18 maggio, disinfettare per ripartire. Che rischi corre chi non sa con chiarezza cosa fare?

18.05.2020 – 07.49 – È il 18 di maggio, l’Italia riparte: da oggi rientrano in attività, nell’osservanza delle direttive che stanno venendo via via emesse, moltissimi locali pubblici, bar, esercizi commerciali: si rivedono all’aperto sedie e tavolini, disposti seguendo l’interpretazione di un’accurata geometria, e seguiranno poi via via nei prossimi giorni palestre, bellezza e salute, e professionisti, che dai primi di marzo erano forzatamente in stop. Poi più avanti, in giugno, tutti gli altri, anche teatri e cinema. Uno dei temi più importanti di questa ripartenza è come fare per prevenire il contagio attraverso il contatto con le superfici; sono arrivate (è il caso di dire: finalmente) alcune indicazioni del Ministero della salute in contrasto alla disinformazione e alle Fake news, eppure non tutto è ancora chiaro e molti imprenditori, lavoratori, esercenti e titolari rischiano di vivere questi primi giorni di apertura nel timore di fare qualcosa di sbagliato, che possa poi portare sanzioni e denunce o addirittura una nuova chiusura dell’attività. Abbiamo parlato della situazione con Edoardo Fabiani; con la sua impresa, Omniservice, Fabiani opera a Trieste già da molti anni proprio nel campo della pulizia e della disinfezione.

Fabiani, se parliamo di disinfezione, che è uno dei punti più importanti per la riapertura, cosa succede da oggi?

“Da oggi molti saranno aperti, e la confusione sarà grande: qualcuno lavorerà per appuntamento, altri accoglieranno di nuovo il pubblico, ma con che modalità e secondo quali criteri? La situazione è ancora in divenire e ricevo già da giorni molte telefonate ed email con richieste d’informazioni. Si dovranno effettivamente rispettare la distanza di sicurezza di due metri lineari e quattro metri quadrati per cliente, anche in locali ad esempio conformati in modo da renderlo praticamente impossibile? Gli attrezzi per gli esercizi, in una palestra, nei prossimi giorni in preparazione (e poi ogni giorno) dovrò disinfettarli tutti e rimetterli al proprio posto? E quelli fissi? Le cose che mi porto dietro da casa devono stare sempre nella mia sacca, e dove la metto, e come pulisco il posto dove l’ho messa? E le docce? Queste domande mi sono arrivate nel corso di tutta la settimana appena trascorsa, e continuano. E purtroppo io non sono in grado di dare una risposta su tutto”.

Mancano a voi stessi i riferimenti, quindi. Non c’è un documento che possa essere usato, un ‘libretto d’istruzioni’ da distribuire?

“Non solo non c’è un libretto d’istruzioni ma mancano i riferimenti sul dove andare a cercare, e ci sono cose che fanno vedere come il Ministero della salute stesso non abbia ancora fatto chiarezza al suo interno: molte risposte non vengono date perché non ci sono ancora. Questo è drammatico. Non esiste una procedura operativa che si possa consegnare, magari in forma di scheda, a un cittadino, e che possa essere seguita con semplicità. Siamo nel ‘Do it yourself’. Brancoliamo nel buio”.

Il Governo ha emesso però un documento di ‘domanda-risposta’, una Faq per dirla all’inglese?

“Adesso sì, e meno male. È però molto generale. Si specificano cose comunque importanti, come la raccomandazione di evitare l’utilizzo di lampade UV per disinfettare le mani considerati i danni che possono portare alla pelle e agli occhi; si ricorda come non ci sia nessuna correlazione scientifica fra mosche, o zecche e zanzare, e diffusione del virus. Il resto sono domande e risposte su altri temi, molto utili ma non correlate alla disinfezione”.

Se si sbaglia, però, sono dolori.

