Coronavirus, tempesta perfetta fra shock di produttività e di domanda: ripartire prima che sia troppo tardi

15.04.2020 – 21.47 – L’Italia è vittima di Coronavirus: è entrato ormai nelle sue parti più interne, e il suo cervello, nella tempesta di reazione al corpo estraneo, ha perso il controllo e le ha ordinato di smettere di muoversi e di respirare. Di conseguenza, il suo cuore pulsante, ovvero le piccole e medie imprese, ormai si è fermato. Una certa linfa vitale, ricca di sostanza, temprata da stagioni e stagioni difficili, circola ancora nel corpo del paese malato di quarantena; esaurirà però presto quel poco di mobilità rimasta, che la fa scorrere ancora nelle vene, e dato fondo alle riserve inizierà a morire per davvero.

L’economia si è fermata quasi completamente (potremmo togliere il ‘quasi’) e, posto che si riesca ora a fare in modo che il paese moribondo riprenda a respirare velocemente – prima che i danni siano permanenti e trascinino nella morte anche il cervello che ha ordinato di fermarsi – il corpo rimarrà a lungo debole, molto debole: ci siamo contratti su noi stessi, ripiegati, come chi sta male. Gli economisti stimano una contrazione del PIL del 9, 10 per cento, poi si vedrà, chissà a quanto si può arrivare: una delle nazioni con la situazione peggiore al mondo. Questi numeri dovranno essere confermati, e non sarà sicuramente possibile farlo prima della chiusura del secondo trimestre 2020, anche più in là; diciamo però che la previsione sembra realistica. La crisi italiana sarà vissuta nello stesso modo in cui un topolino di vetro, fermo a terra, potrebbe osservare la danza, scomposta più a ovest che a est, di due elefanti in una cristalleria: la Cina, che osserva nel silenzio l’onda di stagnazione che mette a rischio i suoi ambiziosi obiettivi per il 2030 e prima ancora per il 2021, posti da Xi Jinping, e gli Stati Uniti, che boccheggiano con il presidente Donland Trump intento a incolpare l’OMS del fallimento di una strategia di contenimento da lui stesso bollata pubblicamente e nei suoi Tweet come ‘inutile’ appena un mese fa (e nell’incolparlo taglia i fondi, proprio ora che di denaro ne servirebbe di più). Per la Cina, rivedere gli obiettivi posti si porta dietro un forte significato politico, il non riuscire a essere quel campione del mondo che avrebbe potuto e superare gli Stati Uniti, diventando un simbolo nel centenario della fondazione del Partito Comunista; per gli Stati Uniti, perdere il controllo di quello stesso mondo che da Bretton Woods in poi (ma anche da prima) era stato suo dominio economico, e assieme al ruolo di potenza di riferimento anche la faccia. Per l’Europa il rischio è di un ulteriore passo indietro in termini di solidarietà fra stati e competitività. Per tacere dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che il mondo intero si era posto come obiettivo primario e della quale probabilmente purtroppo rimarrà solo la copertina.

Più di quello che sta accadendo oggi e dei proclami, sarà importante il dopo, fatto di realtà, che inizierà fra sei, otto settimane; con le lezioni che questa crisi porterà, soprattutto in termini di incapacità di previsione e di governance nella contrapposizione fra sviluppo economico e vite salvate.
I trasporti sia internazionali che locali, sia aerei che su ferro che via gomma, si sono ridotti in Cina alla metà dell’anno scorso; in Italia, a forse il 30 per cento. In Europa si sono fermate le industrie automobilistiche, la manifattura, l’immobiliare: con la manifattura, e con la sospensione di fatto di Schengen, si sono ridotte le esportazioni e si è arrestata la mobilità di persone, per noi così preziosa. E con le industrie ferme fino a ieri e il turismo e il divertimento cancellati, si sono volatilizzate intere filiere, ed è ora la volta delle imprese e dei professionisti impegnati nei servizi a dover resistere all’onda che il blocco delle attività ha generato. Esiste una nazione, o un governo regionale, che abbia saputo risolvere la contraddizione, profondissima, fra la necessità di non far morire un’economia, privilegiando il mantenimento in funzione di più attività possibili e mantenendo corridoi dei trasporti e frontiere aperte per quanto di sua competenza, e quella di non far morire persone e quindi di seguire il più possibile le raccomandazioni mediche? Anche questo si vedrà fra sei, otto settimane.

