09.02.2020 – 16.00 – Attraversare l’Oceano Pacifico a remi e in solitaria, non è certamente un’impresa che molte persone possono annoverare tra le proprie esperienze di vita. Oltre all’indispensabile prestanza fisica che un viaggio di questa portata richiederebbe, infatti, motivazione e forza di volontà, e quindi una certa “preparazione” mentale, sono elementi imprescindibili per il compimento di un’impresa di questo genere.
Alex Bellini, classe 1978, esploratore, speaker motivazionale e performance coach, noto soprattutto per l’aver affrontato imprese particolarmente estreme ed eccezionali, è senza ombra di dubbio uno specialista in questo. Nel suo curriculum sono infatti innumerevoli le sfide che l’esploratore ha portato a termine: dalla partecipazione a molteplici maratone, come quella di New York percorsa in sole tre ore e cinquantadue minuti, all’Alaska Ultrasport Extreme, 600 km a piedi in completa autonomia trainando una slitta, fino a due delle sue più celebri imprese, la traversata dell’Oceano Atlantico e dell’Oceano Pacifico, in barca a remi e in solitaria, eseguite rispettivamente nel 2006 e nel 2008.
Ma a fianco della sfida personale che ciascuno di questi progetti rappresenta per il noto esploratore, quasi sempre vi è anche una ferma volontà di portare alla luce e a conoscenza del pubblico importanti tematiche e problematiche d’attualità, sensibilizzandone il più possibile l’opinione in merito. E’ questo ad esempio il caso dell’ambizioso progetto Ten rivers one Ocean, che vede Bellini impegnato nella navigazione dei dieci fiumi più inquinati dalla plastica al mondo, per favorire un nuovo senso di comprensione e rispetto per l’ecosistema più minacciato e delicato: i corsi d’acqua.
Alex Bellini, la portata dei suoi viaggi e delle sue imprese è notevole e farebbe impallidire i più al solo pensiero di intraprenderle. Ma dove trova la forza e la motivazione per affrontarle?
Sicuramente nella mia inesauribile curiosità; una volontà di vedere e di scoprire le cose così come sono e che mi ha spinto nel corso del tempo a misurarmi con sfide sempre più grandi e impegnative, affrontando di volta in volta tematica differenti.
Tra le innumerevoli imprese affrontante fino ad ora, qual è ad oggi quella di cui va più orgoglioso?
Forse l’impresa che devo ancora compiere. Tutto quello che ho fatto fino ad ora rappresenta un tassello della mia storia di cui vado certamente orgoglioso, ma l’occhio rimane sempre puntato verso il futuro. Posso però dire che le traversate oceaniche in barca a remi sono state due delle imprese di cui più vado fiero.
Il progetto “Ten rivers one Ocean” nasce con la volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica e la società nel suo complesso sul tema della salvaguardia ambientale ed in particolare sulla drammatica situazione relativa all’inquinamento dei mari, oceani e corsi d’acqua. In questo contesto lei ha anche attraversato il Great Pacific Garbage Patch, l’enorme isola di rifiuti galleggiante situata in mezzo al Pacifico.

La navigazione del Great Pacific Garbage Patch ha contribuito in parte a fare un po’ più di chiarezza su questo argomento. Io in prima persona mi sto impegnando a diffondere e a mettere a conoscenza il mondo di quella che è effettivamente la realtà dei fatti, in quanto l’idea comune è che questa chiazza sia un agglomerato di plastica “facilmente” eliminabile tramite l’ausilio di imbarcazioni nella raccolta, ma di fatto si tratta di una sorta di “zuppa” di plastica, con residui anche minuscoli dei quali sarebbe difficile se non impossibile il recupero. Fare luce su questo, contribuisce alla possibilità di trovare soluzioni per affrontare concretamente il problema.
Qual è secondo lei il nocciolo della questione ambientale ed in particolare dell’inquinamento delle acque? Pensa si stiano commettendo errori nel modo in cui si cerca di affrontarlo?
Al di là dell’informazione e la conoscenza in merito al tema, l’errore di fondo è pensare che il problema risieda nell’oceano: è l’ecosistema ad essere già compromesso. Gli sforzi e le soluzioni devono essere fatti a monte, non basta voler pulire i mari e gli oceani senza prima chiedersi da dov’è che proviene la plastica e come si può evitare che essa finisca in mare. Purtroppo questo è un tema che però risulta in un certo senso meno “affascinante” ed “interessante” ai più. C’è quindi poca attenzione, e forse anche poca volontà, di chiedersi qual è effettivamente il problema reale e quali siano le possibili soluzioni. Significherebbe dover mettere fortemente in discussione tutti i nostri modelli di vita e comportamenti.
