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lunedì, 4 Luglio 2022

Movida, Spritz e guardie civiche da dimenticare. Generazioni a rischio conflitto

26.05.2020 – 11.21 – Provo simpatia per i ragazzi del mercoledì sera (del ‘sabato sera’ no; questo perché il sabato è un giorno più vicino a un’età anagrafica diversa); parto da una considerazione, quella che “Movida” e “popolo dello Spritz” siano termini, o meglio etichette, che, onestamente, lasciano il tempo che trovano. Nel sentirli viene in mente quell’odore di carta umida che si alza dalle scatole scoperchiate in una cantina, o forse l’immagine di una soffitta dentro alla quale si sono rifugiate, mascherine e nastri adesivi attorno alle finestre, altre generazioni, che non sono ancora quelle dei vecchi ma che probabilmente John Travolta, ballando, qualche volta l’hanno imitato, me compreso. Se il fracasso della chitarra elettrica a palla proprio sotto la finestra, mossa dalla mano impegnata nel virtuosismo sul pezzo rock spesso malriuscito, non è una cosa che nessuno possa dire di amare (un po’ di più si potrebbe, in effetti, sopportare, vista la vocazione turistica, ma tant’è), “Movida” ricorda altro. Fa venire in mente il sesso fatto contro a un portone (i giovani preferiscono un modo più comodo; come dargli torto), lo sballo con addosso ‘chiodo’ e anfibi slacciati, le paste, i fiumi di alcol e, in altre città, qualche nuvola di polvere bianca. Diciamoci la verità, la “Movida” dei film non è certo quello che si trova in via Torino attorno a quattro botti, o in piazzetta Barbacan; se la triestina via Torino qualche problema ce l’ha, come Barbacan stessa, è quello della densità troppo alta di locali pubblici, anche perché sono fra le poche aree pedonali della zona ad avere caratteristiche tali da permettere una maggiore aggregazione. Le situazioni che richiedevano attenzione sono già state affrontate dai questori e dagli agenti di polizia, e ciò che c’è sono quei ragazzi che, oltre ai bar del centro, spazi non ne hanno (certo, di occasioni di altro genere a Trieste non ne mancano: ma non tutti sono amanti del cinema, o sportivi, o fanatici della lettura serale di poesia).

Chi ha diciotto, vent’anni oggi, anche se il peggio toccherà a quelli che hanno dieci anni di più, si porterà comunque dietro il peso di una crisi che non abbiamo saputo gestire prima e che stiamo gestendo ancora peggio adesso: la ‘Generazione Z’ avrebbe dovuto affacciarsi al mondo del lavoro quest’anno, e invece aspetterà ancora un bel po’: chi mai avrà il coraggio, anche dove serve, di assumere un ragazzo o una ragazza nel momento in cui non sa neppure come far quadrare i conti per quelli che lavorano già? È difficile scorgere, adesso, possibilità di ripresa immediata, e quei lavoretti temporanei – nei bar, nei pub, nelle pizzerie – che gli studenti avevano iniziato a fare nel 2008 per poter cominciare a fare qualche passo nella vita da soli senza mamma e papà sono proprio quelli che adesso, fra decreti di duecentosessanta pagine, abbiamo messo a morte. Anche se l’economia dovesse rimbalzare in maniera relativamente rapida (difficile che succeda in Italia) grazie alle misure straordinarie messe in atto dai governi, il debito multimiliardario creato per far fronte a due mesi (ebbene sì: è bastato questo) di stop andrà ripagato, e saranno i ragazzi del mercoledì sera a trovarsi con le tasche vuote. L’aumento, sensibile, dei prezzi al consumo di cui già si parla non è che un primo segnale, e poi via via aumenterà il resto, fino a costringere a rivedere verso l’alto (sotto la pressione delle maggiori spese) il salario minimo e sarà un salario che gli imprenditori, molti dei quali vedono le loro attività a rischio estinzione (e qualcuno già non ha riaperto), non sono assolutamente in condizioni di pagare: che cosa accadrà? Più di un ‘Think Thank’ (ma non in Italia) ha suggerito di fare il massimo sforzo, a qualsiasi costo, per prorogare il supporto economico governativo straordinario fino almeno a settembre; accade in paesi come Germania e Regno Unito, per salvare almeno i posti di lavoro più a rischio; noi, per ora, che pure di comitati ne abbiamo creati un bel po’,  a sostenere dando un senso reale alla parola non abbiamo neppure cominciato. E a finire a casa, senza lavoro, potrebbero essere, dopo i camerieri, proprio le cassiere dei supermercati (che non possono reggere a lungo un numero così ridotto di clienti di fronte alle spese elevate delle strutture), e chi fa le pulizie (se le attività non riaprono completamente e al ritmo di prima): proprio chi ha lavorato per fare in modo che i servizi essenziali non venissero a mancare.

