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sabato, 26 Novembre 2022

È morta Honey, il delfino catturato nella baia di Taiji. Attivisti lanciano una ‘sfida’ legale al Giappone.

07.04.2020-08.30- Honey, il dolce delfino femmina catturato e portato in Giappone, se n’è andata in solitudine il 29 marzo all’interno di una vasca-prigione. Honey era stata catturata durante le brutali battute di caccia di Taiji nel 2005. Da quel momento, una vita rubata. In cattività assieme a lei, 46 pinguini e centinaia di pesci e rettili nell’Inubosaki Marine Park Aquarium, nella città di Choshi a est di Tokyo in Giappone. A peggiorare le cose, la chiusura del parco nel 2018. I poveri animali sono stati nutriti da un dipendente. Tante associazioni animaliste come Peta o Dolphin Project hanno ripetutamente chiesto la sua liberazione ma la sezione di igiene della prefettura di Chiba ha detto di aver visitato il delfino una volta al mese dicendo che ‘stava bene’.

«Honey è il simbolo sia del problema dei parchi marini che delle pratiche di caccia di Taiji. Quando siamo andati a controllare la struttura, mostrava segni di stress, mettendo la testa debolmente dentro e fuori dall’acqua», ha detto Akiko Mitsunobu, di Animal Rights Centre.

Honey è morta triste e sola, pochi giorni fa, vittima di interessi umani che di ‘umano’ hanno ben poco. Animali che non ci chiedono nient’altro che di essere lasciati liberi a vivere felici la loro vita, nuotare per chilometri ogni giorno nel loro habitat e cacciare le loro prede, che non possono rischiare di finire ad essere considerati come dei ‘giocattoli rotti’.

Honey aveva vent’anni, in libertà sarebbe vissuta fino a cinquant’anni.

Oltre a lei, migliaia di delfini ed altri cetacei vengono catturati e massacrati ogni anno nella baia di Tajii con modalità atroci. Da settembre a marzo, i delfini sono spinti nel fondo della baia dal rumore provocato da centinaia di battelli finendo in trappola. “Il metodo utilizzato per uccidere i delfini è eccezionalmente crudele, vengono colpiti ripetutamente con un’asta metallica nella parte posteriore del collo per lesionare il midollo spinale e nella ferita aperta viene inserito un tappo di legno per prevenire la perdita di sangue. Ciò significa che i delfini muoiono in modo lento e doloroso” conferma Sarah Lucas, amministratrice delegata di Action for dolphins. 

Dal 2003, per tenere lontane le telecamere, la baia viene difesa come fosse un luogo militare con tunnel, guardie armate e recinzioni di filo spinato. Molti si stanno opponendo a queste pratiche inumane e qualche anno fa un film intitolato “The Cove” ha fatto conoscere al mondo quello che realmente succede nella baia, mettendo inoltre in evidenza il rischio per l’uomo. Il documentario denuncia infatti il mercurio presente nella carne dei delfini catturati, che arriva a livelli venti volte superiori a quelli raccomandati dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità.

Un barlume di speranza si è acceso con l’organizzazione londinese Action for dolphins e l’ong giapponese Life investigation agency che, secondo quanto rivela il quotidiano The Guardian, avrebbero lanciato una sfida legale senza precedenti al Giappone, con l’obiettivo di fermare la caccia annuale dei delfini nella baia di Taiji sottolineando che i delfini sono erroneamente considerati pesci in Giappone, e quindi le leggi nazionali che proteggono i mammiferi dalla crudeltà non vengono correttamente applicate a questi animali. Questo errore potrebbe essere sfruttato per aiutare proprio i delfini.

“Non si tratta di giudicare la moralità del Giappone” ha spiegato Angie Plummer, portavoce di Action for dolphins “ma di chiedere che vengano rispettate delle leggi nazionali, stiamo cercando di depoliticizzare il dibattito”. ha dichiarato al Guardian Sarah Lucas. Le due organizzazioni hanno quindi presentato una causa al tribunale di Wakayama, sostenendo che “i delfini sono biologicamente mammiferi e che la crudeltà inflitta loro a Taiji è illegale secondo le stesse leggi del Giappone”.

Nel frattempo, si può cercare di dare una mano tramite la petizione di change.org che richiede di fermare i massacri nella baia di Tajii e attraverso la petizione dell’associazione nazionale onlus Marevivo riconosciuta dal Ministro dell’Ambiente.

Michela Porta

 

 

 

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