14.03.2020 – 07.30 – Le prime farmacie di Trieste risalgono ai suoi albori, a quel XVIII secolo fecondo di sviluppi portuali e demografici. La farmacia all’epoca veniva chiamata “spezieria“: era il locale dove avveniva la preparazione, conservazione e dispensazione dei medicamenti, gestita dallo “speziale“. I primi farmacisti ante litteram provenivano dal Veneto e dall’Istria veneta; lo sappiamo, perchè i trattati che usavano, le cosiddette “pharmacopeae“, provenivano tutti dalla scuola salernitana, da Venezia e dal resto d’Italia. La “bibbia” per lo speziale era il “Dizionario Farmaceutico-Chimico” del veneto Lorenzo Cappello, stampato nel 1728.
Agli inizi del secolo, lo storico Tamaro già individuava dodici farmacie per poche migliaia di abitanti; un numero elevato per una città ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità.
La più antica risaliva al 1630: situata in via Tor S. Pietro, nella contrada Riborgo, era stata denominata dal suo proprietario, Felice Rondolini, come “All’aquila imperiale“. I Rondolini andranno a formare una “dinastia” di medici, veterinari e farmacisti che gestirà a lungo la “spezieria”. La contrada Riborgo ospitava anche la farmacia “Alla Fontana Imperiale” di Giuseppe Napoli, la quale successivamente prese il nome di Farmacia “All’Igea” e nel 1895 venne lasciata in eredità alla Lega Nazionale, la quale a sua volta la vendette al farmacista Godina. Risale invece al 1756 la farmacia “Alla Madonna”, di Giuseppe Fabris, in Piazza Ponterosso, oggi in largo Piave 2.
Ricordiamo brevemente tra le farmacie storiche che risalgono al ‘700 e all’800: “Al Cammello”, ora in Viale XX Settembre; “All’angelo”, ora in Piazza Goldoni; “Alla Testa d’oro”, ora in Via Mazzini; “Alla Croce Bianca” in via Alfredo Oriani, un tempo nota come “All’Imperatore d’Austria“; la farmacia “Ai Due Mori“, nata e rimasta in Piazza Grande (ora Unità d’Italia); la farmacia “Fontana Imperiale”, ora in via Piccardi; la farmacia “Al Cedro”, in Piazza Oberdan, un tempo nota come “Al Cedro Imperiale”.
La spezieria era nel XVIII secolo un luogo d’incontro; non solo un negozio di ricette, ma similmente ai caffè un luogo “sociale” dove si rincorrevano medici, letterati, politici, intellettuali e cospiratori di ogni risma.
Tamaro ne fornisce una descrizione sontuosa, non lontana da quella di alcune farmacie tuttora esistenti:
“Le farmacie erano munite di alti scaffali su cui cominciavano a fare bella mostra i vasi di Pesaro, di Siena e di Firenze. Più tardi si vedranno in farmacia le bottiglie di cristallo di Boemia. Di fronte alla porta principale c’era un gran banco massiccio fatto di solido legno, su cui troneggiavano le bilance, talvolta vere opere d’arte. Dentro le nicchie non mancavano le statue di Igea e di Esculapio. Il laboratorio era ingombro di alambicchi, di mortai, meravigliosi quelli di bronzo, e di caldaie“.
Allora come adesso, c’erano troppe farmacie; troppa – spietata – concorrenza. Le prime spezierie erano state concesse dal Comune in appalto senza concorso, a titolo personale, solitamente a vita. Successivamente si aggiunsero le farmacie concesse a pagamento con decreto sovrano, a patto che chi le volesse aprire disponesse di sufficienti capitali; erano una quindicina e come un titolo nobiliare, trasmissibili di padre in figlio.
A partire dal 1770, le farmacie venivano regolate dal seguente documento: “Istruzione per li approvati Speziali compresa nel Sovrano Normativo generale del 2 gennaio 1770, emanato nella materia di sanità, e in virtù del Sovrano Rescritto del 11 Maggio detto anno, tradotta nella favella Italiana e stampata“.
Il documento imponeva regole severe per la gestione delle farmacie, a partire dalla pulizia degli strumenti e l’utilizzo delle sostanze, tra cui figuravano veleni letali come l’arsenico: “Grande cura dovrà avere lo speciale, sotto grave castigo, acciocché i vasi, padelle, mortai, ed altri simili istromenti, nei quali si apparecchiano le medicine, sieno ben mondi per evitar quel male, che in essi accidentalmente per l’influsso delle nocive materie nascer potrebbe, e spesso colle Medicine ha cagionato pessime conseguenze“.
Durissima condanna viene espressa contro chi si finge farmacista o spaccia rimedi inventati, ovvero “contro tutti i ciarlatani e singoli negozianti dei aromi, occulisti (?) e trafficanti che girano il Paese, ai quali totalmente si inibisce la vendita sì nelle pubbliche botteghe, come nelle case private dei medicamenti, come di certe acque e ogli“.
Come nelle disinfezioni dalle quarantene nei Lazzaretti, la medicina all’epoca oscillava tra l’esperienza empirica accumulata nei secoli precedenti e formulazioni scientifiche ancora abbozzate. I farmaci nel XVIII secolo venivano distinti rispettivamente in semplici (provenienti dal mondo animale, vegetale o minerale), composti, derivanti dall’unione delle prime due categorie dei semplici e i “spagirici“, ottenuti dai processi chimici.
Troviamo, tra i distillati di piante medicinali, preparati provenienti dal Medio Oriente, sopratutto resine, tra le quali ricordiamo la sandracca, il sangue di Drago, l’aloe, il balsamo del Tolù, la benzoe e tanti altri. Tra questi c’era la resina tacamahaca, la quale serviva per preparare i cerotti medicati, chiamati “tacomachi“, parola sopravvissuta tutt’oggi per indicare qualcosa che si appiccica sulla pelle o il vestito, solitamente di bassa qualità. Dalle mostrine del generale, al tatuaggio ad acqua per il bambino.

L’arte farmacista d’altronde si era allontanata definitivamente dalle medicine di origine animale, delle quali conservava solo qualche oggetto d’arredamento. Sappiamo che nella farmacia “Ai Due Mori”, nel 1790, era ancora possibile ammirare dietro il bancone una panoplia di bizzarri oggetti come i coralli rossi, i mille piedi e il corno di cervo.
Tra i rimedi che oggigiorno considereremmo “discutibili”, compariva la “teriaca“, all’epoca famosissima. Un composto di oltre ottanta sostanze, tra cui figurava protagonista la carne di vipera e l’oppio. La principale produttrice era Venezia, ma i triestini, feroci concorrenti, non si facevano scrupoli a porre il marchio del Leone di San Marco sulla propria produzione “casalinga”.
Verso il 1791, in una “Memoria sulla riforma delle Spezierie”, il dott. Matteo Zacchirolli si divertiva a commentare l’utilizzo della teriaca e di simili preparati:
“Non è gran tempo ch’io vidi una ricetta composta di venti capi di droghe, e condita con cannella, garofali, noce moscata, ecc. Un cavalier mio amico e pieno di spirito dimandò, se era stata ordinata dal medico o oppur dal cuoco. Non mi dilungherò soverchiamente a mostrar l’inutilità della Triaca e del Mitridato…”
Bibliografia: Dino Papo, L’arte farmaceutica nel 1700 a Trieste, Trieste, Tipografia litografia Moderna, 1984 in Quaderni giuliani di storia, n.1 (1984)
“Per accogliere i sospetti di peste” I lazzaretti di Trieste (1731-1769), Trieste All News, 2020


