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domenica, 4 Dicembre 2022

“La Svizzera dell’Adriatico” La (ricca) storia dell’Hotel Obelisco

25.01.2020 – 07.30 – Ci sono luoghi di Trieste che rimangono celati, ma in piena vista; abbandonati sotto gli occhi di tutti, eppure nascosti; un tempo famosi, ma ora dimenticati.
È il caso del Teatro Filodrammatico, del quale ormai sopravvive ormai solo la facciata: due secoli fa un orgoglioso teatro, oggigiorno niente più che uno scheletro carbonizzato. L’edificio è in una posizione centrale, nell’esatto cuore della città, contiguo a Piazza dell’Unità e il Teatro Romano; e tuttavia rimane avvolto da una cappa di anonimato, ignoto ai più.
L’Hotel Obelisco, situato alle porte di Opicina, ha subito da decenni un identico destino: la sua posizione panoramica, dall’invidiabile vista sul golfo, è unica nel suo genere. Spettacolare, quanto accessibile: a un passo dalla strada e dal Piazzale dell’Obelisco. Eppure la struttura rimane abbandonata, sconosciuta da molti: un intero patrimonio di stanze e piste, bagni e posteggi, imputridisce ormai da (quasi) mezzo secolo.
Basterebbe scostare qualche frasca, fare un passo tra gli alberi che delimitano la strada per scoprirvi la sagoma inconfondibile dell’antico Hotel. Mimetizzato suo malgrado.
Considerando la voce di un’asta a febbraio, diventa allora interessante approfondire la storia dell’edificio che vede tra i suoi antenati personaggi e momenti storici di tutto rispetto.

Inizialmente l’Hotel Obelisco era una semplice locanda: un’osteria di passaggio, la cui prima menzione risale al 1780. La studiosa Alessandra Lavagnino aveva ricostruito la storia della famiglia Daneu che all’epoca gestiva il locale in un bel libro, dove le vicissitudini della famiglia s’intrecciano ai grandi fatti storici. Lentamente, a partire dai primi dell’ottocento, l’osteria divenne una Stazione della Posta, un punto di ristoro per coloro che viaggiavano da Trieste a Lubiana. Messi imperiali, così come normali viaggiatori. Solitamente chi viaggiava alloggiava all’Hotel de la Ville e successivamente, a metà tragitto, giunto a Opicina, si concedeva un pasto all’Obelisco.

Il Barone Filippo von Canstein, un primo tenente dei Cadetti di Berlino, ricorda la locanda durante il suo viaggio del 1835, offrendo una vivida descrizione del golfo dell’epoca: “Dal ciglione presso la locanda di Opicina, ad un’altezza di 1039 piedi […] ci si dischiude la meravigliosa visione su una nuova, più bassa e più calda terra e su un mare, che dal mezzogiorno protende qui un braccio verso settentrione e reca al suo dito l’anello d’oro, Trieste. […] Il ciglione che rinserra Trieste è in molti tratti, specialmente verso la sommità, nudo, le coste dell’Istria sono completamente spoglie di boschi, il mare, per quanto imponente, è però una superficie piana e il suo bell’azzurro risalta appena in maggiore vicinanza, di modo che questo colore non supplice alla carenza di verde“.

Come oggigiorno con i turisti su Tripadvisor, il Barone si lamenta del servizio mediocre:
Mi portarono il caffè senza latte, e quando ne chiesi un po’, si scusarono di non averne. Desiderai del burro e del pane, ma stringendosi nelle spalle, la locandiera mi disse che burro non ne possedeva“.
Ma senza offendersi lo reputa un dettaglio pittoresco, significativo: “La nudità del Carso, la siccità dell’estate e la scarsa vegetazione pratica diedero ai miei occhi ben tosto la spiegazione per la mia merenda tutt’altro che tedesca, e se anche mi riuscì di mandarla giù, essa fu la causa per cui la locanda di Opicina mi rimase impressa quale pietra confinaria fra il paese del burro e quello dell’olio e, in seguito a successive esperienze, anche fra il paese della birra e quello del vino“.

