Mercato del lavoro in crisi? Nelle professioni tecnologiche serviranno 460mila addetti

31.01.2020 – 18.53 – La situazione del lavoro, in Italia, non è particolarmente buona; è una notizia che non sorprende, che siamo abituati a sentire ormai da decenni, tanto da farla passare in secondo piano nonostante le parole del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha identificato a fine anno 2019 la mancanza di lavoro come “il vero nemico da sconfiggere”.
La nota ISTAT di fine 2019 riporta un tasso di disoccupazione del 9,8 per cento: più di due milioni e mezzo di italiani senza impiego, un dato non certo buono in quanto sensibilmente peggiore rispetto all’Eurozona, dove la disoccupazione è sostanzialmente stabile attorno all’8 per cento. Non lavora, e questo è il dato che spaventa, quasi il 26 per cento dei giovani nella fascia 15-24 anni; certo molti di loro sono ancora a scuola, però, anche espandendo la fascia stessa fino ai 34 anni (età in cui l’università dovrebbe essere un ricordo), si scende sì, ma restando sul 18 per cento, mentre quella 50-64 anni risulta essere bene occupata con solo un 5,5 per cento di situazioni da affrontare. Il mondo italiano del lavoro è quindi un mondo, se non di vecchi, di anzianotti; i giovani non ci sono. Ascensore sociale bloccato e politiche di avviamento al lavoro carenti? Fuga di cervelli per desiderio di opportunità migliori? Contratti instabili? Divano che attrae per colpa del Reddito di Cittadinanza? Poca voglia di abbandonare il ragù di mamma e l’età meravigliosa dei baci rubati nei corridoi di facoltà?

Nel quadro italiano della disoccupazione giovanile, che riguarda anche la situazione delle loro famiglie, c’è questo, un po’ di tutto e il contrario di tutto. C’è il divano e ci sono i baci ma fianco a fianco a problemi economici reali, necessità di riforme e di politiche di agevolazione, formazione scolastica e sostegno alla natalità, ed è questo che rende difficile affrontare il problema, sia a livello regionale che centrale: anche ciò che sta venendo fatto richiederà tempo. Certamente un elemento importante balza ancora una volta agli occhi: nel 2020, infatti, i dati relativi all’occupazione prevedono una richiesta complessiva di 460mila figure professionali. E di nuovo, così come già accaduto qualche mese fa con le dichiarazioni di Giuseppe Bono (AD di Fincantieri), queste figure non ci sono. Le competenze scarseggiano, i giovani che siano pronti a ricoprire le posizioni offerte dalle aziende mancano. I dati arrivano dal bollettino mensile di Unioncamere e Anpal e gridano forte una realtà di cui si era già parlato: nell’Europa in cui Industria 4.0, innovazione e tecnologia sono una condizione di sviluppo ‘senza la quale il nulla’, non ci sono informatici, non ci sono fisici, non ci sono chimici. Nelle prime trenta posizioni della filiera del lavoro altamente specializzato e, molto spesso, ben remunerato, dell’elettronica e dell’informatica, si sta sviluppando rapidamente una richiesta verso il mercato di figure a diversi livelli di specializzazione (dagli ingegneri elettronici ai capi tecnici, ai programmatori, ai progettisti di software, agli analisti e sistemisti ed esperti di sensori o di telecomunicazioni) che non si trovano. E che sono necessari per affrontare la prossima realtà di letterale disfacimento, è il caso di dirlo, di quella vera e propria ‘rete’ costituita da esperti di Internet e di infrastrutture formatasi nei primi anni Novanta, e composta ora in larga parte proprio da 50-55enni. Che stentano ormai a reggere il ritmo, che fra qualche anno si ritireranno e che non possono trasferire il loro know-how a una generazione più giovane perché questa generazione non c’è, o ha seguito altre strade e ha preferito percorsi di studio diversi.

“Al mercato del lavoro, al momento, mancano i profili giusti”, ha dichiarato Miriam Persico, direttrice dell’Area Legal e Risorse Umane di Soft Strategy. “Gli studenti che fanno percorsi di studi che hanno un’evoluzione in linea con i sistemi informatici sono pochi, facciamo fatica a reperire risorse. All’interno dei nostri percorsi di formazione aziendale creiamo dei veri e propri vivai, sostenendo e incentivando master di formazione attraverso i quali riusciamo a collocare nella nostra azienda i profili in base alle professionalità di ognuno”. E quella di Soft Strategy non è che una delle molte voci: chiunque, se per un’azienda o per una piccola attività professionale, dovesse trovarsi ad aver bisogno di un programmatore capace di personalizzare un’applicazione Web, un sito Internet o una App, o di un sistemista che sia in grado di gestire coerentemente un’infrastruttura di comunicazioni locale o in Cloud che sia, si renderebbe conto che oramai è più facile trovare un bravo idraulico o un falegname, che incontrare qualcuno che sia effettivamente in grado di metter mano a una tastiera arrivando poi al risultato voluto. Ai giovani, quindi, e alle loro famiglie, la scelta sul percorso di studi da fare: nella consapevolezza però che la frase ‘per i giovani non c’è lavoro’ nasconde forse una situazione più complessa e ricca anche di opportunità ben pagate, in un mercato del lavoro che fra qui e il 2050 avrà fame di professionalità e dovrà affrontare sfide immense.

[r.s.]

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