioni simili molti altri medici e primari di terapia intensiva. Contemporaneamente sono entrati in una fase di silenzio proprio quegli oppositori alla teoria del virus ormai esauritosi, primo fra tutti Roberto Burioni. Nelle nazioni che via via hanno revocato il lockdown il previsto ritorno delle infezioni non c’è stato, tranne in alcuni casi come quelli dei mattatoi tedeschi e, recentemente, del mercato di Pechino, che però, oltre a essere contenuti, si stanno rivelando particolari, e ai quali potrebbero contribuire concause ancora tutte da comprendere (per quanto riguarda Pechino, la Cina ha ipotizzato un ceppo virale importato dall’Europa). Gli esperti non sono sicuri di ciò che accadrà: non c’è più la certezza, che sembrava ai primi di maggio assoluta, di una seconda ondata con l’autunno. E questo non può dipendere dalla temperatura estiva: per prima cosa perché, purtroppo, per ora l’estate 2020 non ci ha ancora regalato molte giornate di sole, per seconda perché la scienza ha già detto che non c’è certezza di influenza della temperatura sul Coronavirus stesso, e per terza perché non in tutto il mondo è estate. Ad aver fatto scomparire non il virus, che c’è ancora, ma la sua capacità di far ammalare le persone potrebbe essere qualche fattore stagionale che non abbiamo ancora capito. Il raffreddore e l’influenza si diffondono più facilmente d’inverno, e questo lo sappiamo bene; però sappiamo anche con certezza che questo dipende dalla tendenza a stare molte più ore in spazi chiusi e più affollati, e dalla riapertura delle scuole, con i bambini che purtroppo, loro malgrado, sono sempre stati un veicolo d’infezione. Chi non frequenta aree gremite di persone, non usa i trasporti pubblici e si lava spesso le mani, di solito l’influenza non la prende. In definitiva, se ci sarà o meno una seconda ondata di Covid-19 in autunno non lo sappiamo: forse sì, forse no.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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