La Stazione all’epoca aveva posti e disponibilità per cento cavalli; a partire dal 1873, quando venne concessa l’apposita licenza, venne rinominata “Gran Hotel Obelisque“, ispirandosi all’obelisco commemorativo eretto nel 1850.
In questo stesso periodo, intorno al 1870, l’esploratore e console britannico  Sir Richard Francis Burton amava ritirarsi nell’Hotel per dedicarsi alla traduzione de “Le mille e una notte“. Una pietra miliare tanto nella storia della letteratura anglosassone, quanto mondiale; non solo infatti era la prima traduzione dall’arabo di questo capolavoro, ma Burton l’accompagnava con un commentario ricco della sua esperienza in Medio oriente. Burton definiva la vista dall’Hotel nientemeno che la “finest view in the world“.
A un secolo di distanza, la Riunione Adriatica di Sicurtà (RAS), in collaborazione con la Società di Minerva, pose una targa bronzea col ritratto di Burton e un’epigrafe proprio per ricordare l’anniversario, definendolo “la prima integrale in una lingua europea“.
Correva l’8 ottobre 1973. Oggigiorno questa targa è andata smarrita con la fine dell’Hotel.

Intanto, a confronto con gli anni della Restaurazione, gli affari peggioravano. L’apertura della Ferrovia Meridionale (1857) che connetteva in maniera rapida ed efficace Trieste-Vienna, aveva largamente ridotto il transito di cavalli e carrozze.
La famiglia Daneu continuò a vivacchiare fino al 1895, quando la proprietà dell’albergo passo all’Istituto Pensioni degli Impiegati del Lloyd Austriaco; questi cedettero a loro volta la proprietà alla famiglia Goljevscek che vi aprirono uno “spaccio di bibite spiritose e caffè“.
Verso il 1901 l’Hotel aveva cambiato nome come “Rinomata Stazione Climatica“, nota anche come “La Svizzera dell’Adriatico“. Era il primo esempio di un rilancio in grande stile, con un nuovo arredamento, una nuova missione, una nuova clientela: l’Hotel non era più “solo” un’osteria o un albergo, ma un luogo di cura. Con acqua d’Aurisina, cento nuove stanze, una splendida vista sul golfo, aria pura e addirittura un dottore disponibile per gli ospiti, l’Hotel Obelisco si proponeva come un luogo “della salute”. Qui venivano accolti soprattutto i borghesi con malattie respiratorie, i giovani tubercolotici, gli intellettuali nevrastenici.

Dopo la gestione dell’albergo a cura della famiglia Daneu e l’esperimento della Stazione Climatica, seguirono dal 1906 fino al 1950 continui cambi di gestione: un chiaro segnale d’allarme per un albergo/ristorante che non riusciva a fatturare.
Ricordiamo nel 1911 l’introduzione dell’illuminazione ad acetilene e nello stesso periodo l’allacciamento dell’albergo alla rete elettrica del tram, grazie alla Società Anonima delle Piccole Ferrovie. A partire dal 1915 l’Hotel Obelisco vantava inoltre campi di pattinaggio estivi e invernali. Verso il 1931 l’albergo fu completamente rinnovato; nel 1948-50 venne ristrutturato quasi integralmente, dietro volontà delle Assicurazioni Generali.
L’ultimo grande restyling avvenne nel 1970, quando venne trasformato nel Park Hotel Obelisco: la RAS proprietaria spese milioni di lire per trasformare radicalmente il luogo, con un sottopassaggio pedonale, un architetto di spicco quale Gae Aulenti, un’estensione del parco di 40mila metri quadri… Furono questi gli anni ruggenti dell’Hotel Obelisco, l’ultima fiammata di un cerino prima che si spenga.

Nel 1985, infatti, l’Hotel chiudeva per la cattiva gestione. Seguirono anni di abbandono e grandi speranze, destinate però a infrangersi tutte: dal progetto iniziale di trasformarlo in una casa di riposo, all’idea di un grande residence, ai progetti per la trasformazione in un albergo a quattro stelle. Forse non è un male che alcune idee siano state accantonate; certo Trieste non ha bisogno di ulteriori villini e cementificazioni. Gli stessi residenti sono cambiati; si è passati dai tossicodipendenti degli anni Ottanta/Novanta, ai clandestini della Rotta Balcanica. Senza trascurare il ruolo di discarica, con un diluvio di pneumatici, calcinacci e altra spazzatura. L’asta di febbraio rivelerà se per l’Hotel Obelisco è giunta l’ora della rinascita o se rimarrà uno dei tanti resilienti ruderi del Carso triestino.

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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