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martedì, 29 Novembre 2022

15.02.1902: quando i fuochisti triestini sfidarono il Lloyd austriaco

15.02.2020 – 07.30 – Un antro di tenebra, ravvivato dalle lingue di fuoco d’infernali marchingegni.
Muscolosi uomini si aggirano tra il fumo e le fiamme, grondanti sudore: incessantemente, senza sosta, tra le urla e i sospiri, spalano carbone. Non è l’inferno, ma la drammatizzazione di una sala caldaie di una nave a vapore a partire dall’ultimo quarto dell’ottocento. Nello scenario della navigazione tramite piroscafo, aveva primeggiato fin dall’inizio a Trieste il Lloyd austriaco il quale aveva iniziato a farsi notare quale aggressiva società armatrice, guadagnandosi favori e privilegi dall’impero asburgico che guardava con favore la sua azione nel Mediterraneo orientale. Il Lloyd austriaco attraverso servizi di trasporto di merci, persone e posta intaccava il monopolio delle marine mercantili francesi e inglesi, oltre a permettere una penetrazione dei capitali e delle industrie austriache in nuovi bacini di mercato. Il Lloyd si definiva una società di navigazione a vapore e come tale erano i piroscafi il suo cuore; e l’intera flotta non si sarebbe mossa senza l’incessante lavoro delle caldaie presso cui spalavano carbone i fuochisti.

Il lavoro di fuochista era duro già con i piroscafi di legno, tra il 1840-50; ma lo divenne ancor di più quando le navi crebbero di stazza e divennero di ferro; all’aumento delle caldaie non corrispose né un aumento del numero di fuochisti, né un miglioramento delle loro condizioni di lavoro, tutelate da leggi risalenti ancora all’imperatrice Maria Teresa.
Il fuochista spalava il carbone nella caldaia; ma in realtà il suo lavoro, per quanto considerato “basso” richiedeva una patente e una conoscenza tecnica per controllare la pressione e il vapore. Quando la nave era in movimento, i fuochisti, assieme all’aiutante carbonaio, erano agli ordini del macchinista: la necessità di alimentare le caldaie continuativamente produceva un lavoro sporco e faticosissimo. Oltre che a essere tiranneggiati dal macchinista, i fuochisti erano poi agli ordini del capitano della nave. Questi disponeva di loro come preferiva e quando non erano al lavoro alle caldaie li impiegava per un’infinita serie di impieghi di bassa manovalanza che ricordavano le corvée di un servo della gleba. Si andava al servizio di guardia alla nave quando era in porto, all’ormeggio e al disormeggio, all’assistenza del carico del carbone, all’aggiustare eventuali malfunzionamenti delle macchine, alla pulizia delle caldaie (e della nave) e così via…

Questa vitacon due Padroni” peggiorò sempre più verso i primi del Novecento, quando il Lloyd austriaco cresceva negli affari e nelle dimensioni della flotta. All’aumento dei dividendi degli azionisti non seguiva un aumento delle paghe, né delle assunzioni: anzi, la sala caldaie era stata separata da quella del macchinista e come tale sprofondava nelle viscere della nave, lontana dalla luce e dall’aria; separata dal resto dell’equipaggio e con un numero insufficiente di fuochisti a fronte dell’aumento dei “forni”.

Il malcontento crebbe, fino a sfociare il 24 gennaio 1902 in un memoriale al Lloyd austriaco, tramite cui i fuochisti chiedevano di soddisfare le tre seguenti domande:
– Che l’orario per i fuochisti sia fissato stabilmente a 10 ore durante la permanenza nei porti, e cioè dalle 7 ant. alle 5 pom. inclusa mezz’ora di pausa per la colazione ed un’ora e mezza per il pranzo ed a 8 ore i viaggi di mare. 
– Che in caso di assoluto bisogno di lavoro straordinario per conto di bordo, venga compensato ai fuochisti il lavoro oltre l’orario. 
– Che sia quindinanzi abolita la consegna di guardia nel Porto di Trieste, che costituisce un aggravio insopportabile senza utile e necessità alcuna. 

Lo sciopero generale (12-15 febbraio 1902)

Quando il Lloyd negò le richieste, si decise di procedere a uno sciopero, inaugurato con i 300 fuochisti all’epoca in servizio al Lloyd nella sola Trieste; a cui si aggiunsero presto i compagni imbarcati e i colleghi di altre compagnie, come i Fratelli Cosulich.
La protesta, iniziata a Trieste il 13 febbraio 1902, divenne assai presto uno sciopero generale che coinvolgeva tutti i lavoratori marittimi: non solo i fuochisti, ma una vasta gamma di categorie che non avevano avuto né un aumento delle paghe, ne un miglioramento nelle loro condizioni nonostante il Lloyd continuasse ad arricchirsi.
Lo sciopero, svolto pacificamente e in buon ordine, trovò un Lloyd irrigidito sulle sue posizioni. Proprio qualche tempo prima infatti la società di navigazione era stata coinvolta in uno scandalo: le merci per le navi austriache dislocate in Cina erano arrivate avariate, inservibili. Un’inchiesta a Vienna aveva portato al licenziamento di numerosi membri della Direzione del Lloyd. Quel rapporto di fiducia con il governo era stato troncato e ora, mostrandosi “duro” verso gli scioperanti, il Lloyd sperava di mostrare tutta la sua fedeltà all’impero. D’altronde il Lloyd temeva che se avessero concesso qualunque cosa ai fuochisti, altri marittimi avrebbero richiesto altrettanto; e nel frattempo la stessa Marina austriaca da vent’anni trattava male i suoi “lavoratori del mare”.
Intanto il Lloyd reagì con l’assunzione di “crumiri” dall’Italia e dalla Grecia; non appena però quest’ultimi seppero dello sciopero si unirono alla protesta, lamentando un contratto ingannevole.
Intanto gli scioperanti tentavano di riunirsi in assemblee e gruppi; i primi interventi della polizia scioglievano ogni assembramento. Il Lloyd, nel frattempo, aveva già convocato unità di fanteria dell’esercito armate del nuovo fucile Mannlicher; e addirittura una squadra navale, composta dal guardacoste corazzato Wien e la torpediniera di alto mare Monarch.

