22.03.2020 – 08.41 – È stato stimato che il costo del tampone per verificare l’esistenza del Covid-19 oscilla tra i 15 e i 30 euro (l’affermazione è dell’onorevole Giorgio Trizzino, deputato del Movimento 5 Stelle e medico, e del governatore del Veneto Luca Zaia, che è stato più preciso quantificandolo in 18 euro). E si è verificato che questo corrisponde al prezzo per acquisto diretto sui mercati internazionali comprensivo di trasporto in Italia.
Potrebbe essere una utile e ragionevole proposta obbligare la popolazione a sottoporsi al tampone attraverso il “canale” dei medici di famiglia: ogni medico, infatti ne gestisce una media di circa 1500. Ebbene, se coadiuvato da personale volontario opportunamente equipaggiato, a tutela anche dello stesso sanitario, potrebbe arrivare ad eseguire una cinquantina di tamponi al giorno (lavorando per 8 o 10 ore). Questa operazione permetterebbe di compiere una capillare verifica in pochissimi giorni, soprattutto nei comuni più piccoli. Per le relative analisi, necessarie dopo l’esame, potrebbero essere coinvolti tutti i laboratori disponibili, ovviamente supportati, compresi quelli esistenti nelle strutture sanitarie private (convenzionate o meno e da valutare); in questo modo, probabilmente in soli 15 giorni, si potrebbe avere un più reale ed effettivo censimento di chi è o non è positivo al Covid-19 stesso. Avere a disposizione questo dato consentirebbe di gestire meglio gli eventuali isolamenti e le relative quarantene, oltre a favorire una adeguata prevenzione; inoltre, si tratterebbe di un’operazione che andrebbe ad aiutare e non a non creare altre difficoltà alle strutture ospedaliere. Potrebbe poi essere utile:
- che le operazioni di filtraggio, presso i punti di pronto soccorso, per la verifica di eventuali situazioni epidemiologiche legate al Covid-19, avvengano in aree distaccate dagli ospedali e fatte eseguire da personale differente dai medici che lavorano in strutture ospedaliere attive contro la malattia, per evitare ulteriori contagi sia tra medici che tra medici e pazienti;
- “convincere” le strutture sanitarie convenzionate ad inserirsi in questo momento di emergenza, magari sostituendosi nella esecuzione di alcune prestazioni già previste o programmate, ma anche in visite urgenti;
Molte strutture sanitarie, infatti, sono dotate di sale operatorie e ambulatori per i piccoli interventi. Vanno “sensibilizzate” affinché creino posti letto per la terapia intensiva o altre emergenze. In Friuli Venezia Giulia ci sono una ventina di cliniche private convenzionate, e se ognuna di esse mette a disposizione almeno 2 posti letto, possiamo raggiungere dei buoni numeri. I medici che le potrebbero seguire sono gli stessi che sono andati in pensione, e oggi esercitano la libera professione proprio in quelle strutture: si pensi, ad esempio, che ci sono dei sanitari che si sono dimessi dall’ospedale di Pordenone (sempre ad esempio) e che oggi operano regolarmente a Verona in una clinica privata con 4000 assistiti. Andrebbe aperto qualche policlinico, obbligandolo a fare alcune attività di pronto soccorso, visto lo stato di emergenza, quantomeno per i codici bianchi.
Questo presumibilmente potrebbe permettere di ridurre i tempi della quarantena, giacché penso nessuno si aspetti che rebus sic stantibus, stando così le cose, essa non venga prorogata, e velocizzare la rimessa in moto del sistema Italia evitando un collasso economico.
[a.m.][foto: Reuters]