È stato per aver dato in pratica il controllo completamente ai soli comitati scientifici, in risposta anche all’onda emotiva dell’opinione pubblica (molta benzina sul fuoco è arrivata dai media), che gran parte dell’Europa e l’Italia sono entrati in uno stato di shock di produttività nel quale sia lavoro che capitale sono rimasti congelati. Dalla paura e dalla confusione diffusasi nella cittadinanza a causa della mancanza di riferimenti precisi, di una comunicazione chiara e trasparente, dell’assenza di informazioni scientifiche univoche o di una voce che dicesse quali erano giuste da ascoltare (di fatto, le raccomandazioni sanitarie di OMS e ECDC tuttora non stanno venendo seguite: mascherine sì mascherine no, guanti no guanti si) e quali no, che è derivato ora uno shock di domanda con azzeramento delle spese delle famiglie: è la tempesta perfetta. Ora siamo nella calma dell’occhio del ciclone: fra pochi giorni un paese che ora non può produrre si troverà, non appena conclusa l’emergenza, con un paese che non vuole comprare, perché gli sta venendo ripetuto ogni giorno (dalla stampa, dalla politica, dai gruppi Facebook) che non ci sono previsioni e che forse si andrà avanti così per anni. Quindi niente vacanze, niente scuola per i figli, niente auto nuova perché rimarrebbe comunque in garage, niente estate. Lo stimolo economico che potrebbe evitare il peggio ancora non c’è: al massimo c’è il ‘Cura Italia’, e seguenti, che sono un rubinetto dal quale trafila un po’ d’acqua da bere per non morire di sete, ma non arriva da mangiare: sopravvivenza, non riapertura e ripresa, incluse agevolazioni delle vie per far debiti, non sostegno per famiglie e lavoratori. Questo vorrà dire timore di spendere anche il minimo necessario, senza aver certamente voglia di impegnarsi nel sostenere un mutuo per una casa nuova, o investire per aprire una nuova attività, o far pubblicità a quella esistente, o sviluppare progetti innovativi. E manca persino la manodopera per i campi. La paura è quella che, mano a mano che si ritorna a lavorare, l’infezione possa riprendere a diffondersi: in Cina, i primi contagi di ritorno, peraltro moderati negli effetti, hanno riportato il terrore, e cinema e teatri sono stati chiusi di nuovo. Le persone hanno disertato in massa i centri commerciali, spesso non per imposizioni dall’alto ma per autoregolamentazione: è un po’ come quando ripeti sempre che la sciarpa o anche la mascherina fatta in casa vanno bene lo stesso, e alla fine tutti ci credono, e poi del contrario non li convinci più facilmente. Intimorire è più facile che far riacquistare fiducia.

La produzione, ora, in Cina, sta tornando all’80-90 per cento dell’originario. La Cina non è l’Italia, in Cina si può fermare una regione intera, Hubei, facendo in modo che il resto del paese pensi a tutti i suoi bisogni. Il dilemma della Cina secondo gli analisti, che tocca molto da vicino anche noi, e i sogni di Porto Vecchio e Porto Nuovo nella Via della Seta, di ESOF 2020 e di una Trieste che doveva tornare grande, è quale necessità indirizzare prima: se continuare a rinchiudersi concentrandosi sull’interno (alimentare, energia, servizi primari, salute) attraverso lo sviluppo di un programma sociale di minima, o rivolgersi all’esterno con coraggio, per cercare di riprendere il vento e la crescita investendo ingenti riserve di capitale sul sostenere le imprese in crisi e le entrate dei suoi cittadini. È la stessa scelta alla quale si trova di fronte anche l’Europa, e più che mai dovrebbe stringersi nella solidarietà e lavorare unita; l’Italia, già fortemente indebitata, ha molte più difficoltà degli altri, non può rinunciare a nessuna opportunità di sostegno e deve anch’essa ritrovare una direzione unica lasciandosi alle spalle una scacchiera di provvedimenti l’uno diverso dall’altro e un’orchestra di funzionari indipendenti e spesso litigiosi, per passare a un federalismo rivisto in termini di distribuzione dei poteri e capacità di comunicare e governare. Magari allontanandosi anche un po’ da Facebook.

[r.s.]