Trieste, 1882: quando Campo Marzio era una giungla lussureggiante

04.01.2020 – 07.30 – Viaggiando indietro nella storia è difficile immaginare quale originario aspetto potessero avere palazzi antichi ora caduti in rovina; ma lo è ancor più immaginare come quei palazzi, financo a interi quartieri, neppure esistessero. Trieste, un tempo, era decisamente più verde; e da un lato per una sensibilità verso i parchi cittadini; ma dall’altro soprattutto perchè era una città ancora lungi dal crescere e dall’espandersi.
Come dice il detto, “Qui una volta era tutta campagna”.
Questo patrimonio naturale era ben noto agli intellettuali e agli scienziati nell’ottocento che già all’epoca, in controtendenza con l’industrializzazione, si chiedevano come preservarlo.
Una sfida difficile, perché la città doveva espandersi, doveva seguire una crescita economica che le permettesse di sfuggire al ristagno economico dominato a fino agli inizi del XVIII secolo.
La zona di Campo Marzio, situata tra il Porto Nuovo e il centro storico, rimase a lungo una delle aree del centro urbano con la più grande varietà di flora: centinaia di diverse piante convivevano in un ecosistema di notevole ricchezza naturalistica. Questa situazione permase fino agli inizi del Novecento, quando la città, superata la crisi economica del 1877, conobbe una fenomenale crescita demografica e architettonica, “colonizzando” anche Campo Marzio.

Il botanico (e archeologo!) Carlo Marchesetti descrisse dettagliatamente la “Florula del Campo Marzio” nel 1882, con il “Bollettino della Società Adriatica di Scienze Naturali“.
Campo Marzio viene descritto come “una delle plaghe più amene e deliziose di cui a ragione Trieste può andare superba”. Marchesetti annota con soddisfazione come il luogo sia stato lasciato incolto: “E quasichè la bellezza naturale di questo luogo incantevole non avesse duopo dei sussidi dell’arte, fino al dì oggi, eccetto alcuni viali ed alcune poche piantagioni, il Campo Marzio venne lasciato, a grande soddisfazione dei botanici, quasi totalmente in balia di sè stesso”. La zona era conosciuta bene dai botanici di tutta Europa che vi facevano spesso una sosta per ammirare le piante e recuperare un cartoccio di semi altrimenti introvabili. “E per vero quale botanico di passaggio per la città nostra, tralasciò di fare una visita a quell’amena pendice? Nella Flora italica dei Bertoloni non poche piante sono comprese unicamente perchè esistevano al Campo Marzio, e del pari il Koch, il Reichenbach ed altri hanno accolto nelle loro flore delle specie, che fuori di questo sito, non crescevano in altro luogo del distretto”.

La ricerca di Marchesetti non era la prima, perchè già Muzio Tommasini, a cui dobbiamo il Giardino Pubblico, si era impegnato a catalogare le piante di Campo Marzio, “Fin dal 1838“.
“Dal catalogo delle piante – scrive Marchesetti – risulta che negli ultimi quarant’anni vi vennero osservate non meno di 650 specie, ossia più di tre ottavi dell’intera flora di Trieste, di cui 67 non fecero che una comparsa fuggitiva, né più rinvengosi, mentre 75 si fanno vedere di tanto in tanto e 508 ponno riguardarsi stabili”.

Marchesetti traccia, a questo proposito, un paragone interessante con la Francia: “Il Campo Marzio ricorda […] il Porto Giovenale, sì splendidamente illustrato dal Godron, e come la vaga pianura presso Montpellier va debitrice della sua magnifica flora ai semi apportati da lontane regioni per mezzo della lana, che ivi viene lavata, così il nostro Campo Marzio deriva la varietà delle sue specie dalle zavorre e dai rifiuti che vi vengono depositati“.
La natura di Campo Marzio in realtà non era dunque così “naturale”, quanto piuttosto il prodotto delle attività del porto. C’erano così tante specie diverse, perché diverse erano le merci che transitavano nella zona e così i semi che portavano inevitabilmente con sè.
Paradossalmente questa giungla mediterranea era in realtà il sottoprodotto dell’espansione industriale del porto.
Marchesetti significativamente annota che “Non si può tuttavia parlare di una flora costante, dappoichè anno per anno scomparve qualche specie per dar posto a qualche altra, di cui prima non vi esisteva traccia”.
“Il massimo arricchimento – annota – si ebbe perciò la sua flora nel 1839, dappoichè in quell’anno vi vennero gettate le macerie di alcuni grandi granai, che si erano incendiati, unitamente ad una ingente quantità di cereali proveniente dall’Oriente“.
In realtà la zona dunque non era stata danneggiata dalla crescita della città, ma ne risultava un’impensabile conseguenza; quanto si sarebbe potuto fraintendere come una flora secolare, era una novità proprio creatasi grazie all’espansione portuale.

Campo Marzio a inizio Novecento

Il Giornale Botanico Italiano giungeva, nel 1994, a identiche conclusioni, quando osservava il mutamento avvenuto durante il Novecento: prima del 1945, infatti, il 57% delle specie di Campo Marzio proveniva dall’Europa. Trent’anni dopo, invece, coerentemente con lo spostamento dei commerci sull’Atlantico, il 56% proveniva dall’America settentrionale.
Un dato interessante che dimostra quanto zone che si possono presumere “naturali” da tempo immemore siano in realtà un prodotto dell’uomo.
Un prodotto involontario, ma benefico, come in questo peculiare caso.

[z.s.]
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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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