“Esattamente. Fino ad arrivare al Codice penale. ‘Do it yourself’, che tradurrei in: ‘arrangiati da solo’, in questo caso può valere solo fino a un certo punto. Cerchiamo di farlo, naturalmente, il più possibile e nel miglior modo possibile: come prima cosa vogliamo noi stessi essere sicuri di poter contribuire alla prevenzione dei contagi e di tutelare la nostra salute. Questa è la cosa più importante, e per questo cerchiamo anche di dare consigli che vadano oltre la normale disinfezione. Che siano anche indicazioni di comportamento, che assicurino più tranquillità. Una condotta ritenuta errata in fase di controllo da parte degli ispettori, nel caso si dovesse risolvere in malattia Covid-19 di un lavoratore o una lavoratrice, potrebbe infatti portare conseguenze pesanti, fino al processo”.

C’è un rischio, se le cose non vengono chiarite più nel dettaglio, di una raffica di controlli alla riapertura?

“Ho paura di sì, e temo anche che potrebbero finire per dare un’altra mazzata a chi sarà già in difficoltà. Chi mi dice che, come titolare, in buona fede e nel miglior impegno possibile, ho fatto effettivamente tutto quello che dovevo? Capisco, a ogni modo, anche le difficoltà delle Forze dell’ordine: senza documenti precisi di riferimento, su cosa si basano? Per fare un esempio pratico, in caso di verifica all’interno di un esercizio commerciale, se io fossi un ipotetico titolare potrei dire: ‘ho la mascherina, ho il gel mani disinfettante, ho i guanti e quindi è tutto a posto’. E invece potrebbe non essere così: quali mascherine? Che tipo di gel disinfettante? E i guanti sono effettivamente quelli da utilizzare? Anche nel caso di disinfettante possiamo fare un esempio immediato: sono un titolare, e compro l’alcol che secondo le linee guida del Ministero della salute è adatto a garantire la disinfezione. Ma dove l’ho comprato, quell’alcol? È veramente adatto all’uso per disinfezione al quale lo stiamo destinando, che gradazione ha? Quasi nessuno chiede al fornitore la scheda tecnica del prodotto di disinfezione che acquista. E le caratteristiche esatte dei prodotti che devo acquistare, dal Ministero, non sono state indicate. Come Confartigianato, assieme alle imprese, si è poi cercato di integrare il più possibile quanto a disposizione e di fornire anche indicazioni comportamentali. Anche per gli ambienti non sanitari, di cui ci occupiamo specificatamente, come spazi comuni degli edifici, cortili, mezzi di trasporto dove si siano trovate più persone”.

Cosa viene previsto, ad esempio, per la pulizia delle parti comuni di un edificio, o per i pavimenti di un esercizio pubblico, o ancora per i tavoli di un bar?

“È previsto l’uso dell’ipoclorito di sodio in percentuale tra 0,1 e 0,5 per cento, e l’etanolo dal 62 al 71 per cento. Per altre situazioni, invece, il perossido d’idrogeno in concentrazioni oltre lo 0,5 per cento. In queste percentuali abbattono la virulenza, facendo in modo che sia troppo bassa per contagiarci, fino a distruggere completamente il virus. Però, e cerchiamo di ricordarlo bene: se una persona ha urgenza di ripartire e quindi anche di acquistare i prodotti che mi servono, e il prodotto che acquisto ha sopra una bella etichetta con scritto ‘disinfettante all’alcol’, non è vada a controllare l’etichetta più piccola. E anche se la va a controllare, molte volte non trova le informazioni che cerca. L’etichetta è realizzata nella maggior parte dei casi a fini pubblicitari, non sanitari, in particolare se si tratta di prodotti importati da fuori Unione Europea: una dicitura ‘presidio medico chirurgico’ grande e colorata può non voler dire assolutamente nulla. Se non abbiamo la scheda tecnica del prodotto non sapremo mai se l’alcol contenuto nel supposto disinfettante sarà al 50 piuttosto che al 90 per cento; e in alcuni cosiddetti ‘disinfettanti’, arrivati da paesi asiatici, si è già riscontrato che l’alcol, dentro, non c’era per niente. Con denunce agli importatori. Se invece chi fornisce il prodotto provvede anche a rendere note le schede tecniche, chi acquista è tutelato: certo potremmo avere dei casi di schede tecniche fasulle, però entriamo in un campo ancora diverso, quello della vera e propria contraffazione o truffa”.

