“Tranquilla amore, è solo un film”. Le risposte che oggi non possiamo avere

18.05.2020 – 17.31 – Diversi anni fa una bambina andò al cinema con suo padre. Sbagliarono sala e si ritrovarono a vedere un film che non avevano scelto. Questo film raccontava la storia di un attacco violento e incontrollabile al genere umano. La bambina uscì da quel cinema con un’angoscia inedita. Il padre la guardò mortificato e le disse con tono dolce e protettivo: “Stai tranquilla, amore. Queste cose non succedono. È solo un film”. Quell’angoscia non la abbandonò per diversi giorni, fino a quando non decise di credergli. Qualcosa però continuò ad insistere in lei al di là della rassicurazione paterna. Ed oggi, eccoci qui: tutti bambini di fronte ad un evento che il nostro sguardo infantile non era in grado di interpretare. E, come un bambino, ognuno di noi ha dovuto iniziare a costruire da zero un proprio senso. Che cosa è accaduto in questi mesi?

L’umanità tutta è stata travolta dall’inatteso. Qualcosa di impensabile ha stravolto l’esistenza di tutti noi in quanto collettività e in quanto singolo. È proprio qui il punto centrale: non eravamo preparati. C’è chi si chiede se potevamo esserlo, se avremmo potuto evitarlo.
Troppo spesso si cercano innanzitutto delle risposte, chiare, totali, salvifiche, e poi qualcuno da incolpare, senza fare davvero i conti con il fatto che questo virus ci ha confrontati tutti, indistintamente, con le due grandi questioni che il soggetto contemporaneo evita in ogni modo: la morte da una parte e la rinuncia dall’altra.
Sulla morte c’è sempre un impossibile a dirsi: non esistono delle vere e proprie parole che possano raccontarla. Nessuno potrebbe vivere la propria esistenza se non si dimenticasse almeno un po’, e per un po’, di non essere immortale. Alcune correnti filosofiche consideravano la vita e il tempo dell’essere umano come un inevitabile e progressivo avvicinamento alla morte. “Sempre si more”, recita la poesia del poeta friulano Ciro di Pers, “Orologio da rote”, nella quale il battito dell’orologio non fa altro che ricordare a chi lo ascolta la fugacità della vita. Una verità che se avessimo sempre davanti agli occhi non ci permetterebbe di vivere la nostra esistenza.
L’epidemia irrefrenabile, i conteggi dei deceduti, il rischio invisibile e sordido proprio di un virus, la paura che un proprio caro possa esserne vittima ci ha obbligati invece a fare esperienza diretta e traumatica della caducità dell’uomo. Anche chi, più fortunato di altri, non è stato toccato in prima persona. La morte genera angoscia nella misura in cui essa rappresenta un enigma per chi vive, per quante speculazioni filosofiche si possano fare su di essa nessuno sa veramente cosa sia. Possiamo nominarla, fatto squisitamente umano, ma essa rimane nel suo nocciolo un nome privo di significato.
La rinuncia è un’altra grande questione della nostra epoca: sopportare la frustrazione di divieti sempre più stringenti per molti non è stato semplice. Non siamo più abituati a perdere nulla: l’illusione di poter avere tutto, di poter fare tutto, di poter essere qualsiasi cosa, ci ha incastrati in un’incessante rincorsa di “qualcosa in più”, condannandoci spesso a una sensazione di insaziabile insoddisfazione. Il virus, in controtendenza, ci ha obbligati invece a una sottrazione progressiva di oggetti, esperienze, possibilità. Costretti a “godere” di quello che si ha e di quello che si è in quelle quattro mura domestiche, privi di distrazioni facili e a portata di mano. Ed in questo movimento gli oggetti hanno in parte perso il valore illusorio che gli attribuivamo, lasciando spazio invece alla dimensione della relazione con gli altri. Alcuni legami si sono convalidati, altri si sono spezzati, altri ancora sono nati inaspettatamente. Sarebbe successo senza l’epidemia? È una domanda aperta e lascio a chi legge la risposta.

