18 maggio, chi non avrà più la forza di riaprire. Cosa succederà?

15.05.2020 – 13.35 – L’importanza dei bar e ristoranti nella vita dei cittadini è seriamente messa a repentaglio.
La maggior parte dei locali triestini non riaprirà il 18 maggio a causa delle estreme restrizioni imposte dalla legge.
Cosa comporterà una scelta obbligata come questa?
Prima di tutto a risentirne, continueranno ad essere gli stessi ristoratori e commercianti che sono stati quelli più travolti dall’emergenza Covid-19, poiché da sempre sottoposti al rispetto di regole igienico sanitarie molto severe e giustamente sostenute dalla maggior parte. Intere prenotazioni sono state cancellate, insieme alle garanzie di poter pagare, grazie ai clienti, le rate delle tasse annuali in arrivo per l’estate, tra acconti e saldi. A ruota, sono stati coinvolti tutti i dipendenti, lasciati a casa per necessità e senza sostegno economico da parte dello stato che, ad oggi, non ha ancora saldato sui conti correnti le tanto promesse casse integrazioni, oltre ai 600 euro non ricevuti da molti commercianti.

In uno stato dove non ci si può fermare a causa dei continui pagamenti richiesti e delle burocrazie medioevali, i ristoratori e altri commercianti hanno dovuto inventarsi un modo nuovo di lavorare grazie alle consegne a domicilio e il take-away. Per farlo, alcuni hanno dovuto modificare completamente la struttura del proprio lavoro e adeguarsi con dei mezzi, da dichiarare nel piano di autocontrollo, per il trasporto del cibo, seguendo rigorosamente le norme imposte per l’igiene: guanti monouso e gel sanificante a stantuffo sui mezzi di trasporto, mascherina, contenitore in polistirolo con ulteriore borsa termica per il trasporto del cibo nel rispetto della “catena del caldo” previsto nel codice HACCP.

Quasi tutta la città ha sostenuto gli esercenti con le richieste di cibo a domicilio e i ristoratori, insieme ad altri commercianti, hanno avuto la possibilità di restare a galla, chi più chi meno, con la consapevolezza che questo genere di lavoro non avrebbe potuto sostenerli ancora per molto.
Ancora una volta, Trieste si è dimostrata unita e solidale nei confronti di quei lavoratori che rappresentano per la cultura della città un benessere di prima necessità: il diritto alla vita sociale.

Per questo, a risentirne dell’impossibilità di riapertura anticipata dei locali, saranno anche gli stessi cittadini, i quali con esemplare rigore hanno rispettato i tempi della quarantena, restando chiusi in casa, aspettando di poter ritornare a vivere tutti insieme.

La regione Friuli Venezia-Giulia ha spinto per la riapertura dei locali il 18 maggio, sollecitando in questo modo, le speranze dei cittadini e dei ristoratori stessi nel poter riappropriarsi uno della propria libertà e benessere, l’altro del suo diritto al lavoro e all’impegno sociale. Ad oggi, moltissimi locali non apriranno e quelli che lo faranno, molto probabilmente saranno sottoposti a severe sanzioni, le ennesime che non si potranno pagare, a causa di restrizioni discutibili e per nulla semplici da esercitare.

Restando chiusi, i cittadini dove svolgeranno il loro diritto al sostegno sociale? E prima ancora, dove sfogheranno e ristabiliranno le loro necessità di essere umani, alla ricerca del contatto diretto?

I commercianti come sosterranno le spese obbligatorie, le tasse, il lavoro dei dipendenti lasciati a casa, di cui molti licenziati e lasciati inevitabilmente soli di fronte a una crisi economica devastante e, sempre più velocemente, non sanabile anche a livello psicologico?

Si prospetta un fine settimana di ristagni emotivi e materiali che in qualche modo prenderanno voce in forme di protesta, in un subbuglio di malcontento che vedrà coinvolti tutti i benefattori di un bene comune a cui, lo Stato italiano prima e la Regione poi, si sta sottraendo senza fornire dei sostegni economici degni di essere chiamati tali per tutti i cittadini, nessuno escluso. Non ci sono più distinzioni, quindi, tra chi offre un servizio e chi lo riceve. Siamo tutti nella stessa barca a voler tornare al nostro diritto alla fatica per avere una vita dignitosa e non al dover fare fatica per vedersi sottrarre la dignità di esserci come esseri sociali, lavoratori e umani.

f.s

Ultime notizie

Dello stesso autore