Ma queste raccomandazioni specifiche e schede, non sarebbe stato meglio farle prima? Ci sarebbe stato il tempo?

“In abbondanza. C’era tutto il tempo che si voleva: i prodotti che sono efficaci contro il Sars-CoV-2 per la disinfezione si conoscono già da febbraio”.

E l’ozono, di cui si parla ancora molto?

“L’ozono purtroppo è diventato un grosso problema. Fino a prova contraria, e attualmente non c’è, l’ozono non fa nulla per la disinfezione dell’ambiente: non c’è prova scientifica. Così come il vapore: molte persone mi hanno chiesto se acquistando strumenti per la pulizia degli ambienti con il vapore possono provvedere alla disinfezione, ma non si può. Il vapore non si è dimostrato efficace: non uccide il Coronavirus”.

Fabiani, in questi mesi la sua impresa ha sempre operato, immaginiamo, accumulando esperienza?

“Non abbiamo mai interrotto il nostro lavoro. La disinfezione è sempre stata importantissima, necessaria: giorno dopo giorno. Abbiamo lavorato nonostante all’inizio, quando le informazioni sulla malattia erano limitate e frammentarie, ci fosse molta paura: l’abbiamo fatto in maniera volontaria, e ai miei collaboratori e collaboratrici voglio mandare un sentito ringraziamento. Però, proseguire il lavoro senza sapere ad esempio quale tipo di maschera di protezione era efficace, all’inizio, non è stato facile. Noi avevamo già i dispositivi di protezione in casa, perché si tratta del nostro lavoro di ogni giorno, ma lo si è fatto senza avere linee guida precise, e poi via via le maschere sono diventate introvabili. E via così, allo sbaraglio: come gli infermieri e i medici, senza indicazioni precise di profilassi e decidendo come fare giorno per giorno. Storie che abbiamo vissuto”.

Non solo da oggi, ma in particolare da oggi 18 maggio, il supporto di un professionista nella valutazione della situazione e nella disinfezione diventa quindi fondamentale.

“Assolutamente”.

Fare disinfezione da soli però, secondo le direttive, si può.

“Si e lo ritengo assolutamente corretto: voglio sottolinearlo, non è obbligatorio rivolgersi a un professionista per la disinfezione nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus. Non tutte le realtà hanno la necessità di incaricare una società specializzata, magari per la semplice disinfezione periodica degli scaffali. Il titolare di un’attività può anche fare da solo: obbligare, ad esempio, una parrucchiera o il gestore di un piccolo negozio, che ha la saracinesca chiusa da due mesi, a pagare anche solo per le piccole cose un’impresa di pulizie accreditata sarebbe impensabile, inaccettabile. Siamo noi stessi in molti casi a spiegare cosa bisogna fare per poter almeno partire disinfettando da soli. Se però parliamo di ambienti già medio-grandi, con posti di lavoro all’interno, rivolgersi a un professionista, perlomeno per un’opinione qualificata sui prodotti da utilizzare, rimane molto importante, lo consiglio vivamente.

È possibile che, in una situazione così, ci sia qualcuno più furbo degli altri?

“Ci sono già stati casi in cui ditte non titolate a farlo hanno emesso dei ‘certificati di sanificazione’: non solo questi certificati non valgono nulla, ma non si può fare, è un reato. Sempre meglio, se si viene contattati da ditte o sedicenti professionisti, verificare in Camera di commercio prima di dare un incarico e pagare. Le qualifiche e le caratteristiche delle imprese vanno controllate”.

La sua impresa si occupa anche di impianti, come condizionamento o impianti idrici?

“No, noi non ci occupiamo di impianti, sui quali operano altri professionisti molto qualificati; possiamo invece intervenire efficacemente e professionalmente in situazioni in cui c’è necessità di igiene alimentare o nella disinfezione anche di ambienti sanitari. I protocolli da seguire sono diversi, e più stringenti”.

Sanificazione, se parliamo di Coronavirus, rimane solo un’etichetta pubblicitaria?

“Si. Da dimenticare. Quello che dobbiamo fare è disinfettare. ‘Sanificare’, detto e scritto così per dire, non vuol dire niente”.

[r.s.]