Concretamente parlando quali sarebbero quindi secondo lei le possibili soluzioni?
Nel concreto due sarebbero secondo la mia opinione le soluzioni da portare avanti. La prima, attuabile anche nella propria quotidianità, è semplicemente consumare di meno: non c’è plastica più sostenibile della plastica che non si produce. Tuttavia, e questo è un problema di portata ben più ampia, questo compito risulta essere particolarmente difficile in quanto il modello economico attuale è di fatto ancora prevalentemente basato sul consumismo.
La seconda soluzione, se vogliamo invece continuare a consumare, è l’utilizzo di criteri e principi più “sostenibili” e responsabili nella produzione. Anche in questo caso lo si può fare partendo dal proprio piccolo, selezionando ad esempio prodotti al supermercato che rispondano a requisiti di sostenibilità e supportando brand e prodotti che già operano in questa direzione. Su scala più ampia, invece, dovrebbero essere gli stessi produttori e le stesse multinazionali a seguire il profitto in modo responsabile, domandandosi come estendere la responsabilità del prodotto fino alla fine della sua vita.
La soluzione non è certamente semplice, un elemento essenziale in questo processo è sicuramente anche la creazione di una coscienza e sensibilità collettiva sul tema. Crede che con i giovani di Fridays For Future qualcosa si stia muovendo nella giusta direzione?
Sono una persona tendenzialmente ottimista ma su questo punto ogni tanto perdo la speranza. Simpatizzo particolarmente con il movimento ambientalista di Fridays For Future, ma non si può delegare alle generazioni a venire scelte che di fatto non dovrebbe essere neanche pensabile poter delegare. Sono gli adulti, sia su piccola che su larga scala, quindi i Paesi, i continenti e le economie, che dovrebbero intervenire in tal senso.
Pensa vi sia a livello generale una difficoltà nel passare dalla teoria alla pratica? Cioè nel mettere concretamente in atto e praticare azioni volte alla salvaguardia dell’ambiente?
Sono stato in viaggio negli Stati Uniti per tre mesi, e una domenica mi sono recato nelle vie di San Francisco dove ho cercato di testare il polso delle persone per verificarne le competenze sul tema ambientale: per quanto buona parte degli intervistati, soprattutto i giovani, avessero conoscenza e risultassero essere effettivamente informati sul tema, rimane comunque il fatto che non vi è alcuna relazione tra questo e le abitudini che poi ciascuno ha nella propria quotidianità, che quasi sempre non coincidono con la consapevolezza che una persona sembra avere sull’argomento.
Crede quindi si sia ancora ben lontani da un effettivo cambiamento in termini di salvaguardia dell’ambiente?
Forse, solo il futuro potrà dircelo con certezza. Ci sono talvolta qua e la messaggi positivi, ma poi, come accaduto recentemente a Madrid dove non è stato raggiunto alcun accordo, finiscono i grandi summit per la Terra e tutti tornano a casa con una profonda delusione. E’ proprio questo il punto, tutti abbiamo buoni propositi ma se bisogna agire concretamente e concentrarsi sul serio su quali siano gli sforzi da mettere in atto, allora quasi nessuno è realmente interessato a salvare il Pianeta. La triste realtà è che la salvaguardia ambientale si scontra con il sistema economico di cui facciamo parte: finché raccogliere la plastica non sarà profittevole, quasi nessuno sarà interessato a farlo; basti pensare al fatto che in realtà tutto potrebbe essere riciclato, ma non lo si fa, perché non vi sarebbe il mercato adatto.
Il problema è quindi ben più ampio e radicato.
Si, si tratta di un problema che sta a monte, pensiamo ad esempio alla misurazione del PIL: oltre all’economia, per testare realmente il benessere di una Nazione, esso dovrebbe prendere in considerazione anche i valori della salute, del tempo libero, del benessere e dei servizi alle famiglie, perché anche questi sono elementi che permettono di dare un quadro reale di quello che è lo stato di salute di un Paese. Se tutto deve essere considerato in termini economici allora, forse, significa che non siamo ancora abbastanza “evoluti” per comprendere fino a fondo la necessità di un effettivo cambiamento.
Qual è la prossima impresa in programma?
Sempre nell’ambito di Ten rivers one Ocean, la prossima navigata sarà quella di un altro fiume in Cina, mentre a giugno ho in programma la navigazione del Nilo.