Quello che però è certo è che molti hanno potuto, e dovuto, tirare alcune somme della propria storia, al di là degli slogan #andràtuttobene, qualcuno ha iniziato a chiedersi: “e ieri come andava?”
Non c’è nessun padre che possa dirci “Stai tranquilla, amore”. Non esiste una verità assoluta che possa essere pronunciata dall’Altro a cui aggrapparsi. Abbiamo cercato nei rappresentanti politici questa risposta: prima proclamati come eroi nazionali, poi devastati perché le loro “promesse” non si sono avverate.
Questo perché nessuno possiede un sapere esaustivo su quanto ci sta accadendo. Non ora, per lo meno. Quello che domina è piuttosto l’incertezza e l’imprevedibilità del futuro, che mette tutti nella condizione di non poter fare “progetti”. Ma la vita stessa deve essere un progetto per poter essere vissuta o finiremmo per trasformarci tutti nel pastore di Leopardi che invoca la luna cercando un senso alla propria vita e alla mortalità dell’uomo.
Che cosa stiamo facendo dunque? Quello che è evidente è che ognuno sta scrivendo un proprio senso all’accaduto. C’è chi si dedica a passioni mai coltivate, c’è chi ne scopre di nuove, c’è chi si mette al servizio degli altri nelle più diverse declinazioni: un aiuto alla protezione civile, un supporto a chi “sta peggio”, un canto sul balcone, una diretta sui social, un video della nostra città deserta per ricordarci quanto sia meravigliosa. Si è visto molto di tutto ciò in questi mesi e si potrebbe dire che si tratti di una risposta vitale e vitalizzante al trauma, una forma sublimatoria dell’angoscia fondata sull’atto creativo e sul legame. C’è chi critica l’inutilità di alcuni di questi atti; io credo piuttosto che ognuno abbia fatto quello che poteva e voleva, nell’ottica di una progettualità singolare e non universale.
Questo mi ricollega ad un’altra reazione condivisa da molti: “la localizzazione del nemico”. Identificandosi ad esempio con il giustiziere, con colui che punta il dito sull’altro, che lo svela, che lo accusa e che lo espone alla gogna mediatica. La frustrazione del divieto e l’angoscia della morte è stata così in parte trattata: proiettandola sull’altro, trasformandola in aggressività diretta verso l’esterno. Una risposta dunque più sintomatica che sublimatoria all’angoscia, ma pur sempre una risposta.

Ritornando alla similitudine con l’infanzia d’apertura dell’articolo, vorrei prendere in prestito dal pensiero di Jacques Lacan l’importanza che nella sua teoria assume la possibilità che il bambino possa trovare una propria risposta alla sua esistenza. Il bambino, inconsciamente, cerca nell’altro una definizione di sé stesso e del suo stare al mondo. Chi si prende cura di lui può confermargli la sua esistenza attraverso la propria presenza, il proprio amore, le proprie parole. Ma questa definizione non può e non deve essere totalizzante. Perché è nello iato che si apre tra una domanda e una risposta non completamente esauriente che il bambino può iniziare a costruirne una propria.
Ci chiediamo come ne usciremo. Migliori? Peggiori?
Come per quella bambina, anche quando finalmente avremo dall’Altro la risposta che desideriamo, qualcosa continuerà ad insistere. Cosa se ne farà ognuno di noi di quel “qualcosa” che rimarrà?

[e.p.][foto dell’autrice]

[Elena Paviotti è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. Ha frequentato l’Istituito di Ricerca di Psicoanalisi Applicata diretto a Milano da Massimo Recalcati, ed esercita la professione a Trieste, seguendo l’orientamento psicoanalitico lacaniano. Fa parte inoltre dell’equipe Telemaco, associazione di promozione sociale che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]