Venerdì 14 febbraio lo sciopero proseguì, man mano che si intensificavano gli scontri tra la polizia e gli scioperanti; le proteste rimanevano pacifiche, ma non si voleva che i fuochisti si riunissero in Piazza Grande (oggi dell’Unità) dove c’era il Palazzo del Lloyd.
Sabato 15 febbraio sembrò esserci un momento di apertura, un cedimento dal Lloyd; il Consiglio, impressionato dall’unitarietà della protesta, decise di rimettersi al lodo di un collegio arbitrale composto pariteticamente da rappresentanti della Società e dei lavoratori. Quest’apertura fu festeggiata dai lavoratori che affluirono tutti assieme presso il Politeama Rossetti dove si tenne un improvvisato comizio, guidato dal Partito Socialista di Trieste.
Nonostante la protesta fosse nata dal basso, erano stati i socialisti a permettere che diventasse uno sciopero ben organizzato, superando gli attriti e le rivalità tra le categorie (e nazionalità) coinvolte. I tremila scioperanti festeggiarono l’annuncio dato da Carlo Ucekar e Valentino Pittoni dell'”apertura” del Lloyd. Successivamente, dopo aver cantato gli inni del lavoro, si diressero in centro città. Un movimento spontaneo, non organizzato, pacifico; eppure incontrò nelle strade i picchetti dei soldati che cercavano di deviarne il percorso, tenendoli lontani dal centro urbano.

Ci furono degli ufficiali, i quali comprendendo il clima amichevole, decisero di ritirare i picchetti; ma gli scioperanti, giunti in Piazza della Borsa, incontrarono le truppe schierate a battaglia, con baionetta inastata. Di lì, la strada era chiusa.
Qualche operaio lanciò un sasso, scattarono gli insulti: gli ufficiali, “per viltà o insipienzaordinarono di sparare e caricare alla baionetta. In altre parti del centro, gli altri soldati stanziati attaccarono a loro volta, causando morti e feriti. Ufficialmente i morti saranno quattordici: operai e artigiani, ma non solo. Morì Antonio Vidiak, uno studente di soli tredici anni; e un pittore appena ventenne, Giuseppe Magris. Non si contarono i feriti.
Il collegio arbitrale, dal suo canto, cedette: due punti su tre vennero accordati ai fuochisti che conquistarono così una (dura) vittoria.

Sciopero generale, Piazza della Borsa, 14 febbraio 1902, dal sito La Grande Guerra

Lo sciopero dei fuochisti del Lloyd divenne fin dai primi giorni un evento molto politicizzato, nonostante fosse nato “dal basso”.
L’Austria-Ungheria adottò nei giorni seguenti a Trieste il “giudizio statuario” che permetteva la morte per impiccagione tramite un processo in seduta non pubblica se il reato fosse considerabile come una “ribellione”. Lo sciopero venne poi sfruttato per incarcerare le fila del movimento anarchico che era stato solo marginalmente coinvolto. Gli anarchici di Trieste, a loro volta, incorporarono l’evento nella propria narrativa; e fu lo sprone principale per fondare la rivista del movimento, “Germinal“, il cui primo numero debuttò il 26 aprile 1907. Altrettanto interesse dimostrarono i liberal-nazionali; e non manca chi tutt’ora cerca di inquadrare lo sciopero come una protesta irredentista. Se è vero che nell’occasione Felice Venezian dimostrò una forte vicinanza agli operai, la protesta era stata dei marittimi. Proprio il fatto che avesse coinvolto così diverse nazionalità e categorie lavorative aveva garantito il suo successo; senza considerare che i fuochisti, come i marittimi, provenissero da più parti dell’Austria. Lo sciopero era stato reso possibile dagli aiuti inviati dai sindacati austriaci, Vienna compresa; dal goriziano (Cormons), dalla Boemia, da Fiume e da Pola.
Una molteplicità di nazionalità e organizzazioni sindacali si era mossa per supportare lo sciopero generale, una volta che gli eventi erano stati messi in moto.
L’Italia, dal suo canto, aveva dimostrato eguale durezza contro gli scioperanti: aveva suscitato orrore il massacro degli operai a Milano (1898), causato dal generale Bava Beccaris, complimentato per questa “azione” con il titolo di senatore e grande ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Quando la notizia dello sciopero raggiunse l’Italia, il pubblico rimase disgustato per la reazione della Gazzetta di Venezia, dove il giornalista Ferruccio Macola – uccisore del repubblicano Felice Cavallotti – si complimentava per la repressione dell’Austria, augurandosi identiche azioni anche in patria.
La realtà dei fatti rimane di una protesta nata in primis dai fuochisti, spontaneamente; la quale trovò il soccorso del Partito Socialista di Trieste che agiva a sua volta in collegamento con i colleghi nel Litorale e a Vienna. Ma il merito rimane di quei primi, trecento, coraggiosi lavoratori.

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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