Attenzione a favorire lo scontro fra generazioni dove, di base, non ce n’è. Non esiste nessuna prova che i ventenni provino risentimento contro il ‘lockdown’ che è stato imposto, di fatto, per salvare gli anziani (anche se molti fra gli anziani stessi pubblicamente hanno dichiarato che avrebbero preferito venir trattati come gli altri, e vedere i giovani star meglio). Certo stare in casa è stata dura, per loro come per gli altri, ma i giovani non ci odiano; prima i nostri nemici erano i Runner solitari, fotografati col teleobiettivo, adesso lo sono i ragazzi che ridono e stanno assieme, non facciamoci odiare da loro. Nel 2008, di fronte al crollo delle banche, noi della ‘Generazione X’, assieme ai nostri padri, non abbiamo messo mano ai risparmi per far fronte comune e cercare di mettere in piedi qualcosa di strutturale, preferendo resistere piuttosto furiosamente contro le ipotesi di riforma e aggrapparci alle pensioni (relativamente, almeno finora, protette, perché i pensionati sono tanti e votano). I nostri stipendi da manager, fin che sono durati, anche nel momento in cui abbiamo visto il sogno dei ventiduenni di allora di comprar casa scomparire all’orizzonte condannandoli a dipendere da noi, ce li siamo tenuti stretti, pur se l’azienda aveva iniziato ad andar male. Sono passati dieci anni, però, e questa volta non verremo perdonati di nuovo: di fronte a noi non ci sono più i nostri figli ma i nostri nipoti, e potrebbero essere meno comprensivi. E non ci voteranno.

Cose come lo spot paternalista del Veneto, che ai giovani non è destinato (sembra piuttosto rivolto a cinquantenni e settantenni, e fatto per ottenere consenso), inquietano. Dalla parte dei giovani gli spot non si mettono neanche un po’ ma piuttosto li trasformano in archetipi, esagerandone i tratti (non si vedono, oggettivamente, ragazzi veri all’interno di quelle caricature). E un po’ li prendono anche in giro. La prima regola della comunicazione insegna a stare attenti a non far cose che potrebbero provocare come risultato una reazione contraria. La sfida finale fra generazioni, che noi ‘X’ spalleggiati dai nostri genitori non potremmo vincere, e che non finirebbe bene, sarebbe proprio – se si concretizzasse (ma speriamo finisca come ‘Immuni’) – quella nata dalla fantasia del ministro Francesco Boccia (parallelamente impegnato nel braccio di ferro Stato-Regioni, secondo esempio di scenario ‘perdi-perdi’ di questi giorni): inserire fra i ragazzi un piccolo esercito di ‘steward civici’ (senza autorità, non addestrati, non selezionati fra chi ha un profilo adeguato), che in un attimo verrebbe visto come la masnada di birri mossa dalle chiacchiere di Caterina Rosa, fino alla condanna degli innocenti. C’è già chi, fra i ragazzi e senza essere un ragazzo, si spinge armato di videofonino, pronto a sbattere gli assembramenti in prima pagina a colpi di grandangolo e piano d’inquadratura (e a far perdere, in cambio di qualche click, ancora un pezzetto di fiducia nei giornalisti, in un momento nel quale la stampa italiana ormai di stima ne riceve poca). Se i giovani che oggi hanno vent’anni si sentono attaccati, in fondo in fondo il torto, a loro, non si può dare.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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