30.05.2020 – 07.30 – La prima menzione della tomba Reyer risale al 12 gennaio 1846; all’epoca, all’interno del porticato del cimitero di Sant’Anna, risultava l’ultimo monumento funerario, al numero 20. Particolare curioso, segnale che il restauro era esigenza viva anche all’epoca; la tomba era stata inserita in una lista di monumenti da ridipingere di grigio, perché in precedenza ogni famiglia aveva dipinto la sua edicola votiva, il suo cenotaffio d’un diverso colore.
Oggigiorno, accanto alla tomba del Barone Carlo de Reinelt, la lapide di Costantino Reyer spicca per dimensioni e finezza plastica. Il sepolcro di marmo, decorato con lo stemma di famiglia, funziona da base per un alto piedistallo sul quale troviamo un angelo. Le grandi ali spiegate fanno da contraltare allo sguardo meditativo, pensoso: il giovane viso androgino, incorniciato dai capelli sciolti, guarda al cielo. L’angelo indossa i fini panneggi di una bella tunica: una mano stringe una tromba, un’altra si appoggia con leggerezza sul piedistallo.
La statua si caratterizza per un’energia inespressa, trattenuta a stento: quelle ali spiegate, quegli occhi che guardano il cielo in realtà lasciano intuire come l’angelo stia per levarsi in volo. Lo scultore ha catturato, nonostante l’apparente “passività”, l’identica contrazione dei muscoli prima di uno sforzo fisico. Vincenzo De Drago, il quale già scriveva dei cimiteri di Trieste nel 1886 (Una passeggiata alle Tombe) osserva che “vuole slanciarsi e si slancerà“. Anche se annota che “Se l’Angelo fosse più colossale, più sublime sarebbe il lavoro”. Manie di gigantismo vittoriane!
Lo scultore era un veneziano, Luigi Ferrari (1810-1894); quel modello di angelo, come la donna piangente per Carlo Reinelt, veniva definito come l”Angelo della Risurrezione“. E lo ritroviamo quale costante in tante sue opere. De Drago lo definisce “prova di sentimento gagliardo, idee sublimi di rara virtù artistica, per saper maneggiare il marmo come la cera”. Nonostante la scritta sottostante d’oro sia ormai sbiadita e il monumento accusi, come tutto il cimitero cattolico di Sant’Anna, il peso del tempo, rimane un’opera notevole.

Ma chi era Costantino de Reyer?
Nonostante non sia una vita paragonabile a quella di Carlo de Reinelt che ne erediterà le fortune, la biografia di Costantino si inserisce quale perfetto ingranaggio nella vita della Trieste ottocentesca, gestendo quella fase di passaggio tra il ricordo delle guerre napoleoniche e il nuovo mondo positivista e proteso al futuro dell’ultimo quarto dell’ottocento e l’inizio del novecento.
Il padre, Francesco Taddeo, capostipite della famiglia Reyer, era un carinziano che aveva smesso gli abiti da sacerdote per darsi al commercio. Proprio a Trieste aveva scoperto una “nicchia” di mercato ancora vergine: i prodotti dagli Stati Uniti, appena emancipatosi dall’Inghilterra. Dopo aver fondato la casa di commercio Pellegrini&Reyer (1788) che diventerà poi la Reyer&Schlick il giovane Reyer viaggiò a lungo in America. Qui conobbe personalmente Benjamin Franklin, scienziato e “padre” fondatore; ne dovette restare influenzato, quantomeno nelle idee illuministe, perchè ritroviamo Reyer nella prima loggia massonica triestina (1793). Il successo imprenditoriale di Francesco Taddeo Reyer si accompagnava all’impegno politico; e non sorprende pertanto, come avverrà con Costantino e Carlo de Reinelt, ritrovarlo nominato Barone (1808).
Il maggiore contributo del primo Reyer risale però a quand’era ormai anziano: fu infatti uno dei quattro fondatori del Lloyd Austriaco, assieme a Marco Parente, Giovanni Guglielmo Sartorio e Karl Ludwig von Bruck.
Costantino Reyer (1801-1875) proseguì sull’esempio del padre, ma affiancò all’anima di mercante una spiccata devozione allo stato. Dopo un apprendistato commerciale a Lipsia ed Amburgo, iniziò a gestire la ditta Reyer&Schlik nella sede londinese. Dai primi, timidi, esordi quale ditta commerciale impegnata con gli Stati Uniti, la Reyer era diventata un colosso impegnato nella finanza e nei settori di navigazione e trasporti. Quando morì il padre, fu Costantino a prenderne il posto diventando direttore, oltre che membro della Deputazione di Borsa e del Consiglio Municipale. Definito “fedelissimo all’Imperatore” Reyer ricevette infatti il titolo del sovrano Ordine di Francesco Giuseppe, di barone (1859) e infine di membro presso la Camera dei Signori del Parlamento austriaco.
Come avverrà con il successore, Carlo de Reinelt, alla sua morte (25 febbraio 1875) le vie erano “stipate di cittadini”; nonostante il funerale si svolgesse nel pieno di una bufera di neve. Il giornale L’Osservatore Triestino pubblicò nell’occasione un sonetto dove si accennava all’angelo della tomba: “Là, dove a guardia di funereo ostello, Le grand’ali dispiega Angelo santo, Inclita forma d’italo scalpello, La Carità s’asside in bruno ammanto”.

Il giornale L’Adria successivamente pubblicò il testamento che svela una finestra originale nella vita di Costantino: dopo i “soliti” eredi, compaiono i facchini e i lavoratori dei magazzini a cui eroga “due anni di paga”, il medico “se lo assiste al letto di morte”, le stiratrici e le lavandaie, a cui raccomanda “di restare nubili piuttosto che di contrarre un matrimonio all’impazzata” senza trascurare persino gli animali di casa: “desiderando buona vita ai suoi cani, cavalli, uccelli, gatti, ecc lascia pel loro mantenimento un capitale di fiorini 30.000”.
Tra i lasciti in beneficenza spicca invece la donazione a favore della scuola di canto del maestro Giuseppe Sinico. Il padre Francesco Sinico (1810-1865) è considerato uno dei capostipiti dell’attività musicale triestina e dell’introduzione del canto corale nelle scuole. Sinico fondò infatti nel 1844 la Società Popolare di Canto che diventò poi la Civica Scuola di canto di Fondazione Reyer (1862); proprio grazie alla generosità dapprima di Costantino e successivamente di Carlo de Reinelt Francesco Sinico ebbe modo di formare un entroterra musicale “triestino” alla base delle successive evoluzioni novecentesche.
Non sorprende pertanto ritrovare nei cori e nei canti tanto del padre quanto del figlio omaggi nascosti ai Reyer. Un’eredità che continua tutt’oggi, perchè il figlio, Giuseppe Sinico, sceneggiò a diciotto anni l’opera “Marinella” (1854) e proprio dal prologo si scelse di trarre l’inno di Trieste “Viva San Giusto” (1893).
Fonti: I monumenti funerari Reinelt e Reyer del Cimitero cattolico di Sant’Anna a Trieste: appunti per una biografia familiare, di Anna Krekic, Michela Messina, in Atti dei Civici musei di storia ed arte, 2007.


