Latina, ok alla demolizione della centrale. Il nucleare italiano è ormai storia, ma la fame d’energia cresce

31.05.2020 – 20.43 – Il 29 maggio 2020, venerdì scorso, è stata messa definitivamente la parola fine alla storia della centrale nucleare italiana di Borgo Sabotino, a Latina. L’impianto sarà demolito entro sette anni, con una spesa complessiva prevista di 270 milioni di euro; il Ministero per lo Sviluppo economico, al vertice del quale c’è attualmente il triestino Stefano Patuanelli, ha autorizzato il progetto presentato dalla società pubblica Sogin, emanando il decreto di disattivazione dell’impianto. La centrale di Latina, realizzata e messa in opera dall’Eni, è una delle quattro che fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso hanno costituito il programma d’indipendenza energetica italiana: la “Enrico Fermi” di Trino Vercellese in Piemonte, la centrale di Caorso in Emilia-Romagna, quella del Garigliano a Sessa Aurunca in Campania e Latina stessa. Le centrali, eccellenze tecnologiche da un punto di vista di progettazione, realizzazione e sicurezza, e considerate all’epoca le migliori del mondo, nascevano sia dalla volontà dell’Italia di non dipendere totalmente da paesi esteri per quanto riguarda l’approvvigionamento d’energia, che dalla velata (e segreta) intenzione di diventare un paese protagonista del sistema di sicurezza militare occidentale dotandosi di propri missili nucleari balistici sotto il controllo della Marina, gli IRBM ‘Alfa’. L’Italia non diventò una potenza nucleare, e successivamente, dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la creazione dell’Enel, pian piano gli ambiziosi programmi che prevedevano di raggiungere una potenza di 46 Gigawatt di energia prodotta con il nucleare vennero ridotti, fino ad arrestarsi completamente dopo il disastro di Chernobyl al quale seguì il referendum del 1987, che vietò l’energia nucleare in Italia causando anche lo stop ai lavori della nuova centrale “Alessandro Volta” di Montalto di Castro, in Lazio, quasi completa e ancora più moderna come progetto. Fu convertita in centrale tradizionale, a combustibile fossile. Il referendum del 1987 bloccò il nucleare in Italia, ma non mise nulla al suo posto: un referendum (troppo tecnico, quello del 1987, si disse, per poter essere pienamente compreso dall’opinione pubblica mossa dall’emozione seguita all’incidente in Ucraina) non può, infatti, promulgare nuove leggi o varare piani energetici, può solo cancellare. L’Italia è diventata così negli anni uno dei maggiori importatori di energia da altri paesi: solo dalla Francia, nel 2007, circa il 10 per cento. E l’energia di cui abbiamo bisogno aumenta anno dopo anno. Nel 2011, un nuovo referendum, questa volta tenutosi a poca distanza dall’incidente di Fukushima, ha portato nuovamente a un 94 per cento di voti contro il nucleare e alla cancellazione di qualsiasi suo piano di sviluppo nel nostro paese.

Il mondo industrializzato, rispetto al 1986, è diventato più grande e più connesso; non voler guardare fuori dalla finestra non cambia ciò che succede oltre il nostro giardino, e l’aver rinunciato in Italia all’energia nucleare non l’ha reso più pulito (sicuramente ha fatto il contrario), né ha reso il nostro paese più sicuro. La popolazione mondiale, nel 1986, era di 5 miliardi di persone: ora ci stiamo avvicinando agli 8 miliardi (lo spavento portato dal Coronavirus, con i suoi 370mila morti – il 4,7 per cento della popolazione mondiale, con il 73 per cento delle morti fra le persone di età maggiore a 65 anni – durerà poco), con la proiezione del raggiungimento di 10 miliardi di persone nel 2050. In Europa la popolazione è in decrescita, negli Stati Uniti cresce di poco mentre esplode quella dell’Asia e dell’Africa. L’aumento della popolazione si verificherà proprio in quei paesi che hanno ancora difficoltà a combattere la fame e le malattie, e che hanno un drammatico bisogno di energia. Energia, nei paesi più poveri, vorrà dire nucleare: la maggior parte dei reattori che sono oggi in costruzione sono collocati in paesi fuori dal mondo occidentale, quel mondo dove la conoscenza dell’atomo, dei sistemi di sicurezza e di smaltimento delle scorie è la migliore: le centrali nucleari italiane erano il fiore all’occhiello della nostra capacità (quella di quarant’anni fa, però, prima della ‘decisione’ di rinunciare all’intraprendenza) di essere i primi nel mondo. Ben ventuno nuovi impianti per la generazione di energia nucleare stanno venendo costruiti in Cina; nove in Russia, sei in India, quattro negli Emirati Arabi Uniti, due in Pakistan, due nell’Egitto tutt’altro che stabile politicamente, e l’Africa sarà la nuova frontiera dell’atomo. Vicino a noi, uno in Slovenia; oltre oceano, cinque negli Stati Uniti.

Chiusi nei nostri referendum e nelle proteste ‘verdi’ di casa nostra, mentre ci condanniamo alla povertà energetica sperando (senza però una grandissima evidenza scientifica a sostegno della fattibilità di uno scenario ‘solo energia alternativa’; un po’ come per il Coronavirus) che le energie rinnovabili prendano presto il posto del carbone, che cosa sappiamo della sicurezza di quello che verrà realizzato nel resto del mondo? La fame di energia è esattamente ciò che spinse l’Unione Sovietica a ignorare la consapevolezza dei rischi intrinseci ai reattori di Chernobyl; la povertà energetica fu quello che guidò la decisione dell’Ucraina di tenere aperti quegli stessi reattori il più a lungo possibile e a costruirne di nuovi, dei quali non può fare a meno: quattro grossi impianti, con quindici reattori. La causa dell’incidente di Chernobyl fu un test a una turbina, condotto male ma su un reattore che gli operatori ritenevano sicuro; le ragioni vere, la necessità di avere corrente per le proprie città e industrie, a ogni costo, in un confronto con l’Ovest che l’Unione Sovietica non poteva più reggere. È la stessa spinta – quel confronto con la parte più ricca del mondo – che spinge ora l’Asia e l’Africa verso l’atomo, mentre l’Europa resta a guardare, nell’illusione di poter sostenere un’Agenda 2030 che fa acqua da tutte le parti e che nella crisi economica derivante dalle scelte fatte durante le prime settimane di epidemia da Covid-19 non potrà più sostenere. Meglio sarebbe, forse, ripensare la politica energetica dell’Unione Europea, renderla comune e tornare, come paese, a esserne protagonisti, contribuendo a quel nucleare sicuro che l’Italia sa bene come realizzare; l’alternativa è ignorare quello che fanno gli altri, e allontanarsi lentamente dai tavoli dei grandi, senza nessuna certezza che una nuova Chernobyl non renda un domani disabitato il nord Africa o il Vicino Oriente.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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